In questo mondo di matti

DIstrazione

Oggi, ho iniziato la giornata riascoltando l’omelia della notte di Natale di don Luigi Verdi.

Mi colpivano tanti accenti, perché Gigi sa davvero leggere il cuore delle persone. Un pensiero, più di altri: “Io, in questo mondo di matti, salverei solo due cose: i bambini e gli innamorati. Il resto si fa pietà tutti, ma i bambini e gli innamorati li salverei“.

Perché ci si affanna tutti, si vive da matti, si mastica e si sputa. Si continua a camminare e a sperare. E alla fine, solo l’Amore resta: i mille fili annodati, gli incontri, le relazioni, i momenti che ci hanno segnati, i sogni condivisi. L’amore ricevuto e quello donato.

La vera sfida

Viviamo tempi complicati. Giornate dense d’impegni. Zeppe di stimoli. Con troppe ansie e paure a far capolino, sempre in agguato. E il corpo, esausto, a implorare un po’ di tregua. Qualche spazio di quiete, prima di sprofondare in sonni spesso agitati.

Ci dibattiamo nel quotidiano, come in una rete a strascico. Con la sensazione che la vita ci sfugga di mano. Che altre forze vincano la nostra fragile volontà, e ci conducano Altrove. Lontani dalla nostra anima.

Facciamo del nostro meglio per tener botta. A volte, traversando le ore come uno slalom speciale: concentrati e determinati, attenti a ogni snodo, a ogni possibile ostacolo. In altri momenti, provando a rinviare, fuggendo gli impegni non essenziali, barricandoci dentro casa. Alla disperata ricerca di un’oasi di quiete, di un volto amico che ci sorrida. Di una carezza che spiani almeno una ruga.

Una vita più semplice, vorremmo. Più leggera. Capace di farsi portare dal vento, di prendere ogni giorno come un dono, ogni incontro come un’occasione speciale: più tempo, più tempo buono, più senso in ogni momento. Per non dover prendere commiato dalla Vita carichi di rabbia, o di rimpianti.

Pensavo a questo, l’altra sera, mentre riascoltavo Gigi, don Luigi Verdi, che parlava di questo tempo, e di come provare a passare dall’ira alla mitezza. Ascoltavo la sua voce calda, la passione con cui sceglie di donarsi totalmente, senza misura. Mentre invita alla semplicità, alla tenerezza, ad abbandonare una vita “da manicomio”, per sceglierne una più nuda, più autentica.

Icona di Gesù - Pieve di RomenaEcco, forse la vera sfida sta proprio qui: nell’avere il coraggio di lasciar andare i troppi stimoli che ci strappano tempo ed energie. Nel coltivare relazioni autentiche, svestite di ruoli aspettative giudizi, e intrise di accoglienza tenerezza umanità. Nel saper scegliere – ogni giorno, ogni giorno! – di abitare la vita, senza fughe né rimpianti. Grati per la sinfonia che riempie l’Universo, e che ci chiama a tornare a danzare, e poi di nuovo a riposare. Daccapo, a ogni alba, a ogni tramonto. Perché è stato un giorno unico, consumato, degno di essere vissuto.

E ricordando un pensiero di padre Giovanni Vannucci. Che dovremmo incorniciare sopra l’uscio di casa. Monito per noi che l’abitiamo. E benvenuto per chi incrocerà la sua traiettoria di vita con la nostra:

Il nostro guaio è che siamo immersi nell’Amore,
e non ce ne rendiamo conto.

Un venticello leggero

Gratitudine. E’ il primo pensiero, la prima emozione dopo un bellissimo Tempo di Fraternità, a Romena. Fitto d’incontri, di volti, di storie. Impossibili da elencare: vanno dalla A di Alessandro alla V di Veronica, passando per gli occhi blu pieni di stupore di Eliel, che ha guidato senza incertezze i miei passi e quelli di mamma Elisa in una notte di luna piena e di fiducia.

Gratitudine per Gigi, don Luigi Verdi, che ci ha regalato infinite suggestioni e forza di Parola ogni mattina, e che si dona ogni giorno – senza misura! – fedele alla sua chiamata, sulle orme di don Tonino Bello. Per Giorgio, fra Giorgio Bonati, un figlio di San Francesco che coltiva la bellezza e la semplicità, le favole sagge condite di buona musica, la tenerezza e la forza. Per Massimo Orlandi, memoria storica di Romena e tessitore d’incontri e di racconti, con il sorriso e lo stupore che solo le persone con un cuore bambino ti sanno trasmettere. E per tutte le persone che rendono la Fraternità di Romena un luogo speciale, una perla preziosa incastonata nel verde del Casentino, terra di spiritualità millenaria.

