Tenerezza, mon amour

E’ di nuovo Pasqua, l’ora legale incombe, la natura si sta risvegliando. La crisi invece continua imperterrita, ma siamo ottimisti: la ripresa ci attende, l’anno a Gerusalemme.

Il tempo passa e lascia tracce di sé: volti amati non sono più con noi, occhioni sgranati si affacciano appena al mondo, qualche ruga spunta inattesa sul viso, boschi centenari si arrendono allo sfregio del cemento e della modernità.

C’è molto, oppure pochissimo, da raccontare: storie di ordinaria disperazione, statistiche raggelanti, nuovissimi sbarchi a Lampedusa, ritorni da perdenti dopo che il sogno di un’America di là del mare si è infranto sugli scogli della disoccupazione.
C’è più cattiveria in giro, più cupezza, più apatica rassegnazione. Più occhi vitrei sulle slot-machines da bar, più cartelli “Affittasi” sulle vetrine vuote, più pacchi-viveri per famiglie neo-indigenti.

Eppure son belli i cinguettii di primavera, le occhiate di sole allargano il cuore e tolgono almeno un po’ di grigio. Un altro po’ lo toglie un Papa umano, che invita a non aver paura della tenerezza. Lascia da parte paramenti e oreficeria, si cinge il grembiule e bacia piedi ristretti, femminili e miscredenti.

Un po’ di umanità. Alla fine, ci basterebbe. Qualche autorevole conferma che le persone valgono più dei bilanci, le famiglie più delle banche, i bambini più dei mercati e delle borse. Un pezzetto di futuro, un profumo di speranza, un’attenzione non frettolosa. Una tenerezza che non sia melensa, che non sappia di spot del pandoro.

A volte, c’è bisogno di ritrovarsi di colpo privati di tutto: naufraghi tra le onde, prigionieri di una funivia, spogliati di orpelli e di optional, per riscoprire, a un tratto, le radici profonde della fratellanza umana. Ci vuole un bambino che piange disperato e affamato per far sciogliere il cuore di un arrampicatore sociale.

Più passa il tempo, più mi rendo conto che non servono sottili ragionamenti o dotte speculazioni per comprendere il senso della vita, del nostro essere al mondo. C’è bisogno, piuttosto, di sentire. Di commuoversi, di com-patire. Di emozionarsi. Occorre cogliere di nuovo, più profondamente, la bellezza di uno sguardo. La profondità di un dolore muto. L’esitazione di una voce che teme di osare troppo. Il palpito di un cuore innamorato. Occorrono la pazienza e l’attenzione di chi ha tempo da perdere. L’ingenuità di chi non misura le parole, e coltiva l’amore per i silenzi accoglienti. L’impotenza partecipe di chi può solo balbettare un abbraccio, di fronte al dolore. Asciugare una lacrima con una carezza. Stare accanto, in punta di piedi, con amore.

“La vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare”. (Abbé Pierre)

Bimboecagnone

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La vita che ci accade attorno

Più passa il tempo, più mi convinco che la vita è fatta soprattutto di incontri. Di esperienze, di cambiamenti, di sfide, di cadute. Di momenti nei quali ogni speranza sembra svanita, e tutte le domande sembrano senza risposta. Di tutto questo, certo, ma più ancora di relazioni umane. Di aperture e di stupori. Di un reciproco annusarsi, di antipatie a pelle o di amicizie destinate a durare una vita. Di incontri con un altro me stesso, con una persona che cessa di essere estranea, sconosciuta, non appena scegliamo di farle un po’ di posto, di socchiuderle la porta sulla nostra intimità.

Più passa il tempo, più mi spaventano le durezze. Le condanne senza appello delle diversità. I giudizi severi sui comportamenti che non comprendiamo. Sui conoscenti che fanno scelte per noi incomprensibili. Sulle persone che, di botto, si arrendono. Decidono che basta: non ce la fanno più, è davvero troppo. E fuggono, o danno un calcio alle loro certezze. O cercano qualche consolazione: quella che possono, quella più a portata di mano. Pur di stare un po’ meno male, almeno per un attimo.

