Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.

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Lentius, profundius, suavius

Scrivo queste righe standomene all’ombra e al fresco della breva che soffia dal Lago di Como, con un pensiero ricorrente e un po’ malinconico a quando dovrò riprendere la strada di casa, e rassegnarmi al grigiore della Bassa Milanese.

Ripenso a due esperienze emozionanti, vissute in Toscana a inizio agosto, che mi hanno regalato tanti spunti di riflessione, intrise come sono state di senso, di sapori buoni, di cose semplici, di fraternità.

Ho avuto modo, una volta di più, di sperimentare la bellezza delle relazioni. Di arricchirmi condividendo la fatica, la riflessione, l’ascolto con altre persone. Tutte incamminate lungo i sentieri della vita. Chi stanco delle svolte improvvise e dei vicoli ciechi, chi indeciso davanti a qualche bivio, chi in sosta dopo salite faticose e lunghi “strappi”, che sembrano non finire mai.

Momenti di sosta e di incontro come questi sono esperienze incomparabili – almeno per me – per uscire dal guscio delle mie abitudini, da una routine che spesso diventa galleggiamento, ripetizione di gesti, continuo saltabeccare da uno stimolo all’altro, da un’incombenza alla successiva. “Viviamo nell’era dell’attenzione discontinua”, diceva un articolo di qualche tempo fa: parlava di luoghi di lavoro, ma in fondo descriveva le nostre vite. Schiacciate tra mille compiti attese doveri piaceri scadenze. Proiettate sui progetti futuri, sulla prossima data cerchiata sul calendario. E spesso dimentiche del momento presente, dei ritmi naturali che hanno segnato la vita di tutte le generazioni che ci han preceduto, degli spazi di silenzio e di respiro per la nostra anima.

Esperienze come queste mi fanno pensare a quanto il mito dell’efficienza sia diventato il peggior nemico della semplicità, della Vita vissuta con la maiuscola. Come se la fretta, l’azione diritta allo scopo e poi al successivo e poi a un altro ancora fosse l’unica maniera di vivere alla nostra portata, il solo modo per sentire un sapore, un senso, una gioia nella collana delle nostre giornate. Che infiliamo come perline nel filo del tempo, scordandoci forse di contemplarle, di rallentare per aver tempo di gustarci un incontro, un paesaggio, un racconto. I rari attimi di spaesamento, di vuoto, di noia diventano nemici da combattere, ricorrendo ai migliori antidoti per scacciare alla svelta il dolore che fa capolino nell’anima.

Ecco, credo che avremmo bisogno più spesso di cambiare ritmi, di trovare e di regalarci spazio. Tempi dilatati, paesaggi dolci, ascolti pazienti. Silenzi rispettosi, scarni, senza più domande consigli rimedi informazioni. Un po’ come in una chiesa romanica, dove i vuoti sono in perfetto equilibrio con la pienezza delle forme e della luce.
Semplicità e grazia: non ci serve molto di più per andare incontro a ogni nuova giornata. E spazi di luce per la nostra anima, e per le anime che ci sono compagne di viaggio.

In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende)

Spazio alle emozioni

Capita, a volte, di fare bilanci provvisori. Arrivati a qualche giro di boa, agli snodi dell’anno o dell’esistenza, ci tornano in mente volti, incontri, pezzetti di vita.
Siamo tutti in cammino, lungo strade apparentemente diverse, ma in fondo così simili. Ciascuno con qualche cruccio, e assieme con tanti motivi per esser contento. Ciascuno con qualcosa in sospeso, in attesa di qualche evento, e assieme proiettato verso progetti e scelte di vita, piccole e grandi.

Qualche persona che conosciamo presto si sposerà o andrà a convivere, altre forse cambieranno lavoro o casa, coltiveranno nuovi interessi, faranno finalmente il viaggio che desiderano da una vita, cercheranno di realizzare antichi sogni. Tutti alla ricerca di piccoli e grandi motivi per i quali valga la pena di vivere, ciascuno con la propria personalissima ricetta per la felicità.

Cosa augurare, allora, alle persone più care e anche a noi? Forse, l’augurio migliore è quello di lasciar spazio alle emozioni.

