Il sistema e l’ignoranza – Roberto Mancini

Citazione

Il sistema vigente si regge su una grande ignoranza antropologica, che porta ogni giorno a misconoscere e a disprezzare l’umanità, e su una grande ignoranza tecnica, per cui molti tra gli economisti sanno solo razionalizzare i meccanismi esistenti e sono semplicemente incapaci di concepire nuovi metodi e soluzioni.
Qui l’ignoranza e l’accecamento ideologico sono così pesanti che in effetti essi non sanno neppure comprendere bene le dinamiche del capitalismo e non riescono di conseguenza a prevederne le evoluzioni. Tanto meno sono in grado di indicare le risposte adeguate da dare alla crisi.
Come si supererà questa duplice ignoranza, se non sviluppando un sapere democratico, socializzato, che sappia illuminare le possibilità di armonia tra gli esseri umani e con la natura?

[Roberto Mancini, “Dal capitalismo alla giustizia”, altreconomia edizioni, 2012]

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Facciamo rete!

La filovia 90-91 è un buon osservatorio per immergersi nella realtà di Milano, quella popolare e multietnica. Per farsi un’idea di come vanno le cose, dei discorsi degli studenti, dell’individualismo e della solidarietà. Scarseggiano gli iPad, tanti cellulari economici, tanta gente che prova a tirare avanti meglio che può. A volte spintonandosi, a volte dandosi una mano.

L’altro giorno ero sul filobus 91, stracolmo di gente. Due signore “vecchia Milano” si confermavano a vicenda nella propria certezza:
– “Non c’è più educazione, Signora Mia… ”
– “Davvero, Signora, proprio non c’è più rispetto. Ognuno pensa per sé, e basta… “.

Alle mie spalle, poco prima, un signore dall’accento milanesissimo aveva appena invitato una giovane maghrebina incinta a trovar posto lì in fianco: “Altrimenti, finisce che tutta questa ressa le dà una spinta di troppo e… oplà, il suo bambino nasce prima del tempo!”. Ricevendo in cambio un sorriso riconoscente della futura mamma, sfuggita al pigia-piginsiemeia.

I periodi di crisi prolungata hanno questa caratteristica: riescono a tirar fuori il lato migliore e quello peggiore delle persone. Il desiderio di fuggire, di trovare una scappatoia, di provare a sistemarsi telefonando all’amico del cugino, che conosce un sacco di gente. E quello di provare a darsi una mano a vicenda, perché l’unione fa la forza, per provare a parare i colpi resistendo assieme, proprio come i fili ritorti nelle gomene delle navi.

I tempi sono davvero grami, ne abbiamo continue conferme, riscontri nei racconti dei conoscenti e nelle notizie di stampa. Non è per niente facile, specie per chi è più avanti negli anni, ha meno carte da giocare, meno strumenti culturali. Per chi è straniero, magari senza permesso. Ovunque, si colgono crepe e scricchiolii: un intero sistema economico sembra sul punto di cadere a pezzi, il modello consumista deperisce per crollo dei potenziali consumatori, espulsi dal mondo produttivo e privi di reddito certo.

Qua e là, mi pare di cogliere dei segnali. Timidi e incerti, come le prime violette all’inizio della primavera. Esitanti, perché fuori dal coro. Fanno appello alla creatività, cercano fondi dal basso, magari attraverso Internet. Recuperano forme solidali care ai nostri vecchi, come le cooperative o le società di mutuo soccorso. Scelgono la condivisione come modello, lo scambio di saperi. Gli orti collettivi e i Distretti di Economia Solidale. Soprattutto, mi sembra, mettono al centro la relazione. La progettazione condivisa.
Sarà forse l’arte di arrangiarsi del Terzo Millennio? Non credo, penso piuttosto che si stia iniziando a capire, o meglio, a cercare nuove strade e ad aggiornarne di antiche.

