25 Aprile: il simbolo della nostra Liberazione quotidiana

Riporto il testo integrale del discorso di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, tenuto oggi in piazza Duomo, al termine della manifestazione per l’anniversario della Liberazione. Parole totalmente condivisibili per ogni cittadino italiano che abbia a cuore la Costituzione, la tutela dei diritti, la legalità, la buona politica.

“Sessantasette anni fa, in questa piazza, Milano ha ritrovato la libertà. Oggi, qui, noi vogliamo ritrovare la fiducia e la speranza per guardare insieme al futuro.
La rivolta, a Milano, era partita già un giorno prima: a Niguarda la liberazione era già arrivata il 24 di aprile.

Il comandante Sandro Pertini aveva proclamato lo sciopero generale e tutta la città, il 25 aprile, era pronta a rialzare la testa. Gli operai nelle fabbriche, gli studenti e i professori nelle università, le donne e gli uomini in tutta la città.
Alle due di un pomeriggio piovoso, carico di angoscia e di attesa, le brigate partigiane sono entrate in piazza del Duomo. Milano e l’Italia, non aspettavano altro che liberare nostra città e il Paese intero.

È con commozione che, come sindaco di Milano – con la fascia tricolore che avete voluto darmi l’onore di portare – sono qui con voi a ricordare quel giorno e a rinnovare un impegno.
Ed è bello essere qui in tanti, di ogni generazione, a dire da che parte stiamo. A dire che stiamo dalla parte della libertà, della Costituzione, dei diritti democratici che i Partigiani hanno conquistato con la loro lotta, e anche con la loro vita. Siamo qui per dire che quella lotta non è terminata. E che non vogliamo che i nostri figli dimentichino. Non vogliamo che dicano – come è successo in un liceo di Roma, pochi giorni fa – che la nostra storia è «una favoletta».

La guerra di Liberazione è l’inizio di quello che noi siamo. E’ l’origine della nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sul ripudio della guerra.

Vedete, io non credo che più il tempo passa, più si allontani la necessità di commemorare, di ricordare, di festeggiare. Credo invece che più il tempo passa, più noi abbiamo bisogno di ricordare. Abbiamo il dovere di ricordare – ai giovani e ai meno giovani – gli anni bui della dittatura.
Dobbiamo ricordare i sacrifici di tanti per la libertà di tutti.
Dobbiamo rinforzare la memoria: per guardare avanti; non per ancorarci al passato. Oggi siamo qui per dire che non scorderemo il passato. Che onoreremo, come disse Piero Calamandrei, perché è il testamento che ci hanno lasciato 100 mila morti.
Oggi siamo qui anche per dire, con forza, che la Repubblica nata dalla Resistenza non può accettare – che noi non possiamo accettare – che il Mediterraneo sia la tomba di migliaia di donne e uomini, di bambine e bambini costretti a fuggire dalla fame, dalla miseria, dalla violenza, dalla guerra. Che non possiamo accettare una società dove i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Vogliamo un Paese che abbia, come priorità, la giustizia sociale.
Vogliamo un Paese capaci di offrire solidarietà, coesione e di rispettare i diritti di tutti.
Vogliamo un paese che non tradisca mai i princìpi e i valori che i combattenti per la libertà ci hanno donato.

Non siamo conservatori, se diciamo qui, forte, che il rispetto della Costituzione è la nostra strada maestra.
Abbiamo nostalgia del senso della comunità, della tutela dei diritti, di un’eguaglianza spesso dimenticata.
Abbiamo, oggi più che mai, nostalgia dell’onestà e della legalità.
Abbiamo nostalgia della buona politica.
Abbiamo fame di buona politica.

C’è un pericolo dal quale dobbiamo guardarci. Si chiama qualunquismo. È un pericolo che sfocia nell’antipolitica o nel populismo.
I partigiani ci hanno insegnato che bisogna lottare, non buttare le armi, chiudersi in casa e lasciar fare ad altri. Gandhi ci ha insegnato che in democrazia nessun fatto della vita si sottrae alla politica.

L’anno scorso, in questa piazza, il 25 Aprile abbiamo sentito chiara la voglia di cambiamento. La domanda di una Milano nuova, di una Milano rinnovata, di un’Italia nuova. Oggi siamo qui, a dimostrare che il cambiamento è cominciato e sta a noi portarlo a termine. E a dire che cambiare si può; che un mondo migliore è possibile.

Il 25 Aprile non può essere una corona di alloro e basta.
Non può essere solo lo sventolio di bandiere gloriose.
Ma deve essere il simbolo della nostra Liberazione quotidiana.