A volte, per metterci in sintonia con noi stessi, occorre allontanarsi dai “soliti posti”, dalla routine, dalle mille incombenze, dalla cure e dagli affanni. Altre volte, abbiam bisogno di cambiare ritmi e abitudini, di coccolarci un po’, di concederci una dormita fino a mezzogiorno. Ma più di tutto, per la mia personale esperienza, dobbiamo lasciar posare un po’ di pensieri. Di calcoli e di doveri. Di compiti e di ragionamenti. Aprire le finestre del nostro cuore, lasciare entrare il sole, l’aria tersa del primo mattino, che sa ancora di rugiada, i colori dei paesaggi e i suoni della natura (lo spleen, direbbe chi la sa lunga).

Le emozioni, insomma. Quelle vere, che non sappiamo nemmeno descrivere a parole. Quelle che ci scolpiscono indelebilmente nel cuore luoghi, volti, sensazioni. Che ci fanno sentire in contatto con la nostra essenza più profonda. Quelle che per alcuni si trovano nel silenzio, per altri in mezzo a un bosco, o di fronte a un tramonto. Per altri ancora nella preghiera, o in un attimo irripetibile. Ma anche quelle che proviamo standocene all’ombra di un grande albero durante la controra, mentre il vento fa stormire le foglie.

Se per un attimo si lasciano andare i pensieri, gli affanni, le angustie per il futuro, e ci si gode l’armonia e la bellezza, allora – nella brezza leggera – si può sentire un richiamo, una nostalgia, una forza che ci riconciliano con noi stessi, con il senso della nostra vita. Perché, in fondo, siamo tutti bambini che corrono sulla spiaggia verso il mare.

“Il tuo cuore è un gabbiano che vola libero nei cieli della vita. Lascialo andare senza paura: ti saprà condurre alla felicità.” (Sergio Bambarèn)


Tutto questo sarà tuo

Ci agitiamo tutti. Sospesi tra le paure in agguato, i crucci per un mondo malato, le speranze per un futuro incerto. Confidando che non vadano deluse, almeno quelle più care.

Ci diamo un gran daffare. A cercare opportunità. A farci conoscere. A scrutare nelle stelle, nei bioritmi, nell’oroscopo, la chance irripetibile che ci attende. Convinti come siamo che non la si debba mancare. Forse, è come la Cometa di Halley: la s’incontra una sola volta nella vita.

A volte, soprattutto nelle città, pare di vivere in un formicaio impazzito. Migliaia di persone corrono appresso ai loro impegni, agli appuntamenti. Agli incontri, alle occasioni. Al divertimento e alle incombenze. Senza potersi fermare.

Nascoste dietro pareti e finestre, migliaia di altre persone si struggono, sentendosi tagliate fuori. Private ingiustamente – Sorte matrigna – della loro fetta di torta. Cercano conforto in qualche telefonata. Nella radio o nel web. Nel Gratta-e-vinci che potrebbe cambiare la loro vita, o nella risposta alla centesima mail, mandata per proporsi a un’altra Primaria Azienda.

Poche, pochissime di queste formichine sono davvero libere di essere se stesse. Il più delle volte, lo sono quelle che han scelto di essere, anziché di avere. Rinunciando a tutti i gadget tecnologici, che ormai sembrano indispensabili appendici. Pròtesi per riuscire ad afferrare la modernità. Ganci per sollevarsi finalmente da terra, e respirare aria buona.
Le persone più leggere e più libere, forse, non sono così interessate alla modernità. Piuttosto, sono appassionate. Di sogni e di progetti. Di curiosità. Dei propri figli che crescono, dei fiori che curano in giardino. Della vita, degli odori, dei sorrisi.

Qualche anno fa, mi capitò di leggere una statistica: nella casa di un occidentale, di un qualsiasi abitante di Europa o Nordamerica, sono presenti almeno diecimila oggetti, diecimila COSE. Ne ho avuto conferma di recente, accompagnando un caro amico a stivare le sue, di cose – pochine, a esser sinceri – dentro un “non luogo” dei nostri tempi, un “condominio di cantine” in affitto. Perfetto per reclamizzare la nostra insana – e insaziabile – passione per “la roba”.
La stessa statistica sosteneva che nella casa di un Indiano, di un qualsiasi abitante del Sud del mondo – specie di chi vive in campagna – non sono presenti più di cento oggetti. Quelli realmente indispensabili a vivere, presumo.

