I puntini e le linee

Poco fa, ripensavo al campo di Legambiente a Pollica dell’estate scorsa, a quanti spunti e arricchimenti mi ha lasciato, all’importanza di far bene la propria parte nel territorio dove si vive. Alla necessità di salvaguardarlo per chi verrà dopo di noi.
Pensavo che ci sono andato perché il Presidio di Libera del quale faccio parte è intitolato ad Angelo Vassallo. E a quante cose ho imparato (a quante bellissime persone ho conosciuto) da quando ho dato addio al mio “posto fisso” da informatico efficiente & affidabile.
E ripensavo a quella frase di Steve Jobs sui puntini che segnano la “pista” della nostra vita, e alle linee che li congiungono, misteriosamente. Spesso non le vediamo, le linee, le scopriamo solo a posteriori: è questione di affidarsi, di credere che nulla accade mai per caso.
Che meraviglioso viaggio, la vita…

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Tutti a ripetizioni di antimafia?

Vivo da sempre nella Grande Milano. Nel Sud-Ovest Milanese, a voler essere precisi. E ho un po’ il vizio della memoria. Per dire, ricordo bene i tempi di “Mani Pulite”, che per me erano i tempi dell’università e della lettura di “Avvenimenti” e di “Società Civile”, due testate che sapevano fare molto bene giornalismo d’inchiesta e di denuncia.

Risale a quegli anni la mia conoscenza di Nando dalla Chiesa, attuale Presidente Onorario di Libera e allora conosciuto come vittima di mafia, intellettuale attivo nel circolo “Società Civile”, tra i fondatori de “La Rete – Movimento per la Democrazia” e poi candidato sindaco di Milano: un sacco di miei compagni di università fecero campagna per lui, indossando t-shirt con lo slogan “Voglio un sindaco coi baffi”. Vinse poi Marco Formentini, diventando sindaco leghista di Milano.

Da allora, la mia strada si è incrociata molte volte con quella del Professor dalla Chiesa, e oggi è bello sentirsi parte di un grande movimento come Libera, “Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie”: ne ho scritto l’ultima volta un mese fa, in un post intitolato “Ricostruire“.

Conosco da molti anni anche l’attuale sindaco di Buccinasco, qui dalle mie parti. Si chiama Giambattista Maiorano, ma è conosciuto da tutti come Gianni. E’ un galantuomo vecchio stampo, che a una tranquilla pensione ha preferito l’impegno come sindaco di centrosinistra della sua città. E come vicesindaco si è scelto Rino Pruiti, suo avversario alle primarie di coalizione, un militante dell’ambientalismo, che conosco da quando eravamo entrambi iscritti e attivi nei Verdi (e il Sud-Ovest Milanese è teatro da sempre di battaglie durissime tra chi difende il territorio e il Parco Agricolo Sud Milano e chi spiana la strada ai palazzinari, che lo “valorizzano” in vari modi, ora costruendo alloggi, ora aumentando le strade, ora edificando nuovissimi centri commerciali).

Tutti motivi per i quali la ‘ndrangheta è da tempo fiorente da queste parti: si parla sempre di Buccinasco, “la Platì del Nord”, ma si tende a dimenticare che la Direzione Distrettuale Antimafia censisce nelle sue mappe la “locale” di ‘ndrangheta di Corsico, e che l’elenco dei beni confiscati alle mafie in questi comuni è in continuo aumento (per fortuna, molti di questi beni sono stati riassegnati e destinati a finalità sociali).

