Torni a morderci la vita

“Tutte le primavere fanno fatica. Tutte. Anche quella che non vedi. E tutti i cambiamenti, tutte le resurrezioni fanno tanta fatica. E allora noi siamo qui, stanotte, perché vogliamo forzare la primavera a venire… E ogni volta che facciamo crescere qualcosa in cultura, in poesia, in musica, in sensibilità, in amore, in giustizia, in chiarezza, in sincerità… Ogni volta che facciamo salire qualcosa del genere, che vale la pena, la primavera prende più forza…
Vedete, Gesù è diventato Gesù quando la vita ha cominciato a mordere. Così, torni a morderci la vita anche a noi, perché ognuno di noi torni quello che è davvero”.

Luigi Verdi, Omelia della Veglia di Pasqua 2013

Pieve di Romena (AR)

Tenerezza, mon amour

E’ di nuovo Pasqua, l’ora legale incombe, la natura si sta risvegliando. La crisi invece continua imperterrita, ma siamo ottimisti: la ripresa ci attende, l’anno a Gerusalemme.

Il tempo passa e lascia tracce di sé: volti amati non sono più con noi, occhioni sgranati si affacciano appena al mondo, qualche ruga spunta inattesa sul viso, boschi centenari si arrendono allo sfregio del cemento e della modernità.

C’è molto, oppure pochissimo, da raccontare: storie di ordinaria disperazione, statistiche raggelanti, nuovissimi sbarchi a Lampedusa, ritorni da perdenti dopo che il sogno di un’America di là del mare si è infranto sugli scogli della disoccupazione.
C’è più cattiveria in giro, più cupezza, più apatica rassegnazione. Più occhi vitrei sulle slot-machines da bar, più cartelli “Affittasi” sulle vetrine vuote, più pacchi-viveri per famiglie neo-indigenti.

Eppure son belli i cinguettii di primavera, le occhiate di sole allargano il cuore e tolgono almeno un po’ di grigio. Un altro po’ lo toglie un Papa umano, che invita a non aver paura della tenerezza. Lascia da parte paramenti e oreficeria, si cinge il grembiule e bacia piedi ristretti, femminili e miscredenti.

Un po’ di umanità. Alla fine, ci basterebbe. Qualche autorevole conferma che le persone valgono più dei bilanci, le famiglie più delle banche, i bambini più dei mercati e delle borse. Un pezzetto di futuro, un profumo di speranza, un’attenzione non frettolosa. Una tenerezza che non sia melensa, che non sappia di spot del pandoro.

A volte, c’è bisogno di ritrovarsi di colpo privati di tutto: naufraghi tra le onde, prigionieri di una funivia, spogliati di orpelli e di optional, per riscoprire, a un tratto, le radici profonde della fratellanza umana. Ci vuole un bambino che piange disperato e affamato per far sciogliere il cuore di un arrampicatore sociale.

Più passa il tempo, più mi rendo conto che non servono sottili ragionamenti o dotte speculazioni per comprendere il senso della vita, del nostro essere al mondo. C’è bisogno, piuttosto, di sentire. Di commuoversi, di com-patire. Di emozionarsi. Occorre cogliere di nuovo, più profondamente, la bellezza di uno sguardo. La profondità di un dolore muto. L’esitazione di una voce che teme di osare troppo. Il palpito di un cuore innamorato. Occorrono la pazienza e l’attenzione di chi ha tempo da perdere. L’ingenuità di chi non misura le parole, e coltiva l’amore per i silenzi accoglienti. L’impotenza partecipe di chi può solo balbettare un abbraccio, di fronte al dolore. Asciugare una lacrima con una carezza. Stare accanto, in punta di piedi, con amore.

“La vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare”. (Abbé Pierre)

Bimboecagnone

Buona Pasqua!

Eh, sì, Natale può ancora passare per la festa della bontà e della fratellanza, con un vago sapore di “troppo dolce, quasi finto”, ma tutto sommato accettabile un po’ per tutti.
Pasqua, invece, rimane una festività dal significato incomprensibile per i non credenti (a meno di non identificarla, un po’ vagamente, con la festa della primavera, della vita che si rinnova).

Per i cristiani, Pasqua è la festa dell’amore che vince la morte. Di Gesù di Nazareth, che rimane fedele fino alla morte ai valori che aveva insegnato: amore, fratellanza, misericordia, nonviolenza, perdono. E che, il terzo giorno, lascia una tomba vuota e una pietra rotolata, sconvolgendo i suoi discepoli, increduli e impauriti.

Pasqua interroga ciascuno di noi: sulla paura della morte, sul senso della vita, sulla capacità di amare senza misura, senza calcoli. Gratis.

Ho letto tre belle riflessioni, in questi giorni, e vorrei condividerle con chi passerà di qua. Trascrivo la prima, di Erri de Luca, e vi invito a seguire i link e a leggere quelle di Enzo Bianchi e di p. Ermes Ronchi.

Pasqua è voce del verbo ebraico che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale risurrezione. Pasqua è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me. Restano inaccessibili le alture della fede.
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi operatori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri ad ogni costo, atleti della parola pace.
Erri de Luca

Enzo Bianchi, “Il giorno che celebra la vittoria dell’amore” (La Stampa, 8 aprile).

Ermes Ronchi, “Così la vita merita nome” (Avvenire, 8 aprile).

