Buona Pasqua!

Eh, sì, Natale può ancora passare per la festa della bontà e della fratellanza, con un vago sapore di “troppo dolce, quasi finto”, ma tutto sommato accettabile un po’ per tutti.
Pasqua, invece, rimane una festività dal significato incomprensibile per i non credenti (a meno di non identificarla, un po’ vagamente, con la festa della primavera, della vita che si rinnova).

Per i cristiani, Pasqua è la festa dell’amore che vince la morte. Di Gesù di Nazareth, che rimane fedele fino alla morte ai valori che aveva insegnato: amore, fratellanza, misericordia, nonviolenza, perdono. E che, il terzo giorno, lascia una tomba vuota e una pietra rotolata, sconvolgendo i suoi discepoli, increduli e impauriti.

Pasqua interroga ciascuno di noi: sulla paura della morte, sul senso della vita, sulla capacità di amare senza misura, senza calcoli. Gratis.

Ho letto tre belle riflessioni, in questi giorni, e vorrei condividerle con chi passerà di qua. Trascrivo la prima, di Erri de Luca, e vi invito a seguire i link e a leggere quelle di Enzo Bianchi e di p. Ermes Ronchi.

Pasqua è voce del verbo ebraico che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale risurrezione. Pasqua è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me. Restano inaccessibili le alture della fede.
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi operatori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri ad ogni costo, atleti della parola pace.
Erri de Luca

Enzo Bianchi, “Il giorno che celebra la vittoria dell’amore” (La Stampa, 8 aprile).

Ermes Ronchi, “Così la vita merita nome” (Avvenire, 8 aprile).

C’è un pensiero che mi piace moltissimo, nel commento di Ermes Ronchi. Lo trascrivo qui, perché mi parrebbe adatto a diventare il programma – difficilissimo, eppure autentico – di una vita intera:

E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho? Quanto somiglian­te a quello di Dio? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? So­no il lavapiedi dell’uomo? Ve la imma­ginate una umanità dove ognuno cor­re ai piedi dell’altro? La globalizzazio­ne sì, ma degli inchini davanti all’uomo, non davanti ai potentati; dell’onore da­to a ogni più debole figlio della terra.

“Servitore del bisogno e della gioia di mio fratello”: sembra di risentire Tonino Bello, il santo vescovo di Molfetta, quando parlava di “stola e grembiule”. A proposito, un pensiero di don Tonino sulla Pasqua ci sta proprio bene:

Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro passato! Allora, Coraggio! Non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate nuove”. Cambiare è possibile. Per tutti. Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia…!

“Vorrei dirti che l’amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita”. Buona Pasqua!

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Tutto questo sarà tuo

Ci agitiamo tutti. Sospesi tra le paure in agguato, i crucci per un mondo malato, le speranze per un futuro incerto. Confidando che non vadano deluse, almeno quelle più care.

Ci diamo un gran daffare. A cercare opportunità. A farci conoscere. A scrutare nelle stelle, nei bioritmi, nell’oroscopo, la chance irripetibile che ci attende. Convinti come siamo che non la si debba mancare. Forse, è come la Cometa di Halley: la s’incontra una sola volta nella vita.

A volte, soprattutto nelle città, pare di vivere in un formicaio impazzito. Migliaia di persone corrono appresso ai loro impegni, agli appuntamenti. Agli incontri, alle occasioni. Al divertimento e alle incombenze. Senza potersi fermare.

Nascoste dietro pareti e finestre, migliaia di altre persone si struggono, sentendosi tagliate fuori. Private ingiustamente – Sorte matrigna – della loro fetta di torta. Cercano conforto in qualche telefonata. Nella radio o nel web. Nel Gratta-e-vinci che potrebbe cambiare la loro vita, o nella risposta alla centesima mail, mandata per proporsi a un’altra Primaria Azienda.

Poche, pochissime di queste formichine sono davvero libere di essere se stesse. Il più delle volte, lo sono quelle che han scelto di essere, anziché di avere. Rinunciando a tutti i gadget tecnologici, che ormai sembrano indispensabili appendici. Pròtesi per riuscire ad afferrare la modernità. Ganci per sollevarsi finalmente da terra, e respirare aria buona.
Le persone più leggere e più libere, forse, non sono così interessate alla modernità. Piuttosto, sono appassionate. Di sogni e di progetti. Di curiosità. Dei propri figli che crescono, dei fiori che curano in giardino. Della vita, degli odori, dei sorrisi.

Qualche anno fa, mi capitò di leggere una statistica: nella casa di un occidentale, di un qualsiasi abitante di Europa o Nordamerica, sono presenti almeno diecimila oggetti, diecimila COSE. Ne ho avuto conferma di recente, accompagnando un caro amico a stivare le sue, di cose – pochine, a esser sinceri – dentro un “non luogo” dei nostri tempi, un “condominio di cantine” in affitto. Perfetto per reclamizzare la nostra insana – e insaziabile – passione per “la roba”.
La stessa statistica sosteneva che nella casa di un Indiano, di un qualsiasi abitante del Sud del mondo – specie di chi vive in campagna – non sono presenti più di cento oggetti. Quelli realmente indispensabili a vivere, presumo.

L’altro giorno, ho comprato il secondo numero di “E”, la rivista mensile di Emergency. Che consiglio caldamente a tutti: è un oggetto in più, lo riconosco, ma assai ricco di contenuti.
A pagina 72 c’è un bellissimo servizio fotografico: un portfolio, si dice in gergo. Nicolas Henry, un fotografo francese, ha girato il mondo con un’idea in testa: chiedere ai nonni di costruire delle capanne. Per metterci in mostra gli oggetti che intendono lasciare ai posteri, ai loro nipoti. Il progetto di chiama “Les cabanes de nos grands-parents” (le capanne dei nonni) e le foto – splendide – sono accompagnate da un testo del grande Erri De Luca.

Tra tutte queste capanne, ce n’è una che a me pare meravigliosa. Sta a pagina 78, l’ha costruita Kazuko Shiraishi, a Tokio. E’ fatta di lunghi fogli di carta, coperti di ideogrammi. Sono le sue poesie, che si gonfiano di vento.

Ecco, forse quel che salverà la specie umana dall’abbrutimento, la bellezza che ci impedirà di affogare nelle cose – nella “roba” – non sta nei futuribili ritrovati della scienza, nei biomateriali o nelle nanotecnologie. Sta nella poesia, nel sogno, nell’amore. Nella linea invisibile che congiunge la terra al cielo. E ci fa rimanere a bocca aperta, in una notte d’estate, a contare le stelle cadenti. Esprimendo un desiderio di felicità.

Finché si ha una finestra, la vita è affascinante. (Gladys Taber)


Considero valore – Erri De Luca

Uno dei testi più belli in cui mi sia imbattuto. Da regalare, condividere, stampare e tenere in vista, rileggere spesso.

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finche’ dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca, da Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, 2002