Il compito che ci attende

In questi tempi difficili, nei quali ogni giorno ci raggiungono echi di odio e immagini di morte, credo che ci attenda un unico grande compito: vivere in pienezza, operare per il bene alla luce del sole, stringerci un po’ di più alle persone che amiamo, sorridere agli sconosciuti, non dimenticarci dei deboli e dei più piccoli.

Diffondere amore, e coltivare la speranza, per aiutare il futuro a sbocciare.

fiore tra le pietre

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Sortirne assieme

Sempre più spesso, faccio caso ai messaggi negativi che attraversano le nostre giornate. Parole come incertezza, precarietà, ansia, paura diventano la cifra di questa lunga stagione di crisi: radio, TV, giornali, social media ne sono pieni, in un quadro a tinte fosche.

Sono tempi grami, con la sensazione di essere derubati di fette di futuro, di dover pagare un prezzo salato per colpe commesse da altri. Si fa di necessità virtù, si parla di sobrietà, ma a volte – troppo spesso – si litiga con i conti da pagare. Si pensa di emigrare, in cerca di fortuna.

Io non ho ricette, al massimo qualche bussola. Ma mi convinco sempre più che un modo per uscire dal tunnel sia provare a stare assieme. A rimanere più vicini, uniti, solidali.
Mi sembra che la bellezza ci sia necessaria, ancora più di prima: la bellezza vera, non il lusso, l’ostentazione, l’eccesso. L’equilibrio, piuttosto, l’armonia delle forme e dei colori. E pure la gratuità, la condivisione, lo scambio. La capacità di liberarsi dalla schiavitù del denaro, dalla necessità di attribuire un prezzo a tutto. Come se il valore di tantissimi gesti non stesse nell’amore con cui sono compiuti.
Più di tutto, mi sembra che la tenerezza ci possa aiutare a rimanere saldi nella nostra umanità: la capacità di sorridere per primi, di ascoltare con attenzione e rispetto, di abbracciare a lungo chi soffre, senza cercare parole consolatrici a buon mercato. E poi, forse, provare a riscoprire la lentezza, il gusto delle cose fatte bene, prendendosi tutto il tempo che serve. Lasciando andare i tanti, troppi stimoli che reclamano briciole della nostra attenzione. E tentando piuttosto di trovare una nuova consapevolezza, lieve e radicata nel presente.

Ecco, davvero non so se tutto questo possa bastare, forse no. Forse c’è bisogno di molto altro, di cambiamenti più profondi, e collettivi. Dovremo mettere a frutto conoscenze e creatività, riscoprire saggezze antiche e declinarle in modi nuovi. Eppure, se c’è modo di cambiare, di evolvere, lo troveremo assieme. Pensando col “noi”.

Se vuoi arrivare prima, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme. (proverbio africano)

camminare

Sii tu stesso

In questi giorni di scandali, di titoloni, di (ennesime) pubbliche crociate contro corruzione e malaffare, mi stupisce lo spreco di buone energie. Consumate per informarsi, commentare, indignarsi, godersi la pubblica gogna. Quali che siano i reprobi.

Mi stupisce perché, allo stesso tempo, ho continue conferme di quante persone in gamba facciano in silenzio la propria parte. Al meglio, con tutta la passione e l’intensità di cui sono capaci. Il più delle volte, senza smanie di protagonismo. Talvolta, purtroppo, rimettendoci in prima persona, perché i tempi sono davvero grami, e non sempre capacità passione e intensità bastano a garantire un futuro sereno.

Ecco, pensando a tutti quelli che si stracciano le vesti e poi, nella vita di ogni giorno, diventano complici del malaffare, delle furbizie, dell’illegalità, “perché bisogna pur campare”, mi torna alla mente un pensiero di Gandhi, che tengo sempre con me, a mo’ di promemoria: “Sii tu stesso il cambiamento che vorresti vedere nel mondo“.

Basterebbe questa scelta, occorrerebbe solo spendere bene le nostre energie per riuscire a cambiare – con un po’ di attenzione e di gradualità – tante cose. A partire dal poco, dalla nostra vita. Come propongono i gruppi dei Bilanci di giustizia, per fare un solo esempio. O come racconta “L’economia del noi“, per aggiungerne un altro.

“Sii tu stesso”: mica un lavoro da poco. Un po’ come dire: smetti di delegare. Non rifugiarti nel “così fan tutti”. Non cercare facili scorciatoie, o mugugni a buon mercato.
“Sii tu stesso il cambiamento”: non rimandare a domani. Non caricare di altra zavorra i tuoi figli, le generazioni che ci seguiranno. Inizia per primo a tracciare strade nuove.