Si cerca di fare rete, di mettere in circolo buone energie. Scambiandosi idee e spunti, anzitutto. Condividendo spazi, come accade nel coworking. Suddividendo la realizzazione di progetti complessi tra tanti partecipanti (il cosiddetto crowdsourcing). Proponendo sul web un’idea, un progetto che si ritiene meritevole, e corredandolo di tutti i dati necessari a farsene un’idea, per poi partecipare con una quota libera ai costi di realizzazione (e questo è il crowd fundingun esempio del quale è il film “L’anima attesa“, dedicato a don Tonino Bello).

Rete come circolazione di buone idee e di buone energie, grazie alle mille possibilità che il Web 2.0 offre. E ancor più importante, rete come intreccio di relazioni. Conoscenza, magari virtuale sui social network e poi reale. Fiducia reciproca, sostegno, mutuo aiuto.
In questo modo, mi sembra, si tengono assieme i modelli di collaborazione cari ai nostri vecchi (basati sulla cooperazione, lo scambio, la solidarietà tra soggetti altrimenti svantaggiati) e le possibilità di conoscenza tramite Internet, che per i nostri nonni e bisnonni sarebbero vere e proprie diavolerie, affascinanti e incomprensibili.

La sfida è questa: fare rete, usare la Rete, costruire relazioni. Ho grande fiducia in queste opportunità, e ne ho continui riscontri. Se poi qualche navigatore solitario, che esplora il web e passa da queste parti, volesse segnalare esempi e buone pratiche – condividendo la propria esperienza – ne sarei particolarmente lieto: i commenti a questo post sono liberi, e l’indirizzo email al quale scrivere è: pensierilenti [at] gmail [punto] com. Prometto di pubblicare tutto… post pubblicitari esclusi!

Tenerezza, mon amour

E’ di nuovo Pasqua, l’ora legale incombe, la natura si sta risvegliando. La crisi invece continua imperterrita, ma siamo ottimisti: la ripresa ci attende, l’anno a Gerusalemme.

Il tempo passa e lascia tracce di sé: volti amati non sono più con noi, occhioni sgranati si affacciano appena al mondo, qualche ruga spunta inattesa sul viso, boschi centenari si arrendono allo sfregio del cemento e della modernità.

C’è molto, oppure pochissimo, da raccontare: storie di ordinaria disperazione, statistiche raggelanti, nuovissimi sbarchi a Lampedusa, ritorni da perdenti dopo che il sogno di un’America di là del mare si è infranto sugli scogli della disoccupazione.
C’è più cattiveria in giro, più cupezza, più apatica rassegnazione. Più occhi vitrei sulle slot-machines da bar, più cartelli “Affittasi” sulle vetrine vuote, più pacchi-viveri per famiglie neo-indigenti.

Eppure son belli i cinguettii di primavera, le occhiate di sole allargano il cuore e tolgono almeno un po’ di grigio. Un altro po’ lo toglie un Papa umano, che invita a non aver paura della tenerezza. Lascia da parte paramenti e oreficeria, si cinge il grembiule e bacia piedi ristretti, femminili e miscredenti.

Un po’ di umanità. Alla fine, ci basterebbe. Qualche autorevole conferma che le persone valgono più dei bilanci, le famiglie più delle banche, i bambini più dei mercati e delle borse. Un pezzetto di futuro, un profumo di speranza, un’attenzione non frettolosa. Una tenerezza che non sia melensa, che non sappia di spot del pandoro.

A volte, c’è bisogno di ritrovarsi di colpo privati di tutto: naufraghi tra le onde, prigionieri di una funivia, spogliati di orpelli e di optional, per riscoprire, a un tratto, le radici profonde della fratellanza umana. Ci vuole un bambino che piange disperato e affamato per far sciogliere il cuore di un arrampicatore sociale.

