Difendersi senza aggredire

Leggo in un bel sito internet, Vino Nuovo, una riflessione di Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, sulla violenza e l’intolleranza in rete: “Io credo che la violenza dei blog superi quella della realtà”.

E aggiunge: “Che cosa ho imparato bloggando? Che la Rete è piena di animosi e sgarbati, alcuni caratteriali altri ideologici. Decisissimi tutti a influenzare il prossimo e convinti di poterlo fare con quattro battute bene assestate. Ma siccome nulla vi è nella Rete che non sia prima nella realtà, l’emergere di tanta violenza è interessante a conoscersi. In parte è un gioco, favorito dall’uso dei nicknames: tra i miei visitatori solo un paio usano nome e cognome. E chi non firma magari attacca smodatamente chi firma.

Ma non è solo un gioco. Tutta quella violenza sta anche a dire che intorno a noi c’è gente che non vede l’ora di menar la lingua e forse anche le mani. Ci ricorda che la violenza seduce più della mitezza e che il disprezzo dell’altro è un sentimento sempreverde in questo basso mondo.”

Finora, non è capitato che i commenti su questo blog fossero animosi, ma potrebbe accadere un domani. Così come accade molto spesso su diversi blog che mi capita di leggere, o anche sui siti internet dei giornali. In modo particolare, se i post trattano di politica o di religione. O di argomenti “eticamente sensibili”.

Leggevo queste considerazioni, e intanto pensavo a tanti commenti fulminanti che mi è capitato di leggere e pure di scrivere su Twitter, con quel gusto della battuta che non ammette repliche, e che anzi è pensata per strappare l’assenso – se non l’applauso – di chi legge.

Ho pensato allora di mettere un segnalibro, a futura memoria. Mia, in primis. Almeno, per quando mi troverò nelle vesti di commentatore. Perché, studiando counseling, mi convinco sempre più dell’importanza dell’ascolto. Del fatto che ogni persona ha le sue buone ragioni per affermare ciò che dice, o per comportarsi in un certo modo. Ragioni che affondano le radici nella storia di quella persona, nell’educazione che ha ricevuto, nelle esperienze di vita che l’hanno segnata, più o meno profondamente. E che possono scatenare emozioni molto forti – di rabbia, di aggressività – quando quella persona sente che qualcun altro sta toccando un nervo scoperto, un punto sensibile. E le emozioni molto forti possono causare reazioni violente, sia pure a livello di aggressività verbale. Magari, facendosi scudo di un nickname o di un diminutivo.

Ecco, sarebbe bello riuscire davvero ad ascoltarsi, anche quando si dialoga in Rete. “Difendersi senza aggredire”, come è intitolato il libro di Pat Patfoort, una studiosa tra i maggiori della gestione nonviolenta dei conflitti.

Sarebbe bello ricordare un’espressione poetica che mi è cara, del grande Tonino Bello, in una preghiera intitolata “Ala di riserva“:
Siamo angeli con un’ala soltanto: possiamo volare solo rimanendo abbracciati“.

Femminicidio: la strage silenziosa

Quello di Vanessa Scialfa è solo l’ultimo episodio di omicidio di una donna da parte di un uomo che la conosceva bene (marito, ex-marito, fidanzato, ex-fidanzato, amante, … ). Si chiama femminicidio ed è ormai una piaga sociale.

Ne leggo ogni mese nella rubrica “Casa dolce casa” di E – il mensile, compilata con la preziosa collaborazione della Casa delle donne per non subire violenza, di Bologna. Il copione spesso si ripete: lui non accetta di essere stato lasciato, è geloso alla follia del nuovo compagno, non sopporta più una malattia di lei, o la situazione familiare, o l’affidamento dei figli. Spesso uccide e poi si uccide. Altre volte, uccide e poi si costituisce. Quasi mai si dichiara pentito.

Di sicuro, colpisce molto venire a sapere che la violenza è la prima causa di morte in Europa per le donne, nella fascia di età tra i 16 e i 44 anni. Colpisce perché non parliamo di paesi o di costumi “arretrati”. No, parliamo della civilissima Europa, cuore del mondo e del pensiero occidentale. Parliamo anche dell’Italia, un Paese nel quale il cosiddetto “delitto d’onore” è stato abolito solo nel 1981, trent’anni fa.

Ecco, sarebbe ora di dire BASTA! Sarebbe ora di dirsi che oggi, anno 2012, abbiamo tutti gli strumenti, le possibilità, e soprattutto il dovere di ripensare ai rapporti tra uomo e donna. Di ridare senso alle frasi dei nostri vecchi, “le donne non si toccano nemmeno con un fiore”, e assieme di fare un passo avanti. Lavorando, tutte e tutti assieme, per costruire una parità reale. Mettendo da parte tutti gli stereotipi ormai logori sugli “angeli del focolare”. Esigendo che il linguaggio della comunicazione – a partire da quello della pubblicità – smetta di mercificare il corpo delle donne. Spingendo per un cambiamento culturale a tutti i livelli, a partire dalla Chiesa cattolica (consiglio vivamente la lettura di “Ave Mary“, di Michela Murgia, per farsi un’idea di quanti stereotipi siano stati alimentati da una lettura distorta delle Scritture da parte di ecclesiastici maschi). E, soprattutto, promuovendo un cambiamento culturale che parta dai più giovani, che sono molto più consapevoli e attenti alle tematiche di genere rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

Un tema come il femminicidio, però, esige un punto di vista femminile. Vi invito allora a leggere un bel post di Sabrina Ancarola, sempre attivissima nel sostenere le buone cause.

Sarà un lavoro molto lungo e faticoso questo cambiamento. Per noi uomini, sarà soprattutto un lavoro su noi stessi. Ne vale la pena, lo dobbiamo a Vanessa e a tutte le vittime innocenti della violenza al maschile.

P.S. Segnalo che il movimento “Se non ora quando” ha lanciato l’appello “Mai più complici”, contro la violenza nei confronti delle donne. E’ possibile aderire sul sito internet Petizione Pubblica.