E’ faticoso, non ci son storie. Significa nuotare controcorrente, spesso. Uscire dal conformismo, dalle mode (che magari fanno comodo a qualche iGenio-del-marketing). Significa riscoprire saggezze antiche, come il gusto della sobrietà e del saper riparare, caro ai nostri nonni, rispetto all’usa-e-getta che ci è familiare.

Soprattutto, mi sembra di aver capito, significa essere autentici. Rifuggire dal desiderio di piacere e di compiacere. Non adeguarsi, magari in nome del quieto vivere.
E’ un modo di essere che è parente stretto della consapevolezza, del discernimento. Della ricerca dell’essenziale. Che non è radicalismo, intransigenza, assoluta-fedeltà-ai-principi, durezza-e-purezza. Piuttosto, è condivisione, scambio, tensione verso il futuro. E assieme, comprensione verso chi arranca, perché ha il fiato un po’ più corto.

Il cambiamento, il nuovo che può nascere, ha tantissimi padri e madri: io credo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da qualche parte nell’Universo, vedano tutte le ragazze e i ragazzi di Libera e siano i loro ultrà, i più sfegatati tifosi di un cambiamento che cammina ogni giorno, sulle loro gambe, verso il futuro.

Emergency, E – ilmensile e l’Italia che mi piace

Non mi piace fare pubblicità, e cerco sempre di scrivere di ciò che conosco bene, mai per sentito dire.

Conosco e sostengo Emergency da un sacco di anni, ci lavora un caro amico e mi fa molto piacere constatare quanto sia popolare in Italia. Basti pensare a tutti i festeggiamenti per la liberazione di Francesco Azzarà, il volontario di Emergency che era stato rapito in Sudan.
E’ un peccato, invece, che Emergency sia così conosciuta in giro per il mondo: vuol dire che le vittime civili delle guerre e dei conflitti non diminuiscono affatto, purtroppo.

Meno conosciuto è il suo progetto (realizzato!) di E – il mensile (“per chi è stanco di farsela raccontare” è il suo claim) che a mio parere rappresenta una delle migliori riviste comparse nel 2011: raccogliendo l’eredità di Peacereporter, Maso Notarianni, Gianni Mura e tutto lo staff – almeno in parte, proveniente dall’esperienza di “Diario” – hanno dato vita a un concentrato di notizie, reportage, inchieste, portfolio, rubriche davvero originali e di altissima qualità, all’insegna dei diritti fondamentali: “uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale, libertà” (prendo questo elenco dalla loro “short bio” su Twitter).
Grazie al lavoro di tanti redattori, di bravi freelance, ottimi grafici e fotoreporter di vaglia, hanno confezionato un mensile di tutta sostanza, che migliora di mese in mese e che ora ha un gemello online, per dare una gamba telematica al progetto.

Da lettore accanito ed esigente, mi sento di consigliare a ogni persona che ha a cuore i diritti e i valori che ci fanno amare la nostra Costituzione di non mancare l’appuntamento con la rivista, e di visitare spesso il sito web: l’Italia che mi piace (ci piace) è quella dichiaratamente di parte: dalla parte degli esseri umani e della loro dignità.

P.S. Se avete occasione, leggete l’articolo di Gino Strada, “San Raffaele: offro un euro”, in ultima pagina del numero di gennaio. Dice moltissimo dello spirito di Emergency.

I miei auguri per il 2012

Auguri di cuore perché la gioia non sia mai vittima della paura, lo stupore non ceda al cinismo, i sorrisi dei bimbi ci aiutino a non perdere la tenerezza.

Alla fin fine, siamo tante formichine su questa Terra: se restiamo vicini, se continuiamo ogni giorno a fare del nostro meglio per costruire – assieme! – un futuro più giusto per tutti, qualcosa di buono lo combineremo. Sempre.

Lascia i porti sicuri

“Tra vent’anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna”.
(Mark Twain, citato da Mario Calabresi in “Cosa tiene accese le stelle“. Ne consiglio caldamente la lettura, specie in questi periodi di grigiore e di crisi)

Appunti sparsi d’inizio autunno

La vita è cambiamento, e i cambiamenti arrivano quando iniziamo a muoverci, noi per primi. Me ne convinco sempre più, e le conferme arrivano ogni giorno.

