Le parole – Josè Saramago

Mi arriva in dono da Mara questa poesia di Josè Saramago: la ringrazio di cuore e condivido con piacere la poesia con chi passerà di qui.

Le parole hanno cessato di comunicare.
Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra.
La parola, anche quando non afferma, si afferma.
La parola non risponde né domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno.
La parola è polvere negli occhi e occhi bucati.
La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto.
Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza.
Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza.
Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile,
l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare.
Cadono su di esso le parole.
Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive.
Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

(Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri )

Pane appena sfornato

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La vita che ci accade attorno

Più passa il tempo, più mi convinco che la vita è fatta soprattutto di incontri. Di esperienze, di cambiamenti, di sfide, di cadute. Di momenti nei quali ogni speranza sembra svanita, e tutte le domande sembrano senza risposta. Di tutto questo, certo, ma più ancora di relazioni umane. Di aperture e di stupori. Di un reciproco annusarsi, di antipatie a pelle o di amicizie destinate a durare una vita. Di incontri con un altro me stesso, con una persona che cessa di essere estranea, sconosciuta, non appena scegliamo di farle un po’ di posto, di socchiuderle la porta sulla nostra intimità.

Più passa il tempo, più mi spaventano le durezze. Le condanne senza appello delle diversità. I giudizi severi sui comportamenti che non comprendiamo. Sui conoscenti che fanno scelte per noi incomprensibili. Sulle persone che, di botto, si arrendono. Decidono che basta: non ce la fanno più, è davvero troppo. E fuggono, o danno un calcio alle loro certezze. O cercano qualche consolazione: quella che possono, quella più a portata di mano. Pur di stare un po’ meno male, almeno per un attimo.

Mi stupisce sempre la vastità del dolore che abita in tanti cuori. Il peso della fatica di vivere, per chi sente che il meglio è alle spalle, e che il futuro ha ben poco da offrire. La quieta disperazione – così ben dissimulata, da tanti bravissimi attori, loro malgrado – che piega occhi e bocche in fine di giornata, sui visi che chiedono solo un po’ di ristoro al sonno, dopo un’altra lotta contro fatiche disagi umiliazioni.

Ultimamente, ci faccio più caso. Mi sorprendo a osservare di nascosto i volti, sul metrò, quando rientro a casa dopo una serata in centro. Tendo le orecchie, cogliendo brandelli di conversazioni – spesso stanche rabbiose sfiduciate – urlate nei cellulari, cercando di sovrastare il tutun tutun dei treni sui binari. Ci faccio caso, penso a quanto è aumentato il consumo di psicofarmaci, a quante persone chiamano un numero di telefono, sfogandosi perché “La Meravigliosa Famiglia” – nume tutelare della stirpe italica – è solo una gabbia, un quotidiano ergastolo. Una guerra di logoramento, nella quale le trincee vanno anzitutto difese, e poi fortificate a ogni costo. Per non morire. Non potendo fuggire.

Intendiamoci: non credo affatto alla retorica della vita come sofferenza, sacrificio, croce da portare. Da cattolico, penso anzi che la Chiesa abbia grandissime colpe nell’aver alimentato questa visione, e nell’averla caricata per lo più sulle spalle delle donne. Obbligate ad accettare situazioni francamente insostenibili. A partire dalla Meravigliosa Famiglia.
No, io penso che la vita sia gioia. Stupore. Meraviglia. Una lunghissima collana di perle preziose, di giorni offerti alla nostra libertà e alla nostra capacità di amare.

Mi colpisce lo spreco, semmai. Di buone energie. Di emozioni genuine, subito represse e rinchiuse in profondità. Per non urtare le convenzioni, le persone che amiamo, e che a volte trasformiamo nei nostri giudici. La fatica nel dissimulare. Nel pensare che una serata è una noia mortale, ribadendo nel contempo che è tutto meraviglioso e no, non è affatto tardi, è appena mezzanotte.

Mi fa paura l’ipocrisia, la facciata rispettabile, e perbenista. Un abito che spesso ho indossato, per evitare conflitti giudizi e guai. La stessa facciata che nasconde drammi inimmaginabili – dentro la Meravigliosa Famiglia, e fuori – e che fa dire agli “attoniti vicini” che no, “non saprebbero spiegarsi il folle gesto”, “era una persona così tranquilla. Normale… “.

Forse, si potrebbe provare a fare uno sforzo. Di empatia, di vicinanza. Mettendo più punti di domanda in fondo ai nostri commenti. Cestinando tante certezze pret-a-porter, di cui ammantiamo il nostro brillante “saper vivere”. Allenandoci a cogliere le mute richieste di aiuto, i piccolissimi segni di dolore. La semplice stanchezza – che fa capolino per un attimo, in una smorfia fugace – della persona alla quale stiamo chiedendo un ennesimo – piccolissimo! – favore. Inclusi i camerieri delle pizzerie, e gli impiegati agli sportelli, costretti ormai a esser gentili a oltranza.

Si potrebbe insomma fare un po’ di attenzione ai dettagli. Agli scampoli di vita attorno a noi. Al Resto del Mondo, in orbita assai eccentrica rispetto al nostro ombelico. Scopriremmo il valore inestimabile di un sorriso. Di un silenzio paziente. Di un abbraccio muto, orfano di frasi consolatorie. Della tenerezza, che ci rende Esseri Umani.