Luigi Ciotti – La storia ha bisogno di noi

Trovo questo pensiero di Luigi Ciotti all’inizio del bel libro “Il morso del più“, che raccoglie la memoria di tanti incontri nei quali è stato ospite presso la Fraternità di Romena. E mi pare un buon viatico per l’anno sociale che sta per riaprirsi, e che certo richiederà il nostro impegno e le nostre migliori energie.

Anche se l’orizzone di una mèta ci appare lontano,
anche se a volte è naturale sentirsi scoraggiati,
non dobbiamo fermarci.
La storia ha bisogno di noi.
Nella storia c’è una pagina bianca
che siamo chiamati a scrivere.
È nostra, ci è affidata.
È Dio che ci dice: “Scrivila tu”.
(Luigi Ciotti)

don Luigi Ciotti a Romena

don Luigi Ciotti a Romena

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Ricostruire

Ieri ho partecipato all’assemblea provinciale di Libera Milano, alla Camera del Lavoro. Non c’era moltissima gente – l’orario d’inizio ha forse penalizzato chi era ancora al lavoro – ma di sicuro erano presenti tante persone in gamba, e tante buone energie.

Man mano che venivano ricordate tutte le iniziative compiute nell’ultimo anno, si poteva toccare con mano il crescente coinvolgimento dei cittadini – e dei giovani in modo particolare – attorno a temi come la memoria delle vittime di mafia, lo studio e la ricerca sulla presenza della criminalità organizzata in Italia e nel mondo, la valorizzazione dei beni confiscati, la cittadinanza attiva.

Al termine dell’incontro, c’è stato un bell’intervento di chiusura di Nando dalla Chiesa, Presidente onorario di Libera, che ha parlato con passione della corruzione, delle differenze con Tangentopoli di vent’anni fa (io c’ero, e mi ricordo tutto, ahimè!) e della grande credibilità che Libera ha assunto, dopo tanti anni di lavoro serio, di testimonianze, di battaglie civili, di impegno per il cambiamento (a questo riguardo, segnalo l’ultimo studio, il Dossier Corruzione, presentato lunedì scorso a Roma).
Dalla Chiesa ha insistito sul fatto che ormai occorre ricostruire questo Paese, perché ci sono troppe macerie in giro per pensare ancora di poter riparare, e sulla mancanza di proposte e di progetti di lungo periodo, che rappresentino davvero un’inversione di tendenza, una volontà profonda di cambiamento.

Il discorso mi ha colpito, sia perché trasmetteva la bellezza del lavoro condiviso tra tutte le persone che hanno fatto e stanno facendo assieme Libera – da diciott’anni a questa parte – sia perché comunicava l’urgenza e la passione dell’impegno, testimoniato anche da tutte le domande di partecipazione ai corsi e alle scuole universitarie sulla criminalità, e dalle moltissime richieste di formazione supporto e collaborazione che arrivano continuamente a Libera, dalle scuole, dalle carceri, dagli ordini professionali, dagli enti locali.

Per dire un esempio quotidiano di quanto siamo caduti in basso in questo Paese (don Ciotti ha parlato di “coma etico”) mi sembra esemplare il “Buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa di oggi, “Piazza pulita“, che mi ha fatto subito pensare alle conferenze di Gherardo Colombo sulle regole e la legalità nel quotidiano: vicende come questa si commentano da sole, e sono più eloquenti di una conferenza.

Speriamo che in tante città e comuni italiani, cittadini associazioni e amministratori cerchino un’alleanza e intessano reti per ripartire dalle regole minime di convivenza, dai posti per disabili, dalle piste ciclabili lasciate libere alle bici, dalle attività commerciali “addio pizzo”. Da quella che un tempo si chiamava “educazione civica”, ma ora si chiama – più correttamente – legalità democratica. Occorrerà ripartire dalle fondamenta, ma per fortuna siamo in tanti a credere nel cambiamento e nella possibilità di ricostruire, con tenerezza e disciplina.

Libera a Genova: la memoria, l’impegno, la strada che rinasce

Questo è un post dichiaratamente di parte: seguo e stimo don Luigi Ciotti da tantissimi anni, fin da quando era conosciuto solo per il suo impegno con il Gruppo Abele, e penso che pochi sacerdoti e personaggi pubblici in Italia abbiano il suo carisma, la sua capacità di parlare diritto al cuore, la sua parresia.