In questo periodo, così diverso per me dalle riposanti certezze su cui mi sono cullato per anni, è bello svegliarsi e dare il benvenuto a ogni giornata, senza sapere cosa porterà, senza fare grandi progetti, e soprattutto senza inquietarsi se le cose vanno diversamente da come le avevo pensate, o sognate. Mi capita di pensare alla lunga quaresima che sta vivendo il mio babbo, a quanto la sua vita sia cambiata in queste settimane, e mi rendo conto di quanto precarie siano le nostre certezze, le nostre abitudini, i giorni che scorrono nella clessidra. “L’andamento passato non può essere una garanzia per il futuro”, dicono le righe piccole in fondo alle pubblicità degli investimenti finanziari (e provate a dirlo ai giovani che oggi, in tutto il mondo, sono scesi in piazza a rivendicare la loro speranza in un futuro migliore, e con maggiore uguaglianza… ). Lo stesso vale per la vita, per i giorni che sono stati e per quelli che verranno. “Il futuro è un’ipotesi”, cantava Enrico Ruggeri, tanti anni fa.

Spesso, molto spesso, mi è capitato di starmene solitario e un po’ accigliato in un angolino, osservando un presente che non mi piaceva. Rimpiangendo un passato che non sarebbe più tornato. E sperando in un futuro migliore, almeno un po’. Convinto che ciascuno di noi avrebbe diritto al suo pezzetto di felicità garantita, al suo cartoccio di risate, alla sua razione di bei ricordi. Di volti sorridenti che ti aspettano quando torni a casa. Di risate e gridolini là fuori, in giardino, mentre i bimbi giocano e si contendono il giocattolo nuovo. Perché pure Steve Jobs, venerato in tutto il mondo come guru visionario, confessava al suo biografo che i suoi figli erano di gran lunga la cosa migliore che avesse fatto, in tutta la sua vita. La sua storia, assieme a tantissime altre, destinate a rimanere anonime o conosciute in una cerchia ristretta, racconta di quanto la vita sia movimento. Tensione. Slancio. Come i ragazzi, quando saltano, si arrampicano, salgono sulle spalle di un amico. Provandole tutte, pur di riuscire, finalmente, a spiccare un frutto maturo dall’albero.

Ho letto diversi libri saggi, in questo periodo. Racconti di vita di persone che hanno continuato a muoversi, a provare, a saggiare le proprie certezze. Sempre provvisorie e perfettibili. Mi sono piaciuti molto i libri di Giorgio Mambretti, del quale ammiro la tensione e la continua ricerca verso una comprensione più profonda del legame tra salute e malattia, tra benessere, emozioni e “sintomi”. E mi ha molto colpito un libriccino saggio, “I quattro accordi“, nel quale ho avuto la fortuna di imbattermi… durante un viaggio in treno, perché niente accade per caso, a partire dagli incontri casuali. Più leggo questi libri, più rimetto in discussione le mie (presunte) certezze sulla vita e su quel meraviglioso e misterioso “direttore d’orchestra” che è il cervello umano, e più capisco quanto sia importante non rimanere fermi. Nelle nostre credenze. Nei giudizi verso le altre persone. Nei progetti per il futuro. Nella situazione presente.

I nostri antenati venivano tutti da una cultura contadina. Avevano un legame profondo con la terra, con la natura, coi ritmi delle stagioni. Si sentivano parte di un tutto, e avevano un senso del mistero che noi, indefettibili seguaci della scienza e della tecnologia, stiamo forse smarrendo. Anche se le magnifiche sorti, e progressive, si allontanano sempre più dal nostro orizzonte. E ci costringono a rifare i conti con un’esistenza divenuta precaria, incerta. Con ritmi innaturali, vecchie malattie e modernissime angosce.

Chissà, forse questo momento è davvero un kairos, un tempo propizio. Per ripensare a ciò che conta davvero. Che ci rende ospiti privilegiati del Pianeta (almeno, per chi riesce a soddisfare i bisogni primari). Un tempo nel quale è possibile esplorare nuove strade, scoprire germogli appena spuntati e riscoprire antiche saggezze. A patto di non restarsene fermi, a maledire un sogno fasullo di progresso che non esiste più.

Noi

Quando ti ritrovi a Milano, in piazza Duomo, piena zeppa di persone felici commosse emozionate.

Quando vedi tanti bambini felici in spagoletta al loro papà, tanti ragazzi abbracciarsi, tanti anziani coi lucciconi.

Quando respiri così tanta voglia di normalità, di felicità, e continui a sentir pronunciare una parola: “noi”, in tutti i modi.

Ecco, in queste occasioni, uniche emozionanti memorabili, capisci che un sogno grande, se è sognato assieme, può realizzarsi. Può diventare il futuro che ci aspetta.

GRAZIE.