Mi stupisce sempre la vastità del dolore che abita in tanti cuori. Il peso della fatica di vivere, per chi sente che il meglio è alle spalle, e che il futuro ha ben poco da offrire. La quieta disperazione – così ben dissimulata, da tanti bravissimi attori, loro malgrado – che piega occhi e bocche in fine di giornata, sui visi che chiedono solo un po’ di ristoro al sonno, dopo un’altra lotta contro fatiche disagi umiliazioni.

Ultimamente, ci faccio più caso. Mi sorprendo a osservare di nascosto i volti, sul metrò, quando rientro a casa dopo una serata in centro. Tendo le orecchie, cogliendo brandelli di conversazioni – spesso stanche rabbiose sfiduciate – urlate nei cellulari, cercando di sovrastare il tutun tutun dei treni sui binari. Ci faccio caso, penso a quanto è aumentato il consumo di psicofarmaci, a quante persone chiamano un numero di telefono, sfogandosi perché “La Meravigliosa Famiglia” – nume tutelare della stirpe italica – è solo una gabbia, un quotidiano ergastolo. Una guerra di logoramento, nella quale le trincee vanno anzitutto difese, e poi fortificate a ogni costo. Per non morire. Non potendo fuggire.

Intendiamoci: non credo affatto alla retorica della vita come sofferenza, sacrificio, croce da portare. Da cattolico, penso anzi che la Chiesa abbia grandissime colpe nell’aver alimentato questa visione, e nell’averla caricata per lo più sulle spalle delle donne. Obbligate ad accettare situazioni francamente insostenibili. A partire dalla Meravigliosa Famiglia.
No, io penso che la vita sia gioia. Stupore. Meraviglia. Una lunghissima collana di perle preziose, di giorni offerti alla nostra libertà e alla nostra capacità di amare.

Mi colpisce lo spreco, semmai. Di buone energie. Di emozioni genuine, subito represse e rinchiuse in profondità. Per non urtare le convenzioni, le persone che amiamo, e che a volte trasformiamo nei nostri giudici. La fatica nel dissimulare. Nel pensare che una serata è una noia mortale, ribadendo nel contempo che è tutto meraviglioso e no, non è affatto tardi, è appena mezzanotte.

Mi fa paura l’ipocrisia, la facciata rispettabile, e perbenista. Un abito che spesso ho indossato, per evitare conflitti giudizi e guai. La stessa facciata che nasconde drammi inimmaginabili – dentro la Meravigliosa Famiglia, e fuori – e che fa dire agli “attoniti vicini” che no, “non saprebbero spiegarsi il folle gesto”, “era una persona così tranquilla. Normale… “.

Forse, si potrebbe provare a fare uno sforzo. Di empatia, di vicinanza. Mettendo più punti di domanda in fondo ai nostri commenti. Cestinando tante certezze pret-a-porter, di cui ammantiamo il nostro brillante “saper vivere”. Allenandoci a cogliere le mute richieste di aiuto, i piccolissimi segni di dolore. La semplice stanchezza – che fa capolino per un attimo, in una smorfia fugace – della persona alla quale stiamo chiedendo un ennesimo – piccolissimo! – favore. Inclusi i camerieri delle pizzerie, e gli impiegati agli sportelli, costretti ormai a esser gentili a oltranza.

Si potrebbe insomma fare un po’ di attenzione ai dettagli. Agli scampoli di vita attorno a noi. Al Resto del Mondo, in orbita assai eccentrica rispetto al nostro ombelico. Scopriremmo il valore inestimabile di un sorriso. Di un silenzio paziente. Di un abbraccio muto, orfano di frasi consolatorie. Della tenerezza, che ci rende Esseri Umani.

 

Le ferite sono feritoie

Una premessa doverosa:
scrissi questi pensieri a un po’ di amici nel maggio 2009, dopo essere stato per la prima volta alla Fraternità di Romena, in Casentino, e aver partecipato al “Primo Corso”.
Li pubblico qui – a due anni di distanza e senza modifiche – con immensa gratitudine verso don Luigi Verdi, Pigi e tutte le persone conosciute a Romena, e poi per condividere con chi mi legge un’apertura alla speranza e alla capacità di rinnovarsi, che abita sempre dentro ciascuno di noi.