Libera, “Associazioni nomi e numeri contro le mafie”, è nata nel 1995 da un’intuizione di don Ciotti e ha saputo riunire e coordinare il meglio dell’associazionismo italiano, mobilitando grandissime energie – in particolare, tra i giovani – per unire la memoria di tutte le vittime delle mafie e l’impegno quotidiano per la legalità.

Ogni anno, la primavera si apre con la Giornata della Memoria e dell’Impegno, che mette assieme momenti di grande impatto simbolico, come la marcia di migliaia di persone, strette attorno ai familiari delle vittime, e la lettura dei 900 nomi delle vittime di mafia conosciute, con spunti molto concreti di formazione e di confronto, attorno a un tema.

Ieri, a Genova, c’ero anch’io, assieme a tanti amici di Libera Milano: mi sono sentito a casa e ho fatto il pieno di buone energie e di fiducia nel cambiamento possibile, nonostante le zone grigie e le complicità di cui continuano a godere le mafie in Italia. Le agenzie di stampa hanno dato conto del discorso commosso di don Ciotti al Porto Antico, delle sue denunce e dei suoi richiami all’impegno nella quotidianità, perché le parole ormai sono stanche, e non possono bastare.

Vorrei dire qui due parole sul seminario tematico al quale ho partecipato nel pomeriggio, dedicato alle buone pratiche nel riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia, applicando la benemerita legge 109 del 1996. Vi ho appreso che l’Agenzia Nazionale per i beni confiscati conta solo 30 (trenta!) dipendenti in tutta Italia, che meno della metà dei beni immobili trova un effettivo riutilizzo a fini sociali, spesso per la presenza di ipoteche bancarie, e che purtroppo il 90% delle società sottoposte a sequestro finiscono per essere inattive, ferme oppure fallite. Ho ascoltato i racconti e le testimonianze appassionate di persone come Franco La Torre (figlio di Pio e impegnato in Libera e nel network FLARE) o come Francesco Menditto, magistrato in Abruzzo e grande esperto di beni confiscati. Ho apprezzato l’entusiasmo di Claudio Oliva, responsabile di Job Centre a Genova e attivissimo nel progetto di “rinascita creativa” dello storico quartiere della Maddalena.

Più di tutti, però, mi hanno colpito l’entusiasmo e la passione di Daniela De Martini, della cooperativa sociale “Il pane e le rose” di Genova: Daniela, dal 26 gennaio scorso, è la responsabile della bottega “In scià stradda“, sorta in un “basso” della Maddalena, un bene confiscato e restituito a un meritorio scopo sociale.
Ascoltare Daniela, la passione con cui ha sottolineato il grande valore della bottega “nella strada” della Maddalena e dei prodotti – di Libera Terra, del commercio equo e solidale, dell’economia carceraria – che vi si vendono, sentire tutta l’emozione nella sua voce mentre diceva: “Non mi interessa che il terreno agricolo bruciato si trovi a 800 km da qui, perché quella è casa mia” è stato molto coinvolgente e toccante, e può essere difficilmente raccontato a parole (si può raccontare la forza di un groppo in gola o l’intensità di un applauso che vorrebbe essere un abbraccio collettivo?). Ma è stato importante, decisivo, per tornare a casa con un entusiasmo rinnovato e rinforzato.

L’Italia è piena di “zone grigie”, di persone che “tengono famiglia”, di funzionari pubblici che non vedono irregolarità o che accomodano pratiche, di stimati professionisti che forniscono pareri e consulenze a poco stimabili criminali: questo è uno dei motivi – assieme alla presenza delle mafie, all’incertezza del diritto e alla carenza di infrastrutture – che tengono tanti investitori stranieri lontani dal nostro Paese. Mentre le mafie dell’Est Europa vi sbarcano con successo e vi ottengono fatturati sempre crescenti, stringendo alleanze con le mafie italiane, di cui siamo esportatori – assai poco fieri – da decenni.
C’è molto lavoro da fare, a partire dall’emanazione di buone leggi e dalla loro costante applicazione. Eppure, con don Ciotti, credo che il contributo più importante possa venire dall’impegno quotidiano, di tutti i cittadini italiani, nel sentire come “cosa nostra” la memoria di tutte le vittime innocenti di mafia e come “casa nostra” ogni pezzetto di questo Paese, specialmente quelli più disastrati, dimenticati, maltrattati.
Tutti assieme, ce la possiamo fare. Perché, come diceva Peppino Impastato, la mafia è una montagna, sì, ma una montagna di merda.