In questi giorni, mi fa davvero male – no, anzi, mi fa arrabbiare tantissimo – leggere le polemiche nate dopo la pubblicazione del libro di Nando dalla Chiesa  e Martina Panzarasa, “Buccinasco. La ‘ndrangheta al Nord“. Non ho letto il libro e mi dispiace, ma rimedierò presto, visto che parla del territorio in cui vivo. In compenso, sto seguendo tutta la querelle che ha fatto seguito alla pubblicazione, snodandosi tra blog e quotidiani.
Riassumendo, e facendo quindi alcune semplificazioni, Nando dalla Chiesa – e ora anche Gianni Barbacetto, su “il Fatto Quotidiano” di oggi – se la prendono con gli attuali amministratori di Buccinasco, “rei” di minimizzare la gravità della situazione, di difendere a ogni costo Buccinasco e i suoi abitanti (famiglie mafiose incluse), di avere tanta voglia di rimozione. In particolare, non viene perdonata al sindaco Maiorano un’affermazione, scritta in una lettera aperta ai propri concittadini e pubblicata sul sito web del Comune: “Buccinasco non è sinonimo di male. Non basta essere calabresi e neppure portare un cognome compromesso per essere un poco di buono. È questa l’immagine che non condivido e che il libro, malgrado l’intento che si propone, rischia di dare della nostra città”.

Parole sante. Come dice sempre don Luigi Ciotti, Presidente di Libera, “bisogna distinguere per non confondere”. E infatti, Buccinasco è piena di persone oneste, di cittadini avvertiti della presenza criminale, che fanno del loro meglio per non dare spazio alle mafie. Pur consapevoli che le zone grigie sono tante, gli anticorpi ancora troppo pochi, e che l’indifferenza è spesso il terreno di coltura più fertile perché la malapianta metta radici sempre più profonde, dopo aver attecchito molti anni fa.

Non si capisce, allora, per quale motivo continuino a giungere richiami, distinguo e inviti agli amministratori locali – che mettono tempo, faccia ed energie a servizio della cittadinanza, in cambio di stipendi ed indennità risibili – perché siano più fermi. Non cedano alla tentazione della “preoccupazione reputazionale”. Parlino chiaramente, denunciando, facendo terra bruciata attorno ai clan e ai loro fiancheggiatori.

Ecco, queste persone io le conosco. Da tempo. Conosco la loro passione e la loro onestà. Il piglio con cui hanno messo mano alla “macchina comunale”, al Bilancio, al Piano di Governo del Territorio. Senza sconti né strizzatine d’occhio agli “amici degli amici”. Scegliendo pure atti simbolici, come l’adesione di Buccinasco ad “Avviso Pubblico” (Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie). Oppure dichiarando pubblicamente, durante la commemorazione ai caduti in guerra, che è necessaria una “lotta al sistema ‘Ndranghetista”, come ha fatto stamattina il sindaco Maiorano.

Ecco, io sono un semplice cittadino. Faccio del mio meglio per onorare la memoria delle vittime di mafia e per impegnarmi sul territorio a favore della legalità democratica. E mi indigna profondamente – mi fa letteralmente rivoltare le budella! – leggere articoli e prese di posizione che sembrano invitare gli amministratori onesti – tra i quali cito doverosamente la mia amica Rosa Palone, Presidente del Consiglio Comunale di Buccinasco e Consigliere con delega alla legalità – ad andare a ripetizioni di antimafia.

E’ necessario distinguere per non confondere. Occorre lavorare ogni giorno, con passione e con tenacia, sul territorio che si abita, per costruire la legalità democratica.
Chi fa tutto questo merita rispetto. Critiche costruttive, certo. Stimoli a fare di più e meglio, ci mancherebbe. Ma rispetto, sopra ogni cosa.

Ricostruire

Ieri ho partecipato all’assemblea provinciale di Libera Milano, alla Camera del Lavoro. Non c’era moltissima gente – l’orario d’inizio ha forse penalizzato chi era ancora al lavoro – ma di sicuro erano presenti tante persone in gamba, e tante buone energie.

Man mano che venivano ricordate tutte le iniziative compiute nell’ultimo anno, si poteva toccare con mano il crescente coinvolgimento dei cittadini – e dei giovani in modo particolare – attorno a temi come la memoria delle vittime di mafia, lo studio e la ricerca sulla presenza della criminalità organizzata in Italia e nel mondo, la valorizzazione dei beni confiscati, la cittadinanza attiva.