Vi è mai capitato di vivere un’esperienza forte – non parlo di neve, funghi, acidi, pastiglie – che vi ha scombussolati per bene, rimescolandovi in profondità e tirando fuori emozioni, ricordi e pure lacrime?

Qualche volta capita nei funerali, si sa. A volte, qualcosa del genere accade ai concerti, o nei raduni di massa: un bravo oratore, esperto di retorica, può riuscire a toccare corde profonde, suscitando ondate di emozioni. Ho in mente il concertone del Primo Maggio: credo che Vasco avrebbe potuto chiedere ai suoi fan di marciare fino al Colosseo e farlo a pezzi, per dimostrare di esserci, di essere forti. E pezzi piccoli sarebbero stati.

Io invece vorrei tentare di raccontarvi qualcosa di molto diverso, vorrei provare a trasmettervi almeno qualche eco dello scorso week-end, che ho passato nel Casentino: due giorni molto intensi, passati a “guardarsi dentro”, in compagnia di una ventina di sconosciuti, che alla fine sono diventati tutti amici tra loro. Niente New Age, Hare Krishna, o rosari tibetani, con tutto il mio rispetto per chi ama queste pratiche. Solo un po’ di buona vecchia comunicazione in gruppo, guidata da un signore coi capelli bianchi, che ha passato la vita con gli scarti, i tossici, le persone che “hanno problemi”.

Eh sì, perché oggi chi non ha un bel fisichetto palestrato, non è trendy, non frequenta la gente giusta, ha un paio di possibilità: convincersi di essere uno sfigato, una poveraccia, e buttarsi giù da morire. Oppure, c’est plus facile, cercare la sostanza più abbordabile: la bottiglia sotto il lavandino per le casalinghe, i drink alla frutta&rum – vodka, fate voi – per i quindicenni, le pasticche per i più grandicelli. E poi, neve a volontà, per chi vuol essere sempre al massimo (Vasco incluso, anche se era tanto tempo fa).

E gli altri? Quelli per l’appunto un po’ sfigati, le spalle piegate dai casi della vita? Quelle lasciate dal compagno perché la segretaria era vent’anni più giovane? Quelli che son stati picchiati da piccoli? Quelli che hanno adottato i bambini picchiati da piccoli, e ora prendon botte ogni giorno? Quelli che a Natale possono scegliere (devono scegliere) come dividersi tra la famiglia vecchia e quella nuova, e i figli non si chiamano Piersilvio o Luigi?

Questi vanno avanti, testa alta e schiena dritta. Induriscono il viso per non tradirsi, fanno battute ciniche sugli uomini (le donne, i capi, i pupi) e piangono in silenzio, quando rimangon da soli, tra quattro mura. Se ci riescono ancora, perché arriva il momento in cui il bambino dentro di loro finisce anche le lacrime.

E poi, forse misteriosamente, un po’ per caso e un po’ per il destino – io sono dell’idea che il buon Dio si diverta un mondo a combinare certi scherzetti – si trovano in un posto. Un luogo un po’ sospeso nel tempo e nello spazio, con una chiesetta romanica millenaria e i boschi del Casentino verdeggianti di primavera a far cornice.

Ma anche lì, ci vogliono pazienza e coraggio, per guardarsi dentro. Perché di maschere e armature abbiamo spesso un guardaroba intero. Perché l’armatura peggiore sono le attese degli altri su di noi. I sensi di colpa per ciò che è stato. I giudizi taglienti delle persone che amiamo, quando ci giudicano mezzi matti, mezzi falliti. Le mamme che piangono, perché sognavano altro per noi. I nostri amici sistemati – e ben “committati” sul proprio lavoro, dicono da queste parti, mentre Vasco direbbe: mi viene il vomito, è piu forte di mee – si preoccupano sinceramente per noi: ma quando ti sposi? Quando ti sistemi? Vorrai mica dare un calcio a un lavoro sicuro? Vorrai mica andare a vivere in quel paesello dimenticato? Vorrai mica un altro figlio? Ma chi te l’ha fatto fare di cercarti sempre altre rogne?

