Sortirne assieme

Sempre più spesso, faccio caso ai messaggi negativi che attraversano le nostre giornate. Parole come incertezza, precarietà, ansia, paura diventano la cifra di questa lunga stagione di crisi: radio, TV, giornali, social media ne sono pieni, in un quadro a tinte fosche.

Sono tempi grami, con la sensazione di essere derubati di fette di futuro, di dover pagare un prezzo salato per colpe commesse da altri. Si fa di necessità virtù, si parla di sobrietà, ma a volte – troppo spesso – si litiga con i conti da pagare. Si pensa di emigrare, in cerca di fortuna.

Io non ho ricette, al massimo qualche bussola. Ma mi convinco sempre più che un modo per uscire dal tunnel sia provare a stare assieme. A rimanere più vicini, uniti, solidali.
Mi sembra che la bellezza ci sia necessaria, ancora più di prima: la bellezza vera, non il lusso, l’ostentazione, l’eccesso. L’equilibrio, piuttosto, l’armonia delle forme e dei colori. E pure la gratuità, la condivisione, lo scambio. La capacità di liberarsi dalla schiavitù del denaro, dalla necessità di attribuire un prezzo a tutto. Come se il valore di tantissimi gesti non stesse nell’amore con cui sono compiuti.
Più di tutto, mi sembra che la tenerezza ci possa aiutare a rimanere saldi nella nostra umanità: la capacità di sorridere per primi, di ascoltare con attenzione e rispetto, di abbracciare a lungo chi soffre, senza cercare parole consolatrici a buon mercato. E poi, forse, provare a riscoprire la lentezza, il gusto delle cose fatte bene, prendendosi tutto il tempo che serve. Lasciando andare i tanti, troppi stimoli che reclamano briciole della nostra attenzione. E tentando piuttosto di trovare una nuova consapevolezza, lieve e radicata nel presente.

Ecco, davvero non so se tutto questo possa bastare, forse no. Forse c’è bisogno di molto altro, di cambiamenti più profondi, e collettivi. Dovremo mettere a frutto conoscenze e creatività, riscoprire saggezze antiche e declinarle in modi nuovi. Eppure, se c’è modo di cambiare, di evolvere, lo troveremo assieme. Pensando col “noi”.

Se vuoi arrivare prima, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme. (proverbio africano)

camminare

Torno al Sud

Domani parto per le vacanze. Torno al Sud, a cinque anni dall’ultima volta. Fu in Salento, nel 2007, in luoghi bellissimi per i colori, gli odori, il calore della gente. Ne ho un ricordo vivido, ci tornerei subito. Per girare, esplorare i luoghi. E per conoscere, incontrare le persone. Sedermi a tavola con loro.

Ho un ricordo particolare di un posto unico, Porto Selvaggio. Un tratto di costa che è stato conservato a macchia mediterranea, carico di sensazioni, amplificate dal sole estivo. Un luogo che deve la sua tutela a Renata Fonte, assassinata per essersi opposta a tutti i progetti di speculazione edilizia, contrabbandata come “valorizzazione”. Di persone come Renata, bisogna custodire gelosamente la memoria, pensando alla solitudine e alla tenacia con le quali hanno lottato, per difendere la propria terra.

Domani parto per Acciaroli, in Cilento, col desiderio di conoscere i luoghi nei quali ha operato Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, assassinato da ignoti sicari nel settembre 2010. Un’altra persona che amava testardamente la sua terra. Che ha messo le migliori energie, tutta la sua intelligenza, per favorirne il progresso, tutelandone il territorio e salvaguardando i suoi tesori, a partire dal mare. Proprio oggi, mi è capitato di leggere una notizia, un giovane politico cilentano emarginato nel proprio partito per aver denunciato le collusioni tra leader politici locali e costruttori edilizi. Persone come Angelo Vassallo hanno fatto l’esatto contrario, promuovendo l’ospitalità diffusa e opponendosi agli scempi edilizi. Oggi, altre persone portano avanti la sua battaglia, e avremo modo di conoscerli, con gli amici di Legambiente e di Libera che parteciperanno ai campi estivi di Acciaroli.