Al termine dell’incontro, c’è stato un bell’intervento di chiusura di Nando dalla Chiesa, Presidente onorario di Libera, che ha parlato con passione della corruzione, delle differenze con Tangentopoli di vent’anni fa (io c’ero, e mi ricordo tutto, ahimè!) e della grande credibilità che Libera ha assunto, dopo tanti anni di lavoro serio, di testimonianze, di battaglie civili, di impegno per il cambiamento (a questo riguardo, segnalo l’ultimo studio, il Dossier Corruzione, presentato lunedì scorso a Roma).
Dalla Chiesa ha insistito sul fatto che ormai occorre ricostruire questo Paese, perché ci sono troppe macerie in giro per pensare ancora di poter riparare, e sulla mancanza di proposte e di progetti di lungo periodo, che rappresentino davvero un’inversione di tendenza, una volontà profonda di cambiamento.

Il discorso mi ha colpito, sia perché trasmetteva la bellezza del lavoro condiviso tra tutte le persone che hanno fatto e stanno facendo assieme Libera – da diciott’anni a questa parte – sia perché comunicava l’urgenza e la passione dell’impegno, testimoniato anche da tutte le domande di partecipazione ai corsi e alle scuole universitarie sulla criminalità, e dalle moltissime richieste di formazione supporto e collaborazione che arrivano continuamente a Libera, dalle scuole, dalle carceri, dagli ordini professionali, dagli enti locali.

Per dire un esempio quotidiano di quanto siamo caduti in basso in questo Paese (don Ciotti ha parlato di “coma etico”) mi sembra esemplare il “Buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa di oggi, “Piazza pulita“, che mi ha fatto subito pensare alle conferenze di Gherardo Colombo sulle regole e la legalità nel quotidiano: vicende come questa si commentano da sole, e sono più eloquenti di una conferenza.

Speriamo che in tante città e comuni italiani, cittadini associazioni e amministratori cerchino un’alleanza e intessano reti per ripartire dalle regole minime di convivenza, dai posti per disabili, dalle piste ciclabili lasciate libere alle bici, dalle attività commerciali “addio pizzo”. Da quella che un tempo si chiamava “educazione civica”, ma ora si chiama – più correttamente – legalità democratica. Occorrerà ripartire dalle fondamenta, ma per fortuna siamo in tanti a credere nel cambiamento e nella possibilità di ricostruire, con tenerezza e disciplina.

Sii tu stesso

In questi giorni di scandali, di titoloni, di (ennesime) pubbliche crociate contro corruzione e malaffare, mi stupisce lo spreco di buone energie. Consumate per informarsi, commentare, indignarsi, godersi la pubblica gogna. Quali che siano i reprobi.

Mi stupisce perché, allo stesso tempo, ho continue conferme di quante persone in gamba facciano in silenzio la propria parte. Al meglio, con tutta la passione e l’intensità di cui sono capaci. Il più delle volte, senza smanie di protagonismo. Talvolta, purtroppo, rimettendoci in prima persona, perché i tempi sono davvero grami, e non sempre capacità passione e intensità bastano a garantire un futuro sereno.

Ecco, pensando a tutti quelli che si stracciano le vesti e poi, nella vita di ogni giorno, diventano complici del malaffare, delle furbizie, dell’illegalità, “perché bisogna pur campare”, mi torna alla mente un pensiero di Gandhi, che tengo sempre con me, a mo’ di promemoria: “Sii tu stesso il cambiamento che vorresti vedere nel mondo“.

Basterebbe questa scelta, occorrerebbe solo spendere bene le nostre energie per riuscire a cambiare – con un po’ di attenzione e di gradualità – tante cose. A partire dal poco, dalla nostra vita. Come propongono i gruppi dei Bilanci di giustizia, per fare un solo esempio. O come racconta “L’economia del noi“, per aggiungerne un altro.