Romena - la Pieve

Difficilissimo rendere a parole le emozioni, forse ci riesce solo la poesia. Non raccontabili i volti, i silenzi, i sorrisi. Le parole appena accennate, l’urgenza di raccontarsi, il desiderio di condivisione. La sete di amore, di relazioni autentiche, di bellezza. Che Romena appaga, in profondità. Fino a far restare le persone più giorni di quelli previsti. O a farle ritornare appena possibile. Perché ha porte aperte, una regia discreta defilata minimale, che lascia di stucco i fan della dea Efficienza, e commuove i pellegrini inquieti e le anime volatili: porte aperte ovunque, nessuno a chiedere conto di appartenenze e destinazioni, libertà di andare e di venire, di sostare anche solo per una notte. Come si conviene a ogni porto. Un porto di terra, in questo caso.

Mi domando spesso quale sia il segreto di Romena e dell’atmosfera che vi si respira. Potrebbe dipendere dall’esperienza di ventidue anni di fraternità, e dalla capacità di affinare sempre più uno stile, levando tutto ciò che è superfluo e ispirandosi alla semplice bellezza della Pieve romanica. Potrebbe essere l’energia di tutti i pellegrini che vi hanno sostato, in quasi novecento anni di storia, come sostiene qualcuno: un’ipotesi che mi affascina e che ha un fondamento certo. Qualcun altro se la cava con l’ipotesi più scontata: Romena è un luogo che unisce semplicità e bellezza, è pieno di suggestioni, e con un po’ di fortuna si riesce pure a strappare un colloquio a Gigi, don Luigi, sicché…

In realtà, credo che il motivo più bello per andare a Romena, Romena - l'interno della Pieve trovarcisi bene e volerci tornare sia quello citato da Massimo Orlandi, un lunedì pomeriggio: la bellezza di tante persone e di tante storie che arrivano da ogni parte, scelgono di aprirsi, di mettersi in gioco, d’intrecciarsi. Provando a non giudicare, lasciando andare il timore di sentirsi giudicate. Scegliendo l’autenticità, la semplicità. L’incontro con altri viandanti. Con la quieta bellezza di cui è adorna la Pieve. Fatta di stile romanico, icone, musiche meditative, cinguettii di rondini, stuoie di cocco: un’energia semplice e potente al tempo stesso, che si avverte subito, appena varcato il portale, sempre aperto.

Romena è tutto questo e molto altro. Il Tempo di Fraternità è un modo semplice per sperimentare i ritmi dei monaci – lavoro preghiera condivisione fraternità – e per scoprire che relazioni autentiche sono possibili, ancora oggi. Che la vita diventa densa ricca saporita, quando viene alleggerita dei ritmi da manicomio, dei troppi stimoli inutili, delle paure oppressive e del bisogno di essere all’altezza. In fondo, scoprire che si può semplicemente essere sé stessi, condividere pezzetti di strada con altre persone, specchiarsi negli occhi di un altro me stesso è tanta roba. Con un sapore inconfondibile, speciale. Umano e divino.

Cambiare

Ogni tanto, ripenso a quanto sono cambiato negli ultimi quattro anni. Non fisicamente, al massimo c’è qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nemmeno le mie convinzioni di fondo sono tanto diverse: credo nel buon Dio, tifo Inter. Tutto come sempre.

Piuttosto, in questi anni ho iniziato a vedere la vita in maniera molto diversa. Una serie di avvenimenti e di incontri mi han fatto uscire dal rassicurante tran-tran delle mie certezze. Ho iniziato, consapevolmente, a “perdere il controllo” della mia vita. Pian piano, ho smesso di arrabbiarmi per tutti gli imprevisti, gli ostacoli, le interruzioni dei Miei Ponderati Progetti.

Ripenso spesso a una frase di Luigi Verdi, che ho ascoltato più volte in questi pochi anni: “Quando siamo totalmente presi da un progetto, dalla mèta che vogliamo raggiungere, non ci accorgiamo più di quel che accade attorno a noi. Viviamo ogni imprevisto, ogni incontro come un ostacolo, una perdita di tempo, un inciampo che ci separa dal raggiungimento del nostro obiettivo. Che sta sempre là, fisso di fronte a noi. E così facendo, non ci accorgiamo di tutte le buone occasioni che perdiamo, di tutti gli incontri che ci attendono, di tutte le possibilità che si aprono, se solo le sappiamo scorgere: smettendo di guardare lontano, di fronte a noi, dove sta la nostra meta, e guardando invece a cosa ci sta accadendo. Proprio adesso.”
La frase è più o meno questa, sto andando a memoria, ma il senso è sicuramente quello.

Ecco, per me questa è stata una scoperta liberante: comprendere che ogni giorno è un dono, nuovo di zecca, colmo di sorprese e di incontri. Di volti amici e di sorrisi sconosciuti. Di gentilezze inattese, di semi di bellezza da scambiare.
Il mio temperamento, noto per l’efficienza e la ferrea razionalità, si è pian piano aperto all’Inatteso. Alla meraviglia e allo stupore. Ai gesti invisibili di tante sconosciute formichine, che donano il meglio che hanno. Gratuitamente, a tempo perso. Con passione e con amore, senza sperare in ricompense, ma per il piacere di fare la propria parte. Anche se il mondo è malato.