Io vivo nella Grande Milano, un territorio servitissimo, pieno di opportunità, di lavoro. Di aziende artigiane e di grandi imprese. Di traffici e di commerci, tanto che si è candidato a ospitare l’Expo 2015. E’ anche un territorio cementificato, nel quale i suoli agricoli cedono il passo ai capannoni industriali. E’ una delle maggiori piazze commerciali italiane – il mercato del pesce ha un primato nazionale – che però distrugge paesaggio e agricoltura. E non ha il mare. Né il calore, il cuore, la bellezza di tanti luoghi del nostro Sud. Con tutte le sue contraddizioni, e i suoi scempi, sia chiaro.

Torno al Sud, dicevo. E torno col pensiero a un’estate di undici anni fa. M’imbattei in un libriccino, intitolato “Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale”: ho amato quel libro, l’ho prestato e regalato moltissime volte. Stupito e divertito, al pensiero che l’autore – Christoph Baker – fosse uno Svizzero di Ginevra. Stabilitosi in Italia nel 1984, e innamorato del nostro paese.
Vorrei riportare qualche riga dalla quarta di copertina, pensando al fatto che il Salento, il Cilento e i Pensieri Lenti hanno qualche parentela etimologica. Di cuore, di emozioni. E che per me, tornare al Sud significa pure tornare a un’idea di vita più conviviale. E forse, più congeniale alla nostra umanità.

Il lavoro è diventato una condanna, dentro un sistema che fa del profitto e del consumo gli unici scopi della vita.
La velocità e l’arrivare primi sono diventati un mito distruttivo. Le persone non hanno più tempo per le emozioni, i sentimenti, le relazioni, il pensiero, la memoria, la festa, la vita!
Non è assurdo tutto questo? Non ci si dovrà liberare, ritornando a quei ritmi che la natura suggerisce ed esige?

Buona estate, e soprattutto buona vita!

Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.

Il digiuno negli Anni Dieci

Oggi inizia la Quaresima, il periodo di sei settimane che precede la Pasqua.
Le espressioni popolari che richiamano la Quaresima hanno sempre a che vedere con le privazioni, la sofferenza, il digiuno. Con immagini tristi, polverose, che sanno tanto di racconti della nonna, oppure richiamano i film di Fantozzi: “In ginocchio sui ceci… No, abbi pietàa…”.

Mi veniva da chiedermi quale sia il significato del digiuno, in quest’epoca di opulenza – per molti, non per tutti – nella quale si va al ristorante per una bella mangiata di pesce, mettendo in conto di spendere molte decine di euro. E si associa piuttosto il digiuno allo sciopero della fame: quello dei Radicali, degli attivisti finiti in carcere per le loro idee, dei leader storici della nonviolenza.

Fino a qualche tempo fa, non mancavano i sacerdoti “moderni”, che raccomandavano come vero digiuno quello dalla televisione. Già oggi, però, i più aggiornati si orientano piuttosto su Facebook – specie se si rivolgono a gruppi di studenti di medie e superiori – sicuri di toccare tasti sensibili.

Eppure, forse, il digiuno che andrebbe sperimentato davvero – a prescindere dalla Quaresima – potrebbe essere quello dagli stimoli. Meglio ancora: dai mille stimoli di cui ribolle internet. Ci pensavo stamattina, mentre lasciavo il “rullo” di Twitter al suo destino e scorrevo con calma qualche articolo, come mi è sempre piaciuto fare la domenica. E incappavo in questo racconto di Beppe Severgnini, “Sette giorni fuori rete“, che consiglio di leggere, commenti inclusi. Prendendosi qualche minuto, in santa pace. E ancora un po’ di tempo, a fine lettura, per riflettere.

Ieri mattina, ero di turno nella bottega equo-solidale vicino casa. Non entravano clienti, e avevo tempo per leggere. Ho sfogliato il mio quotidiano, letto gli articoli che mi interessavano e son passato a “Internazionale”. Nel giro di mezz’ora, mi son letto tre articoli molto interessanti, che non credo avrei avuto tempo di leggere con altrettanta attenzione e concentrazione, se l’avessi tenuto in bella evidenza sulla scrivania di casa, in attesa di un po’ di tempo libero.