L’altro giorno, ho comprato il secondo numero di “E”, la rivista mensile di Emergency. Che consiglio caldamente a tutti: è un oggetto in più, lo riconosco, ma assai ricco di contenuti.
A pagina 72 c’è un bellissimo servizio fotografico: un portfolio, si dice in gergo. Nicolas Henry, un fotografo francese, ha girato il mondo con un’idea in testa: chiedere ai nonni di costruire delle capanne. Per metterci in mostra gli oggetti che intendono lasciare ai posteri, ai loro nipoti. Il progetto di chiama “Les cabanes de nos grands-parents” (le capanne dei nonni) e le foto – splendide – sono accompagnate da un testo del grande Erri De Luca.

Tra tutte queste capanne, ce n’è una che a me pare meravigliosa. Sta a pagina 78, l’ha costruita Kazuko Shiraishi, a Tokio. E’ fatta di lunghi fogli di carta, coperti di ideogrammi. Sono le sue poesie, che si gonfiano di vento.

Ecco, forse quel che salverà la specie umana dall’abbrutimento, la bellezza che ci impedirà di affogare nelle cose – nella “roba” – non sta nei futuribili ritrovati della scienza, nei biomateriali o nelle nanotecnologie. Sta nella poesia, nel sogno, nell’amore. Nella linea invisibile che congiunge la terra al cielo. E ci fa rimanere a bocca aperta, in una notte d’estate, a contare le stelle cadenti. Esprimendo un desiderio di felicità.

Finché si ha una finestra, la vita è affascinante. (Gladys Taber)


Apparenti casualità

Ogni tanto mi capita di canticchiare un una vecchia canzone di Mimmo Locasciulli ed Enrico Ruggeri – “Confusi in un playback” –  che nel ritornello fa: “E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili / e il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via”…

La nostra vita è un fiume, che a volte scorre lento placido e quasi immobile, altre volte si gonfia, fa le rapide e i mulinelli, rompe gli argini, e magari trova una nuova strada, si scava un nuovo letto. E noi crediamo di stare al timone, ma il più delle volte ci limitiamo a seguire la corrente, e veniamo cambiati senza neppure accorgercene, o almeno senza voler davvero cambiare.

Ci cambiano le esperienze, le persone, gli eventi. Le ferite e le gioie. La stanchezza di ripetere sempre gli stessi gesti. Gli errori che ci fan pagare pegno. La voglia di vincere la paura e di spiccare finalmente il tuffo. Le decisioni, le scelte, i passi importanti, certo: i matrimoni, i cambiamenti di lavoro, di città, di vita. Più spesso, forse, ci cambiano le (apparenti) casualità, le coincidenze, le scocciature e gli imprevisti, ciò che non scegliamo noi.

Dietro tutto questo affannarsi, nei tanti sforzi per “far la cosa giusta”, per “imparare dai propri errori”, per “dare finalmente un senso alla propria vita”, cosa c’è, se non un grande, inestinguibile desiderio di felicità?
Senza riuscire a dargli un nome, spesso senza potersi fermare, sedersi, guardare da un lato la nostra vita e dire che sì, siamo contenti. Anche se non siamo belli come i divi del cinema. Intelligenti come i premi Nobel. Ricchi come Bill Gates. Anche se non salveremo delle vite, non passeremo alla storia, nessuno si ricorderà di noi tra cent’anni. Anche se in giro ci sono un sacco di cose brutte, storte. Di persone cattive, di orchi e di farabutti. Di ingiustizie e di sofferenze.

Eppure, dentro ciascuno di noi c’è una scintilla. Di infinito. Di bellezza. Di felicità. Che i bambini conoscono bene, anche se non san mica come si chiama. E che i vecchi rimpiangono, anche se non ricordan più bene quand’è stato, e come.
Che si risveglia a primavera. S’incanta davanti a un tramonto. S’intenerisce quando un bimbo ci chiama per nome. Ha nostalgia di quando, per la prima volta, abbiamo scoperto tutti i colori che può avere il mare.

Passata la boa degli ‘anta, mi sento riconoscente. Per quanto son cambiato. Per tutto quello che ho imparato. Per come “i casi della vita” mi han fatto ritrovare la bussola. Per tutti i libri che ho letto, ma molto, molto di più per tutte le persone che il buon Dio ha messo sulla mia strada (e, per qualcuna, un po’ di più).

Perché il tempo che passa mi ha cambiato, e a primavera mi fa riscoprire la bellezza dei due tigli che stan sotto le finestre di casa mia: in tre giorni si coprono di foglie, le dispiegano e accolgono frotte di passerotti, per concerti replicati ogni mattina.
Che meraviglia, per chi riesce ad accorgersene.

 

Non c’è dovere che sottovalutiamo tanto quanto il dover essere felici.
R. L. Stevenson