Più passa il tempo, più mi rendo conto che non servono sottili ragionamenti o dotte speculazioni per comprendere il senso della vita, del nostro essere al mondo. C’è bisogno, piuttosto, di sentire. Di commuoversi, di com-patire. Di emozionarsi. Occorre cogliere di nuovo, più profondamente, la bellezza di uno sguardo. La profondità di un dolore muto. L’esitazione di una voce che teme di osare troppo. Il palpito di un cuore innamorato. Occorrono la pazienza e l’attenzione di chi ha tempo da perdere. L’ingenuità di chi non misura le parole, e coltiva l’amore per i silenzi accoglienti. L’impotenza partecipe di chi può solo balbettare un abbraccio, di fronte al dolore. Asciugare una lacrima con una carezza. Stare accanto, in punta di piedi, con amore.

“La vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare”. (Abbé Pierre)

Bimboecagnone

Sortirne assieme

Sempre più spesso, faccio caso ai messaggi negativi che attraversano le nostre giornate. Parole come incertezza, precarietà, ansia, paura diventano la cifra di questa lunga stagione di crisi: radio, TV, giornali, social media ne sono pieni, in un quadro a tinte fosche.

Sono tempi grami, con la sensazione di essere derubati di fette di futuro, di dover pagare un prezzo salato per colpe commesse da altri. Si fa di necessità virtù, si parla di sobrietà, ma a volte – troppo spesso – si litiga con i conti da pagare. Si pensa di emigrare, in cerca di fortuna.

Io non ho ricette, al massimo qualche bussola. Ma mi convinco sempre più che un modo per uscire dal tunnel sia provare a stare assieme. A rimanere più vicini, uniti, solidali.
Mi sembra che la bellezza ci sia necessaria, ancora più di prima: la bellezza vera, non il lusso, l’ostentazione, l’eccesso. L’equilibrio, piuttosto, l’armonia delle forme e dei colori. E pure la gratuità, la condivisione, lo scambio. La capacità di liberarsi dalla schiavitù del denaro, dalla necessità di attribuire un prezzo a tutto. Come se il valore di tantissimi gesti non stesse nell’amore con cui sono compiuti.
Più di tutto, mi sembra che la tenerezza ci possa aiutare a rimanere saldi nella nostra umanità: la capacità di sorridere per primi, di ascoltare con attenzione e rispetto, di abbracciare a lungo chi soffre, senza cercare parole consolatrici a buon mercato. E poi, forse, provare a riscoprire la lentezza, il gusto delle cose fatte bene, prendendosi tutto il tempo che serve. Lasciando andare i tanti, troppi stimoli che reclamano briciole della nostra attenzione. E tentando piuttosto di trovare una nuova consapevolezza, lieve e radicata nel presente.

Ecco, davvero non so se tutto questo possa bastare, forse no. Forse c’è bisogno di molto altro, di cambiamenti più profondi, e collettivi. Dovremo mettere a frutto conoscenze e creatività, riscoprire saggezze antiche e declinarle in modi nuovi. Eppure, se c’è modo di cambiare, di evolvere, lo troveremo assieme. Pensando col “noi”.

Se vuoi arrivare prima, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme. (proverbio africano)

camminare

Lo spreco intollerabile

La notizia è di ieri: il Governo Monti ha invitato tutti i cittadini italiani a esprimere la propria opinione sulle spese pubbliche che rappresentano uno spreco, e vanno tagliate in tempi di crisi. Si tratta quindi di partecipare alla “spending review” dando suggerimenti e segnalando sprechi.

Questi tagli sono necessari e fanno parte dei vincoli imposti dal fiscal compact dell’Unione Europea: il trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’unione economica e monetaria, firmato a marzo da 25 stati dell’Unione.

Tutti sappiamo che nella Pubblica Amministrazione esistono moltissimi sprechi, e che la spesa pubblica – al netto degli stipendi per i dipendenti – può e deve essere razionalizzata. Del resto, moltissime famiglie italiane stanno “tirando la cinghia” ed eliminando tutti gli sprechi, e ha senso che lo Stato faccia la stessa cosa.