Perché, ne sono certo, ne sono convinto, facciamo Liberazione quando investiamo sulla cultura libera e plurale.
Facciamo liberazione quando ci battiamo per il diritto allo studio, quando difendiamo l’ambiente e il diritto alla casa.
Facciamo Liberazione quando non cediamo alla falsa retorica della paura del diverso e dello straniero.
Facciamo liberazione quando facciamo buona politica insieme alla gente.
Facciamo Liberazione quando pratichiamo la parità di genere, dentro e fuori dalle istituzioni.
Facciamo Liberazione quando ci impegniamo per il diritto al lavoro e all’eguaglianza.
Facciamo Liberazione anche quando costruiamo una memoria comune: una memoria che non dimentica chi stava dalla parte giusta.

Ecco perché diciamo con forza che le scelte nazionali di chi ci governa e chi sta in Parlamento non possono non tener conto di queste domande, di queste speranze. E che devono essere scelte di giustizia, di sviluppo ed equità che non scaricano il peso fiscale sui lavoratori, che non penalizzano chi ha già molto poco, che non fanno pagare quelli che hanno sempre pagato, che non rendano più facili i licenziamenti.

Cari Milanesi, cari Partigiani, cari Amici, rimaniamo uniti in questa battaglia di cambiamento. Facciamo in modo che il nostro impegno quotidiano per la libertà sia degno dei nostri Partigiani.

La Resistenza è stata l’azione di forze diverse che si sono riconosciute in uno slancio di libertà, nella voglia di ripartire verso un futuro più felice e più giusto per tutti. Oggi è il tempo della nuova Liberazione, di una nuova rivoluzione morale.

Siamo tanti, diversi ma uniti, a volere una pagina nuova e bella per l’Italia. Una pagina che si specchia nella Costituzione, nei suoi valori e che non dimentica il passato ma guarda al futuro.

Quella pagina, ne sono certo, la scriveremo assieme.
Ora e sempre Resistenza”.

[ testo tratto da Globalist.it, sito di The Globalist Network, che segnalo e consiglio vivamente di seguire ]

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Milano merita un sindaco perbene

Io vivo nella Grande Milano, in uno dei tanti paesoni dell’hinterland che stanno pian piano facendo corpo unico con la città. Come tantissime persone, sono un pendolare e vivo moltissimo Milano e i servizi che offre.

Se potessi votare per il Sindaco di Milano, non avrei dubbi. Per spiegare i motivi, prendo a prestito le parole di Dino Amenduni, che ha scritto un commento sul Fatto Quotidiano il 17 maggio, all’indomani delle elezioni:

Proprio mentre tutti insistono sul valore nazionale del risultato, io dirò qualcosa di completamente differente. Il 48% di Giuliano Pisapia è per grandissima parte merito suo. Sta emergendo con forza uno stile di leadership, un modo di stare nella politica, nelle relazioni coi partiti, con i cittadini, con le imprese, con le associazioni, che va oltre le campagne elettorali, la sfida contro la Moratti, la sinistra contro la destra, gli sponsor politici, l’origine della candidatura. A me Pisapia ricorda Romano Prodi. Perennemente sottovalutato dagli avversari, talvolta schernito perché diverso, distante dai modi roboanti ed eccessivi della politica-pop, eppure di successo, sia nella politica che nella professione.  […]
Pisapia è semplicemente un uomo di sinistra, fiero delle sue origini e non per questo incapace di dialogare. Dargli dell’estremista è una stupidaggine, una falsità, un incongruenza e lo è con o senza falsi dossier. Non è una mia opinione: il dato elettorale dice che il PD a Milano ha portato ben il 28% e che è proprio il Partito Democratico il primo motore di questo piccolo miracolo. Un miracolo tutto ‘di sinistra’, dato che Pisapia ha goduto di meno dell’1% di voto disgiunto a suo favore. Il risultato del PD è per certi versi sorprendente: dopo aver perso le Primarie, dirigenti, candidati (encomiabile la sportività e la dedizione di Stefano Boeri) ed elettori hanno fatto blocco compatto e i cittadini hanno risposto alla chiamata con entusiasmo. Nel frattempo la destra ha già sbagliato l’impostazione della campagna per il ballottaggio aumentando l’evocazione comunista ed estremista riferendosi a Pisapia. E qua mi torna in mente il parallelismo con Prodi: se vi dicessero che Prodi è un terrorista, non vi mettereste a ridere?”