C’è un pensiero che mi piace moltissimo, nel commento di Ermes Ronchi. Lo trascrivo qui, perché mi parrebbe adatto a diventare il programma – difficilissimo, eppure autentico – di una vita intera:

E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho? Quanto somiglian­te a quello di Dio? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? So­no il lavapiedi dell’uomo? Ve la imma­ginate una umanità dove ognuno cor­re ai piedi dell’altro? La globalizzazio­ne sì, ma degli inchini davanti all’uomo, non davanti ai potentati; dell’onore da­to a ogni più debole figlio della terra.

“Servitore del bisogno e della gioia di mio fratello”: sembra di risentire Tonino Bello, il santo vescovo di Molfetta, quando parlava di “stola e grembiule”. A proposito, un pensiero di don Tonino sulla Pasqua ci sta proprio bene:

Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro passato! Allora, Coraggio! Non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate nuove”. Cambiare è possibile. Per tutti. Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia…!

“Vorrei dirti che l’amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita”. Buona Pasqua!

Pasqua a Romena

Sono tornato a Romena, nel cuore verde del bel Casentino, a passare i giorni di Pasqua. C’ero stato l’anno scorso, in diverse occasioni, e a Pasqua mi era piaciuto in modo particolare.

Il nostro Paese è pieno di luoghi bellissimi, perfetti per trascorrere qualche giorno di vacanza, specie a primavera e in compagnia delle persone che amiamo. A Pasqua, per me, è diverso: da sempre, cerco un po’ di raccoglimento, di silenzio, di quiete. Di bellezza. Lontano da Milano e da casa mia. Un luogo dove poter pensare, riflettere e pregare.

La Fraternità di Romena è nata vent’anni fa: l’intuizione di un prete fuori dagli schemi e innamorato del Vangelo ha ridato vita a una pieve romanica millenaria, che guarda da un colle la Via Francigena, percorsa nei secoli passati dai pellegrini diretti a Roma.
E’ un luogo perfetto per gustare il silenzio, la bellezza, il soffio leggero del vento. Per ripensare con calma alla vita di ogni giorno, alle scelte che pian piano son diventate abitudini. Alle relazioni importanti, e a quelle mercificate. Alla fretta e all’efficienza, che ci provocano ansia, e al desiderio di felicità che abita nel cuore di ciascuno di noi.

Don Luigi Verdi – Gigi, per tutti – queste emozioni le conosce bene, abituato com’è ad accompagnare persone e gruppi che passano da Romena. A parlare al cuore di tanti, giovani e adulti, che cercano un po’ di balsamo per le loro ferite. O una luce di speranza, per una vita che percepiscono come sbagliata e senza via di uscita.
Di Gigi, due cose mi colpiscono sempre: la grande timidezza e l’immensa tenerezza. Non a caso, le sue preghiere sono anche poesie, e Romena è un concentrato di piccoli segni di tenerezza, di attenzioni gentili e discrete per gli ospiti di passaggio.

Tornare a Romena per Pasqua è stato un regalo per me. Mi ha riconciliato con le relazioni autentiche, con ciò che mi sta più a cuore, con le emozioni che abitano in profondità e ci rendono tutti parenti: esseri umani in cerca di senso, di amore, di felicità. “E allora, se alla fine rimarrà solo l’amore, cerchiamo di averne cura”, ha concluso l’omelia di Pasqua Gigi.

Ecco, oggi è diventato più difficile che in passato aver cura dell’amore, della bellezza, dell’autenticità, delle relazioni. Ci troviamo spesso a correre, a dare risposte rapide, a inseguire il benessere, la forma fisica, l’aspetto esteriore. A volte, però, il cuore sanguina, la bellezza lascia spazio ad acciaio e cemento, l’autenticità cede il passo al marketing. La vita scorre, ma la direzione non è quella che avremmo sognato.

Mi piace pensare che la tenerezza, la poesia, la vicinanza attenta e delicata non siano davvero sparite dalle nostre vite. Forse, giacciono sul fondo di un cassetto, come biancheria un po’ ingiallita, che ultimamente non indossiamo più. Forse, le abbiamo barattate con qualche emozione sintetica, con surrogati tecnologici che luccicano nelle nostre case. Forse, sono soffocate dal rumore di fondo, da mille stimoli, dalla fretta e dalla velocità.

Ecco perché, ogni tanto, il silenzio, la bellezza, la poesia ci sono così necessari: ne sentiamo un’infinita nostalgia.

“La tenerezza è il tesoro dei credenti e degli amanti” (David Maria Turoldo)


Risorgi – Luigi Verdi

Il mio augurio di Buona Pasqua è questa preghiera di don Luigi Verdi, che faccio mia.

Risorgi, ora che la paura
domina la speranza.

Risorgi e donaci parole coraggiose
e spighe di calore,
affinché questa generazione
spezzi le catene.

Risorgi e donaci pace nei cuori
non più abitati dalla gioia,
tu che ci accogli senza
soffocare il nostro grido.

Risorgi e donaci la pazienza,
unica cura,
quando il male è scaltro.

Risorgi e donaci occhi
lacrimanti di stupore.

Risorgi, silenzioso,
a riempire la casa di luce.

[ Questo testo fa parte della raccolta “Preghiere”, di don Luigi Verdi, pubblicata dalla casa editrice della Fraternità di Romena, http://www.romena.it ]