A queste persone, di tanto in tanto, una vocina dentro di me si ribella. E vorrebbe mettersi a gridare:

Cazzo, ma lo capisci che qualche volta IO STO MALE? Lo capisci o no che non me ne frega niente della zucca arancio, dell’auto che mi acchiappa al volo i vestiti mentre vado al lavoro? Che non voglio la pensione integrativa imbattibile, ma arrivare stanco consumato e felice alla pensione? Ma lo vedi o no com’è conciato tuo figlio, che sa tutto della Playstation ma non si ricorda più quanto è bella la tua voce, mentre gli racconta una fiaba per la centesima volta? (perché le fiabe sono una palla pazzesca, roba da donne: “Scusa cara, potresti andare tu dal bambino? Io sono committato sul report per domani… ” ).

(E intanto cerchiamo la badante per nonna, e pazienza se la badante è clandestina e aspetta la sanatoria e ha lasciato i suoi figli dagli occhi azzurri in pegno ai nonni per fuggirsene qui, lontana mille chilometri dal marito ubriacone. E pazienza se vorrebbe essere felice anche lei e non sentir parlare più di ronde divieti tagliandi permessi. Perché lei è sempre gentile con nonna, anche quando le chiede la stessa cosa per la centesima volta…)

Ecco, qualche volta, per riuscire a guardarsi dentro, bisogna tornare indietro nel tempo. Scoprire la bellezza di una chiesa antica, di una zona spopolata e affascinante, mettersi in mano a un prete mezzo matto, che ha dato vita a un sogno di fraternità e accoglienza. Affidarsi a qualcuno di che ti fa sentire a casa dal primo momento. A persone che sono come il pane appena sfornato: profumano di buono, si lascian dietro una scia invitante.

“Vieni, vieni chiunque tu sia,
sognatore, devoto, vagabondo
poco importa.
La nostra non è
una carovana di disperazione.
Vieni,
anche se hai infranto i tuoi voti mille volte.
Vieni, vieni,
nonostante tutto vieni”
Giala’l Ad-din Rumi

“Quello che io so è che la vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare” (Abbé Pierre)


Rughe nell’anima

Ho un ricordo nitido, stampato nella memoria: vent’anni fa, un lunedì sera, incontro di preghiera dei giovani. Padre Franco, il mio vecchio parroco, persona semplice e di grande umanità, si lascia andare a una confidenza: “Sapete – dice – io credo che noi non sappiamo cosa c’è davvero dietro la faccia delle persone… Ogni giorno, io incontro qualcuno. Persone che conosco, anche piuttosto bene. Stiamo lì, chiacchieriamo un po’, m’informo sulla loro salute, sulla famiglia, sui figli. Vengono fuori un po’ di pensieri, li condividiamo. Poi ci salutiamo, e ognuno torna alle sue occupazioni. Tempo dopo, scopro magari che quella stessa persona – in quel momento – era angosciata. Per un problema familiare, un cruccio grande. Qualcosa che non ha voluto raccontare, forse per pudore, forse per non buttarmi il peso addosso. E io non son stato capace d’intuirlo, di accorgermene”.

Nella mia esperienza lavorativa, ho scoperto che spesso le persone vogliono risposte, soluzioni, rapidità ed efficienza. Per anni, mi sono affinato – quasi specializzato – nel tentare di soddisfare al meglio queste richieste, mandando via contente le persone che si rivolgevano a me. Salvo poi ad accorgermi che in queste relazioni l’efficienza e la rapidità ammazzavano l’ascolto, l’empatia, la comunicazione profonda. Trovandomi, a distanza di giorni, a scoprire mio malgrado che l’aggressività di un collega nascondeva una separazione in corso. O l’apparente cinismo di un’altra persona andava a braccetto con una mamma diventata cieca. Peggio ancora, la rabbia per un torto subito ne faceva ammalare una terza.

Da quando ho smesso di essere un operaio altamente specializzato in byte e ho iniziato un percorso di counseling, mi sto riconciliando con la lentezza, l’imprecisione, l’ascolto inefficiente, privo di risposte pret-a-porter, orfano di soluzioni rapide e di giudizi semi-infallibili. Pian piano, sto imparando di nuovo, e con fatica, quanto possa essere grande il fardello di amarezze, di dubbi irrisolti, di ferite non ancora rimarginate, che ciascuno di noi porta dentro di sé. Senza darlo troppo a vedere in giro.
Mi accade, a volte, di cogliere una ruga, una smorfia amara che guizza sul volto di un amico, mentre liquida in fretta la risposta al “Come stai?” di rito che gli ho rivolto. E di scoprire, a distanza di tempo, che non sapevo affatto cosa ci fosse dietro la sua faccia.