Purtroppo, quando si leggono commenti come quello di don Vinicio Albanesi, che denunciano l’assoluta mancanza di risorse per il sociale (anziani, minori, disabili: tutto il settore del welfare, per dirla con un altro termine inglese) iniziano a cadere le braccia: in Italia, si sa, la famiglia è forse il primo ammortizzatore sociale, e il secondo è il mondo del volontariato, ma occorre che ognuno faccia la sua parte, e che lo Stato non arrivi ad azzerare le risorse per settori di bilancio fondamentali nei confronti dei cittadini più deboli.

Se poi si ha occasione di leggere l’opinione di persone competenti, come il professor Gustavo Piga – docente di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata ed ex-presidente della Consip, la “centrale-acquisti” della Pubblica Amministrazione – lo sconforto aumenta. Si comprende benissimo – anche da profani – che le politiche di austerità e di rigore non possono bastare, né hanno chances di “far ripartire l’economia”, ma soprattutto hanno l’effetto certo di privare moltissime persone – giovani in primis – delle migliori chances per esprimersi e per mettere a frutto le proprie capacità. Opinione che è stata rafforzata, giusto ieri, dal Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, come ben sintetizzato dal professor Piga, che mi sento di ringraziare per la sua esemplare chiarezza.

Qualcosa, dunque, sembra non quadrare: una politica di tagli, rigore, austerità sembra una cura da cavallo, somministrata a un ammalato debolissimo. Una dieta stretta per un paziente denutrito e quasi immobilizzato a letto.

In tutto questo, però, c’è uno spreco che personalmente trovo davvero intollerabile. Riguarda la partecipazione italiana al programma “Joint Strike Fighter”: una novantina di aerei da guerra F-35 – tecnicamente si tratta di “cacciabombardieri multiruolo” – in grado di trasportare anche ordigni nucleari.
Ognuno di questi aerei costa quanto l’indennità di disoccupazione per 17.000 lavoratori (e lavoratrici) precari e il solo sistema ottico di puntamento – indispensabile in un cacciabombardiere – equivale al costo della raccolta differenziata in un comune di 100.000 abitanti, per cinque anni.
Si stima che l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35 costi almeno 10 miliardi di euro, ma la cifra è sicuramente approssimata per difetto, perché non tiene conto dei costi di manutenzione, e dei rincari quasi certi da parte dell’azienda produttrice, la statunitense Lockheed Martin. Come è stato chiarito più volte – anche durante le audizioni in Parlamento – non è ancora stato firmato alcun contratto, e il nostro Paese potrebbe ancora tirarsi indietro, risparmiando molto più dell’importo della Spending Review, stimato in 4,2 miliardi in 7 mesi, equivalenti a 7,2 miliardi su base annua.

Di questi tempi, credo che ogni cittadino italiano vorrebbe che la spesa pubblica riguardasse i servizi essenziali, irrinunciabili per la collettività, come quelli di cui parla don Vinicio Albanesi. Gli aerei da guerra portano morte, e non contribuiscono in alcun modo a migliorare il benessere del nostro Paese, ma anzi distolgono risorse essenziali da altri settori: scuola, sanità, forze dell’ordine, politiche sociali, assistenza ai cittadini più deboli.

Il Governo Monti ha chiesto l’opinione di tutti i cittadini italiani, per avere indicazioni sulle spese da tagliare: io ho seguito il consiglio della Rete Italiana contro il disarmo e ho scritto al Governo Italiano. Spero davvero che tantissime altre persone – che hanno a cuore i problemi economici dello Stato e il bene comune del popolo italiano – facciano altrettanto.