Sono un informatico, penso da tempo che internet abbia cambiato le nostre vite in meglio, regalandoci possibilità di conoscenza, di accesso ai dati e alle notizie inimmaginabili fino a vent’anni fa. Continuo ad appassionarmi alle mille opportunità di crescita e di riflessione che la Rete ci offre ogni giorno, per tacere della comodità di prenotare, comprare, accedere ad archivi di ogni genere tramite un PC, un tablet, uno smartphone.

Solo, mi vien da pensare a quanta bulimia può nascere dall’essere sempre connessi (always online, dicono gli Americani). A prescindere dagli effetti misurabili, dalla vera e propria dipendenza di cui parla anche Severgnini. E mi domando se un po’ di digiuno dal web non possa essere un buon modo per recuperare tempo prezioso. Per la lettura, le relazioni, la convivialità. Per spostarsi fisicamente, entrando in un museo, in un auditorium, in una libreria. Per alzare lo sguardo tutt’attorno, rallentando il passo, scambiando un sorriso e quattro chiacchiere con una persona sconosciuta. Magari, mentre leggiamo il giornale su una panchina. Ascoltando il soffio del vento tra gli alberi, annusando i primi fremiti di primavera nell’aria, mentre osserviamo i bimbi che corrono su un prato. Ancora ignari del meraviglioso cyber-mondo, e felici di stare a contatto con la terra.

Lentius, profundius, suavius

Scrivo queste righe standomene all’ombra e al fresco della breva che soffia dal Lago di Como, con un pensiero ricorrente e un po’ malinconico a quando dovrò riprendere la strada di casa, e rassegnarmi al grigiore della Bassa Milanese.

Ripenso a due esperienze emozionanti, vissute in Toscana a inizio agosto, che mi hanno regalato tanti spunti di riflessione, intrise come sono state di senso, di sapori buoni, di cose semplici, di fraternità.

Ho avuto modo, una volta di più, di sperimentare la bellezza delle relazioni. Di arricchirmi condividendo la fatica, la riflessione, l’ascolto con altre persone. Tutte incamminate lungo i sentieri della vita. Chi stanco delle svolte improvvise e dei vicoli ciechi, chi indeciso davanti a qualche bivio, chi in sosta dopo salite faticose e lunghi “strappi”, che sembrano non finire mai.

Momenti di sosta e di incontro come questi sono esperienze incomparabili – almeno per me – per uscire dal guscio delle mie abitudini, da una routine che spesso diventa galleggiamento, ripetizione di gesti, continuo saltabeccare da uno stimolo all’altro, da un’incombenza alla successiva. “Viviamo nell’era dell’attenzione discontinua”, diceva un articolo di qualche tempo fa: parlava di luoghi di lavoro, ma in fondo descriveva le nostre vite. Schiacciate tra mille compiti attese doveri piaceri scadenze. Proiettate sui progetti futuri, sulla prossima data cerchiata sul calendario. E spesso dimentiche del momento presente, dei ritmi naturali che hanno segnato la vita di tutte le generazioni che ci han preceduto, degli spazi di silenzio e di respiro per la nostra anima.

Esperienze come queste mi fanno pensare a quanto il mito dell’efficienza sia diventato il peggior nemico della semplicità, della Vita vissuta con la maiuscola. Come se la fretta, l’azione diritta allo scopo e poi al successivo e poi a un altro ancora fosse l’unica maniera di vivere alla nostra portata, il solo modo per sentire un sapore, un senso, una gioia nella collana delle nostre giornate. Che infiliamo come perline nel filo del tempo, scordandoci forse di contemplarle, di rallentare per aver tempo di gustarci un incontro, un paesaggio, un racconto. I rari attimi di spaesamento, di vuoto, di noia diventano nemici da combattere, ricorrendo ai migliori antidoti per scacciare alla svelta il dolore che fa capolino nell’anima.

Ecco, credo che avremmo bisogno più spesso di cambiare ritmi, di trovare e di regalarci spazio. Tempi dilatati, paesaggi dolci, ascolti pazienti. Silenzi rispettosi, scarni, senza più domande consigli rimedi informazioni. Un po’ come in una chiesa romanica, dove i vuoti sono in perfetto equilibrio con la pienezza delle forme e della luce.
Semplicità e grazia: non ci serve molto di più per andare incontro a ogni nuova giornata. E spazi di luce per la nostra anima, e per le anime che ci sono compagne di viaggio.

In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende)