La vita che ci accade attorno

Più passa il tempo, più mi convinco che la vita è fatta soprattutto di incontri. Di esperienze, di cambiamenti, di sfide, di cadute. Di momenti nei quali ogni speranza sembra svanita, e tutte le domande sembrano senza risposta. Di tutto questo, certo, ma più ancora di relazioni umane. Di aperture e di stupori. Di un reciproco annusarsi, di antipatie a pelle o di amicizie destinate a durare una vita. Di incontri con un altro me stesso, con una persona che cessa di essere estranea, sconosciuta, non appena scegliamo di farle un po’ di posto, di socchiuderle la porta sulla nostra intimità.

Più passa il tempo, più mi spaventano le durezze. Le condanne senza appello delle diversità. I giudizi severi sui comportamenti che non comprendiamo. Sui conoscenti che fanno scelte per noi incomprensibili. Sulle persone che, di botto, si arrendono. Decidono che basta: non ce la fanno più, è davvero troppo. E fuggono, o danno un calcio alle loro certezze. O cercano qualche consolazione: quella che possono, quella più a portata di mano. Pur di stare un po’ meno male, almeno per un attimo.

Mi stupisce sempre la vastità del dolore che abita in tanti cuori. Il peso della fatica di vivere, per chi sente che il meglio è alle spalle, e che il futuro ha ben poco da offrire. La quieta disperazione – così ben dissimulata, da tanti bravissimi attori, loro malgrado – che piega occhi e bocche in fine di giornata, sui visi che chiedono solo un po’ di ristoro al sonno, dopo un’altra lotta contro fatiche disagi umiliazioni.

Ultimamente, ci faccio più caso. Mi sorprendo a osservare di nascosto i volti, sul metrò, quando rientro a casa dopo una serata in centro. Tendo le orecchie, cogliendo brandelli di conversazioni – spesso stanche rabbiose sfiduciate – urlate nei cellulari, cercando di sovrastare il tutun tutun dei treni sui binari. Ci faccio caso, penso a quanto è aumentato il consumo di psicofarmaci, a quante persone chiamano un numero di telefono, sfogandosi perché “La Meravigliosa Famiglia” – nume tutelare della stirpe italica – è solo una gabbia, un quotidiano ergastolo. Una guerra di logoramento, nella quale le trincee vanno anzitutto difese, e poi fortificate a ogni costo. Per non morire. Non potendo fuggire.

Intendiamoci: non credo affatto alla retorica della vita come sofferenza, sacrificio, croce da portare. Da cattolico, penso anzi che la Chiesa abbia grandissime colpe nell’aver alimentato questa visione, e nell’averla caricata per lo più sulle spalle delle donne. Obbligate ad accettare situazioni francamente insostenibili. A partire dalla Meravigliosa Famiglia.
No, io penso che la vita sia gioia. Stupore. Meraviglia. Una lunghissima collana di perle preziose, di giorni offerti alla nostra libertà e alla nostra capacità di amare.

Mi colpisce lo spreco, semmai. Di buone energie. Di emozioni genuine, subito represse e rinchiuse in profondità. Per non urtare le convenzioni, le persone che amiamo, e che a volte trasformiamo nei nostri giudici. La fatica nel dissimulare. Nel pensare che una serata è una noia mortale, ribadendo nel contempo che è tutto meraviglioso e no, non è affatto tardi, è appena mezzanotte.

Mi fa paura l’ipocrisia, la facciata rispettabile, e perbenista. Un abito che spesso ho indossato, per evitare conflitti giudizi e guai. La stessa facciata che nasconde drammi inimmaginabili – dentro la Meravigliosa Famiglia, e fuori – e che fa dire agli “attoniti vicini” che no, “non saprebbero spiegarsi il folle gesto”, “era una persona così tranquilla. Normale… “.

Forse, si potrebbe provare a fare uno sforzo. Di empatia, di vicinanza. Mettendo più punti di domanda in fondo ai nostri commenti. Cestinando tante certezze pret-a-porter, di cui ammantiamo il nostro brillante “saper vivere”. Allenandoci a cogliere le mute richieste di aiuto, i piccolissimi segni di dolore. La semplice stanchezza – che fa capolino per un attimo, in una smorfia fugace – della persona alla quale stiamo chiedendo un ennesimo – piccolissimo! – favore. Inclusi i camerieri delle pizzerie, e gli impiegati agli sportelli, costretti ormai a esser gentili a oltranza.

Si potrebbe insomma fare un po’ di attenzione ai dettagli. Agli scampoli di vita attorno a noi. Al Resto del Mondo, in orbita assai eccentrica rispetto al nostro ombelico. Scopriremmo il valore inestimabile di un sorriso. Di un silenzio paziente. Di un abbraccio muto, orfano di frasi consolatorie. Della tenerezza, che ci rende Esseri Umani.

 

Annunci

Senza perdere la tenerezza

La mia cara amica M. mi ha inviato una foto, pensando a questo blog. Mi fa piacere riportarla in questo post, e assieme citare il titolo del libro di Paco Ignacio Taibo II dedicato a Ernesto Che Guevara.

Essere consapevoli, a volte, può diventare una specie di condanna: l’indignazione per tutte le ingiustizie può far perdere la speranza nel futuro, la fiducia nell’uomo.

Spesso m’interrogo sulla parabola di Alex Langer, una figura che mi ha sempre affascinato per come ha saputo mettere in pratica i propri ideali. Fino al momento in cui non ce l’ha più fatta a sopportare il peso di un impegno quotidiano divenuto troppo gravoso.

Forse, il segreto per essere consapevoli, sensibili di fronte alle ingiustizie e ai diritti calpestati, e assieme fiduciosi nel futuro e nell’umanità, rimane sempre la capacità di stupirsi di fronte all’inatteso. Di commuoversi di fronte a un tramonto o a un cielo pieno zeppo di stelle. D’intenerirsi osservando un bimbo che gioca felice. E’ quel poco di bellezza che basta alla nostra capacità di sperare.

“Fare le cose utili, dire le cose coraggiose, contemplare le cose belle: ecco quanto basta per la vita di un uomo.” (T.S. Eliot)

Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.