In punta di piedi

Metto una puntina, una calamita, per fissare qui un pensiero. Dedicato a tutte le persone che, come me, stanno riscoprendo l’importanza della tenerezza, dell’ascolto, dell’accoglienza. Dell’intuire, senza precipitarsi a chiedere. Del rispettare il silenzio, l’imbarazzo, il dolore. Senza pigiare per sapere di più, per risolvere, per dare consigli.
A quanti considerano valore l’attesa paziente, i sorrisi silenziosi, gli abbracci accoglienti. A chi non ha sempre la risposta pronta, l’idea geniale, la trovata brillante per cavarsi d’impaccio. A coloro che sanno attendere il tempo propizio, e quando arriva non guardano ai loro programmi, ma si aprono alla bellezza dell’incontro.

L’altro giorno, aprendo il portafoglio, ha fatto capolino un foglietto giallo, tra molti altri appunti e pezzetti di carta. L’ho riletto, ripensando a tanti incontri di questi ultimi tempi e a tante certezze che mi sono lasciato dietro le spalle. E ho pensato di trascrivere quel pensiero, con gratitudine per le persone che mi hanno salvato dall’efficienza gelida e mi hanno testimoniato il valore inestimabile dell’accoglienza.
Queste persone hanno tanti nomi e tanti volti. Molte di loro sono passate da Romena, molte di più camminano silenziosamente tra noi, un piede nella crisi e uno nella bellezza.

Mi avvicino sempre in punta di piedi al focolare di un uomo,
so quanta fatica e lacrime ci sono volute per costruire il mio.

Loretta Napoleoni, stasera su Twitter, parlando di Europa, Euro e crisi

Chi sia Loretta Napoleoni è presto detto: un’economista italiana, esperta di terrorismo e “capitali sporchi”, stimata autrice di molti libri e spesso pubblicata su “Internazionale”. Il suo blog è http://lorettanapoleoni.net/

Stasera, a margine di tutte le notizie sul “declassamento del rating” da parte di Standard and Poors, Loretta Napoleoni ha scritto su Twitter, nel giro di pochi minuti, una serie di tweet – messaggi lunghi al massimo 140 caratteri, quindi molto concisi, a volte telegrafici – da brividi. Ne riporto di seguito alcuni, con tanto di link, senza ulteriori commenti, sperando di cuore che si sbagli:

Mercati e politici ci vogliono far credere che tutto sia ok, ma chi sostiene Italia e Spagna e’ la BCE che acquista il debito dalle banche. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157917207916056576

Solo banche italiane comprano debito italiano e banche spagnole quello spagnolo, ecco cosa succede da 6 mesi sul mercato obbligazionario https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157917461746954240

Paesi che non possono piazzare il debito all’estero sono paesi di cui nessuno si fida, ecco perche’ il debito italiano e’ stato abbassato. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157918035955552258

Crisi Euro va risolta adesso con ristrutturazione euro e eurolandia altrimenti tra le prossime fermat e ci sara’ la bancarotta Italia. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157925389719711746

S+P distrugge Strategia Merkel+Sarko: tenere a galla Italia e Spagna per 3 anni mentre banche francesi e tedesche si liberano del debito. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157929040500625408

Non illudiamoci che gli spread scendano, economia Italiana va malissimo e sena intervento ECB avrebbe spread molto piu’ elevati. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157930321071972352

Italia non cresce da 10 anni, mercato nero, economia criminale e disoccupazione in aumento, Mafia e’ unica banca che presta soldi. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157930824891772928

La verita’ non la leggete sui giornali, censura vuole far credere che il nostro paese sia florido e ricco ma non e’ vero. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157931005699821568

Risparmi italiani al di sotto della media europea grossa fetta del patrimonio nazione in mano a Vaticano 1% pop controlla 45% di ricchezza https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157931469464014850

Mi si chiedono articoli esplicativi ma la stampa che mi da’ spazio ormai e’ pochissima, devo aspettare grande crollo per scrivere di nuovo https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157932026958327808

Solo su twitter ho spazio per lanciare SOS agli italiani, dovete accontentarvi di questi messaggi telegrafici per ora. https://twitter.com/#!/lanapoleoni/status/157932228100358144