“Sii tu stesso”: mica un lavoro da poco. Un po’ come dire: smetti di delegare. Non rifugiarti nel “così fan tutti”. Non cercare facili scorciatoie, o mugugni a buon mercato.
“Sii tu stesso il cambiamento”: non rimandare a domani. Non caricare di altra zavorra i tuoi figli, le generazioni che ci seguiranno. Inizia per primo a tracciare strade nuove.

E’ faticoso, non ci son storie. Significa nuotare controcorrente, spesso. Uscire dal conformismo, dalle mode (che magari fanno comodo a qualche iGenio-del-marketing). Significa riscoprire saggezze antiche, come il gusto della sobrietà e del saper riparare, caro ai nostri nonni, rispetto all’usa-e-getta che ci è familiare.

Soprattutto, mi sembra di aver capito, significa essere autentici. Rifuggire dal desiderio di piacere e di compiacere. Non adeguarsi, magari in nome del quieto vivere.
E’ un modo di essere che è parente stretto della consapevolezza, del discernimento. Della ricerca dell’essenziale. Che non è radicalismo, intransigenza, assoluta-fedeltà-ai-principi, durezza-e-purezza. Piuttosto, è condivisione, scambio, tensione verso il futuro. E assieme, comprensione verso chi arranca, perché ha il fiato un po’ più corto.

Il cambiamento, il nuovo che può nascere, ha tantissimi padri e madri: io credo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da qualche parte nell’Universo, vedano tutte le ragazze e i ragazzi di Libera e siano i loro ultrà, i più sfegatati tifosi di un cambiamento che cammina ogni giorno, sulle loro gambe, verso il futuro.

Dov’ero il 19 luglio 1992

Stimolato dalla domanda fatta da Marina Petrillo agli ascoltatori di Radio Popolare, ho messo assieme un po’ di ricordi sul giorno della strage di via D’Amelio, a Palermo, nel quale furono uccisi Paolo Borsellino e i suoi uomini di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Li trascrivo qui, e mi piacerebbe che qualche visitatore di passaggio aggiungesse i suoi personali ricordi: giorni come il 23 maggio e il 19 luglio 1992 hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria di chi c’era, ed era grande abbastanza per capire.

Il 19 luglio 1992 ero in vacanza al mare, a Follonica. Un campeggio in riva al mare.

Avevo 25 anni, ero parecchio informato sulla situazione politica ed ero rimasto molto colpito già dall’uccisione di Giovanni Falcone.

Non ricordo di preciso come appresi dell’attentato di via D’Amelio, credo tramite un tam-tam incredulo, di bocca in bocca.

Ricordo bene, invece, l’amarezza che provai dopo, i pensieri angoscianti che mi assalirono, in una lunga passeggiata al tramonto, in riva al mare.

Ricordo che il giorno dopo – era lunedì – mi domandai quali quotidiani comprare: leggevo Repubblica, ma non usciva (ancora) il lunedì. Così comprai il Corriere della Sera e l’Unità. Li lessi da cima a fondo, in cerca di risposte alle mie domande. Non ne trovai, e quei ritagli ingialliti mi hanno tenuto compagnia per moltissimi anni.

Oggi mi consola molto vedere quanti giovani si mobilitino in questi anniversari, anche grazie a Libera. E ho speranza per questo Paese, perché verità e giustizia diventino realtà. Perché la mafia, come tutte le cose umane, abbia una fine.

Libera a Genova: la memoria, l’impegno, la strada che rinasce

Questo è un post dichiaratamente di parte: seguo e stimo don Luigi Ciotti da tantissimi anni, fin da quando era conosciuto solo per il suo impegno con il Gruppo Abele, e penso che pochi sacerdoti e personaggi pubblici in Italia abbiano il suo carisma, la sua capacità di parlare diritto al cuore, la sua parresia.