 

Conservare la speranza

Ieri sera guardavo “Annozero”, su RaiDue. Immagini di operai che hanno perso il lavoro, a cinquant’anni, e si vergognano davanti ai propri figli. Di operatori di call center che fanno Servizio Clienti conto terzi per 3 euro l’ora. Di ricercatori precari, che attendono da anni la “stabilizzazione”. E di Vigili del Fuoco – 20.000 in tutta Italia – che lavorano per brevi periodi, a chiamata. Alcuni di loro, da vent’anni. Senza poter sognare di metter su casa per davvero. Perché non hanno certezze, né solidità economica da esibire alla banca.

Guardavo queste immagini, poi quelle dei giovani “Indignados” spagnoli, sentivo tutta l’inadeguatezza dei politici in studio, sempre più auto-referenziali, sempre più lontani dalla realtà (ma esistono lodevoli eccezioni, come Andrea Sarubbi, che posta puntuali resoconti dei lavori della Camera su Twitter e ha un ottimo blog) e pensavo al futuro di questo povero Paese. Oddio, dovrei pensare pure al mio di futuro, dopo un anno e mezzo di disoccupazione per scelta, invece penso a tutti i giovani universitari, ai precari che hanno ingoiato le peggiori umiliazioni e ora sono a spasso. Agli operai cinquantenni della Fincantieri, della Vinyls, di tante aziende grandi e piccole, che erano una certezza per chi ci lavorava. Fino a qualche tempo fa.

E’ difficile vivere in questa Italia del 2011 e guardare con fiducia al futuro. Troppo respiro corto, in giro. Pochissimi leader politici con le idee chiare e la statura morale per sostenerle. Poca speranza, pochissima lungimiranza.

Un sociologo come Ilvo Diamanti ha pubblicato qualche giorno fa un articolo, nelle sue “Mappe” su Repubblica, che dimostra quanto la classe media e il sogno di una maggior uguaglianza sociale stiano sparendo, all’unisono. Mentre gli evasori fiscali e i ceti benestanti possono guardare la crisi dall’alto in basso. E così pure i palazzinari e tutti i proprietari fondiari.

Difficile, in un Paese come questo, pensare di mettere al mondo un figlio, allevarlo, farlo studiare, e garantirgli una prospettiva di vita migliore – o almeno uguale – rispetto a quella dei suoi genitori.

Personalmente, ho paura che la delusione, la rabbia, il desiderio di rivincita trovino sfogo nelle peggiori pulsioni: dal razzismo alla violenza, dal desiderio dell’uomo forte all’egoismo senza più limiti (tanto peggio per i poveracci: se non ce la fanno, è senz’altro colpa loro).

Eppure, conservare la speranza si può e si deve. Nella mia Milano, sempre più persone giovani si avvicinano alla politica, all’associazionismo impegnato (penso a Libera), a esperienze come i Gruppi di Acquisto Solidale e tutte le reti informali. Certo, alcune di loro se lo possono permettere, perché hanno un tetto sopra la testa e i pasti assicurati. Altre, hanno un sacco di tempo libero, e la famiglia che li tiene un minimo al riparo, mentre cercano lavoro. Anche se nel Nord Europa sarebbero fuori casa da dieci anni.
Tutta la campagna elettorale di Giuliano Pisapia ha risvegliato un sacco di buone energie – giovani e donne in prima fila – che sembravano in letargo, messe da parte in attesa di tempi migliori, di una primavera che “intanto tarda ad arrivare”.

E invece no. Perché la speranza non muore facilmente. E’ una piccola fiammella, spesso tremolante ma molto combattiva. Ha i volti di tante persone che non si rassegnano, l’energia di tante donne che non rinunciano a mettere al mondo i propri figli, sfidando le difficoltà imposte da politiche sociali ingiuste. L’entusiasmo dei giovani, che ci sono sempre, quando la causa è buona (ho negli occhi e nella memoria il 20 marzo 2010, la Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, a Milano, le migliaia di giovani arrivati da tutta Italia, con le loro belle facce, e la loro voglia di capire e di impegnarsi).

Ecco, per tutti questi motivi, penso che sia bene conservare la speranza. Avere cura dei nostri sogni più belli. Costruire ogni giorno un pezzetto di futuro, con lo stesso amore con cui si innaffia una piantina, o si cresce un cucciolo. E’ difficile, di questi tempi può essere una vera sfida. Ma ne vale davvero la pena.

“Mi meraviglio sempre che qui ci siano ancora persone capaci di amare, mettere al mondo figli. Un miracolo. Se collabori con la disperazione finisci per cederle”. (David Grossman)