Ho capito, e capisco sempre meglio quanto sia diabolica la fretta. Quanti guai accadono perché siamo troppo pigiati nelle nostre giornate. Presi dal fare, dal raggiungimento degli obiettivi. Dalle liste da spuntare. Dall’incalzare dei promemoria e degli appuntamenti. Eternamente di corsa, felicemente trasportati dall’Alta Velocità. E dimentichi di essere: presenti, consapevoli, attenti. Empatici verso il dolore e le mute richieste di aiuto. Verso un volto sconosciuto, che d’improvviso incrocia la nostra strada. Traiettorie di esistenze che si sfiorano, potrebbero forse toccarsi. Rimanere cambiate per sempre, oppure proseguire. Intatte, o forse incompiute.

Bisogna tornare un po’ bambini, per riscoprire la Bellezza e il Mistero della vita. Bambini incantati davanti al mare. Felici di rotolarsi in un prato, di correre a perdifiato fino in cima alla collina. Di scoprire la vita che brulica di gracidii in uno stagno, mentre lì vicino altre vite sfrecciano in lamiere lucidissime, guidate da infallibili bip del GPS.

Gentilezza bellezza

Torni a morderci la vita

“Tutte le primavere fanno fatica. Tutte. Anche quella che non vedi. E tutti i cambiamenti, tutte le resurrezioni fanno tanta fatica. E allora noi siamo qui, stanotte, perché vogliamo forzare la primavera a venire… E ogni volta che facciamo crescere qualcosa in cultura, in poesia, in musica, in sensibilità, in amore, in giustizia, in chiarezza, in sincerità… Ogni volta che facciamo salire qualcosa del genere, che vale la pena, la primavera prende più forza…
Vedete, Gesù è diventato Gesù quando la vita ha cominciato a mordere. Così, torni a morderci la vita anche a noi, perché ognuno di noi torni quello che è davvero”.

Luigi Verdi, Omelia della Veglia di Pasqua 2013

Pieve di Romena (AR)

Un appunto sull’imperfezione

Mi è capitato sott’occhio un pensiero folgorante di Gigi Verdi, della Fraternità di Romena, che riporto qui:

“Noi sciupiamo l’amore per paura e per attaccamento…
abbiamo dolori isterici senza equilibrio…
ma perdonare è imparare ad amare le imperfezioni”
(Don Luigi Verdi, 7 aprile 2013)

Allora, ho provato a scrivere un appunto a margine, quasi una piccola chiosa, come promemoria per i momenti difficili:

Alla fin fine, vorremmo tutti essere felici. Almeno un po’, e il più spesso possibile.
E ci troviamo a vivere in un mondo dominato dalla paura e dallo stress, dove “è di successo” chi corre, chi è prestante, chi supera costantemente le attese…

Non è strano che tante persone vivano male, non riescano ad accettarsi, abbiano un brutto rapporto con sé stesse, e qualche volta pure con gli altri.

Qualche tempo fa, ho conosciuto una persona saggia, che suggerisce di iniziare la giornata guardandosi allo specchio e dicendosi con convinzione: “Io sono una persona unica, e meravigliosa”. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, e finiamo per dare ascolto al Ministro della Paura e al Manager della Perfezione: che GRANDE peccato…

Romena - Pasqua 2011

I piccoli – Luigi Verdi

Tu, accogli la luce della candela
che i piccoli accendono all’alba e alla sera,
che all’aurora gridano
chiedendo in prestito le tue ali
e trovare riposo.

Tu, accogli la lotta dei piccoli,
la loro ricerca di pace
mille volte sognata e attesa non senza tremore.
Gli anni duri di pazienza e fedeltà
per poter fare della vita una luce.

Tu, ti riveli ai piccoli che fanno
di ogni ombra una freccia di luce,
che si aprono come fiore del mattino.

Io temo uomini e fedi
dei saggi e degli intelligenti,
che non provano neanche un istante
a stare nel presente,
a respirare nel giardino di Dio.

Mi sta a cuore – Luigi Verdi

Mi sta a cuore
chi riconsacra la vita
per cancellare la nostra viltà,
chi fa un piccolo passo per volta
senza sapere la distanza,
chi mantiene gli occhi aperti
nella lunga attesa.

Mi sta a cuore
il tuo soffrire per poter cambiare,
il tuo sforzo per riuscirci e guarire,
il tuo smarrirti per arrivare a capire.

Mi sta a cuore
chi rimane mite oltre le lingue maligne,
lo scherno degli egoisti
e le consuetudini di ogni giorno.

Mi sta a cuore
chi è fedele al poco e al mistero,
a qualunque trama di vita
pazientemente tessuta.

[tratta da “Preghiere a Romena“, di don Luigi Verdi]

Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.