Libera, “Associazioni nomi e numeri contro le mafie”, è nata nel 1995 da un’intuizione di don Ciotti e ha saputo riunire e coordinare il meglio dell’associazionismo italiano, mobilitando grandissime energie – in particolare, tra i giovani – per unire la memoria di tutte le vittime delle mafie e l’impegno quotidiano per la legalità.

Ogni anno, la primavera si apre con la Giornata della Memoria e dell’Impegno, che mette assieme momenti di grande impatto simbolico, come la marcia di migliaia di persone, strette attorno ai familiari delle vittime, e la lettura dei 900 nomi delle vittime di mafia conosciute, con spunti molto concreti di formazione e di confronto, attorno a un tema.

Ieri, a Genova, c’ero anch’io, assieme a tanti amici di Libera Milano: mi sono sentito a casa e ho fatto il pieno di buone energie e di fiducia nel cambiamento possibile, nonostante le zone grigie e le complicità di cui continuano a godere le mafie in Italia. Le agenzie di stampa hanno dato conto del discorso commosso di don Ciotti al Porto Antico, delle sue denunce e dei suoi richiami all’impegno nella quotidianità, perché le parole ormai sono stanche, e non possono bastare.

Vorrei dire qui due parole sul seminario tematico al quale ho partecipato nel pomeriggio, dedicato alle buone pratiche nel riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia, applicando la benemerita legge 109 del 1996. Vi ho appreso che l’Agenzia Nazionale per i beni confiscati conta solo 30 (trenta!) dipendenti in tutta Italia, che meno della metà dei beni immobili trova un effettivo riutilizzo a fini sociali, spesso per la presenza di ipoteche bancarie, e che purtroppo il 90% delle società sottoposte a sequestro finiscono per essere inattive, ferme oppure fallite. Ho ascoltato i racconti e le testimonianze appassionate di persone come Franco La Torre (figlio di Pio e impegnato in Libera e nel network FLARE) o come Francesco Menditto, magistrato in Abruzzo e grande esperto di beni confiscati. Ho apprezzato l’entusiasmo di Claudio Oliva, responsabile di Job Centre a Genova e attivissimo nel progetto di “rinascita creativa” dello storico quartiere della Maddalena.

Più di tutti, però, mi hanno colpito l’entusiasmo e la passione di Daniela De Martini, della cooperativa sociale “Il pane e le rose” di Genova: Daniela, dal 26 gennaio scorso, è la responsabile della bottega “In scià stradda“, sorta in un “basso” della Maddalena, un bene confiscato e restituito a un meritorio scopo sociale.
Ascoltare Daniela, la passione con cui ha sottolineato il grande valore della bottega “nella strada” della Maddalena e dei prodotti – di Libera Terra, del commercio equo e solidale, dell’economia carceraria – che vi si vendono, sentire tutta l’emozione nella sua voce mentre diceva: “Non mi interessa che il terreno agricolo bruciato si trovi a 800 km da qui, perché quella è casa mia” è stato molto coinvolgente e toccante, e può essere difficilmente raccontato a parole (si può raccontare la forza di un groppo in gola o l’intensità di un applauso che vorrebbe essere un abbraccio collettivo?). Ma è stato importante, decisivo, per tornare a casa con un entusiasmo rinnovato e rinforzato.

L’Italia è piena di “zone grigie”, di persone che “tengono famiglia”, di funzionari pubblici che non vedono irregolarità o che accomodano pratiche, di stimati professionisti che forniscono pareri e consulenze a poco stimabili criminali: questo è uno dei motivi – assieme alla presenza delle mafie, all’incertezza del diritto e alla carenza di infrastrutture – che tengono tanti investitori stranieri lontani dal nostro Paese. Mentre le mafie dell’Est Europa vi sbarcano con successo e vi ottengono fatturati sempre crescenti, stringendo alleanze con le mafie italiane, di cui siamo esportatori – assai poco fieri – da decenni.
C’è molto lavoro da fare, a partire dall’emanazione di buone leggi e dalla loro costante applicazione. Eppure, con don Ciotti, credo che il contributo più importante possa venire dall’impegno quotidiano, di tutti i cittadini italiani, nel sentire come “cosa nostra” la memoria di tutte le vittime innocenti di mafia e come “casa nostra” ogni pezzetto di questo Paese, specialmente quelli più disastrati, dimenticati, maltrattati.
Tutti assieme, ce la possiamo fare. Perché, come diceva Peppino Impastato, la mafia è una montagna, sì, ma una montagna di merda.