Ho avuto la possibilità – che considero un privilegio – di poter condividere con altre anime in cammino storie, racconti, pezzetti di vita in quel porto di terra che è la Fraternità di Romena, in Casentino. E ripenso spesso a un pensiero di don Luigi Verdi – Gigi, per tutti – che ho trascritto sul mio taccuino un paio d’anni fa, quando ebbi la fortuna di conoscerlo per la prima volta, qui a Milano: “Ognuno di noi deve diventare un pezzo di pane per qualcuno”. E assieme, ne custodisco un altro, più lieve e per me più caro: “E’ raro incontrare non le persone generose – che pigiano e pigiano – ma quelle delicate e rispettose”.

Forse, in questi tempi di grande rapidità ed efficienza, un talento inizia a scarseggiare: quello dell’accoglienza indifesa, delle premure delicate. Del tempo perso a fare silenzio assieme. Mettendo a nudo le rughe dell’anima. E sciogliendo gli affanni in un abbraccio. Tra compagni di viaggio, capaci di condividere un boccone di pane e un sorso di vino. Qualche buona storia. Lacrime e sorrisi.

Male che fa male…

Ho scelto come titolo una bella canzone del grande Alex Baroni, per una notizia davvero brutta, arrivata d’improvviso a metà pomeriggio. Notiziario delle 17:30, apertura con un’ANSA appena battuta: Yara Gambirasio è morta, il corpo è stato ritrovato a pochi chilometri dal suo paese…

Sensazione di gelo e di sconforto, la ragione che entra in campo e dice: “Lo sapevamo, era passato troppo tempo, non poteva essersi salvata”. E tutto il resto. Incluso un grande sgomento, pensando a una ragazzina che non c’è più, alla sua mamma e al suo papà, che mi erano apparsi composti, dignitosi, quando tutte le TV li assediavano. E che ora, poverini, hanno questo grande dolore, questo CRAC che ti spezza dentro. E attorno, uno stormo di microfoni, faretti, telecamere, domande. Di avvoltoi. Di plastici no, quelli speriamo di no.

Un po’ di silenzio, di rispetto per il dolore. Per favore. Se non è chiedere troppo.

Più tardi, mentre ero ancora molto triste, mi tornava in mente una frase di Enzo Baldoni, quel cuore grande andato a morire in Iraq mentre cercava di dare una mano, un po’ giornalista e un po’ crocerossino. Leggevo i suoi pezzi su “Diario”, ho seguito tutta la sua vicenda. E di lui ricordo una frase: “Da un male, nasce un bene”. Dura crederlo, certe volte. Tanto dura…
Mi tornano in mente condanne durissime: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.” (Vangelo di Matteo 18,6)

Più tardi, mentre ripensavo a questa bruttissima storia, a tutte le speculazioni che ne nasceranno, al rancore e al livore che stanno già emergendo in diverse persone, mi sono ricordato di un brano. Regalatomi dieci anni fa da un’amica. Che mi commuove sempre, quando lo rileggo. E che forse, proprio per quello, sta su uno scaffale della libreria, bene in vista.

Signore,
non ricordarti soltanto degli uomini
di buona volontà ma anche di quelli cattivi.
Ma non per guardare a tutte le sofferenze
che ci hanno fatto patire,
ricordati piuttosto delle cose buone che quelle
sofferenze hanno fatto nascere in noi:
la fratellanza, la lealtà, l’umiltà,
il coraggio, la generosità,
la grandezza d’animo che ci è cresciuta dentro
per tutto quanto abbiamo sofferto.
E quando quegli uomini verranno
al giudizio finale lascia che i buoni frutti
che da noi sono nati siano il loro perdono.

(preghiera trovata su un pezzo di carta
vicino al corpo di un bambino
nel campo di concentramento di Ravensbruck)

Ciao, Yara. Sono sicuro che il buon Dio ti ha preso in braccio. E che Enzo, Alex e tante persone buone sono lì vicini a te.