Libera: profumo di futuro

Conosco “Libera” da un sacco di anni, e stimo don Luigi Ciotti da quando era “solo” il fondatore del Gruppo Abele. Ma qualcosa è cambiato per me dal 21 marzo del 2010, quando “Libera” tenne a Milano la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Sarà che vivo nel Sud-Ovest Milano, un territorio che non si può dire sia infiltrato dalle mafie: è semplicemente una floridissima colonia delle ‘ndrine calabresi, che ne condizionano l’economia (sportelli bancari aprono ogni anno, in ogni comune) e la politica, ne inquinano il commercio, l’edilizia, gli appalti pubblici, come documentato da moltissime inchieste giudiziarie degli ultimi anni.

A marzo di quest’anno, “Libera” ha aperto nella nostra zona un presidio territoriale, che è stato intitolato ad Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, ucciso per essersi opposto alla speculazione edilizia che avrebbe deturpato per sempre Acciaroli, la frazione a mare che è una perla del Cilento.

Partecipare alle attività del neonato presidio di “Libera”, mi ha fatto conoscere bellissime persone: quelle che dedicano tempo, passione ed entusiasmo alle attività, e quelle che scelgono di farsi coinvolgere nelle iniziative, testimoniando con la loro presenza un profumo di futuro che non soccombe al tanto marciume che sembra circondarci.
Don Luigi Ciotti dice spesso che occorre distinguere per non confondere, per non cadere nei luoghi comuni: non cambierà niente, siete dei poveri illusi, “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera” (come canta De Gregori, in una splendida canzone) e queste persone ne sono il miglior esempio.

Ieri “Libera” ha organizzato una “giornata porte aperte” davvero significativa e l’ha chiamata “Scopri il bene”: una visita guidata, per le scuole e per tutti i cittadini, a moltissimi immobili sequestrati alle mafie e riutilizzati a fini sociali, come prevede la benemerita legge 109 del 1996, nata da una grande mobilitazione popolare voluta da “Libera”. Si scopre così che la Lombardia è la quarta regione in Italia per numero di beni confiscati, metà dei quali nella sola Provincia di Milano, notoriamente ricca di opportunità, di affari e di beni, mobili e immobili. Del senso di questa iniziativa ha scritto, benissimo, Nando dalla Chiesa, che di “Libera” è Presidente onorario, e che da poco è stato nominato Presidente del Comitato Antimafia istituito dal Comune di Milano.

Personalmente, ieri ho avuto la fortuna di partecipare alla serata di Corsico, che si è svolta nella sede di “Club Corsico”, benemerita associazione di mutuo-aiuto sul fronte della disabilità mentale, che ha trovato casa nei locali di un ex-minimarket appartenuto alla famiglia mafiosa dei Ciulla, restituiti dal 2009 alla collettività, intitolati a Silvia Ruotolo e utilizzati per incontri, corsi di alfabetizzazione informatica, ginnastica, canto e, appunto, mutuo-aiuto tra le famiglie: ho conosciuto persone bellissime, speciali nella loro assoluta normalità. Ho gustato l’entusiasmo dell’Italia migliore, solidale, che sa condividere e ama declinare i verbi alla prima persona plurale: “noi”.

La grandezza di “Libera”, secondo me, sta tutta qua: nella volontà di custodire con tenerezza la memoria delle vittime di tutte le mafie e, assieme, nella capacità di spargere, con la mano larga dei vecchi contadini, semi di giustizia e di legalità. Profumo di futuro, per un Paese migliore.