Il sistema e l’ignoranza – Roberto Mancini

Citazione

Il sistema vigente si regge su una grande ignoranza antropologica, che porta ogni giorno a misconoscere e a disprezzare l’umanità, e su una grande ignoranza tecnica, per cui molti tra gli economisti sanno solo razionalizzare i meccanismi esistenti e sono semplicemente incapaci di concepire nuovi metodi e soluzioni.
Qui l’ignoranza e l’accecamento ideologico sono così pesanti che in effetti essi non sanno neppure comprendere bene le dinamiche del capitalismo e non riescono di conseguenza a prevederne le evoluzioni. Tanto meno sono in grado di indicare le risposte adeguate da dare alla crisi.
Come si supererà questa duplice ignoranza, se non sviluppando un sapere democratico, socializzato, che sappia illuminare le possibilità di armonia tra gli esseri umani e con la natura?

[Roberto Mancini, “Dal capitalismo alla giustizia”, altreconomia edizioni, 2012]

Cambiare

Ogni tanto, ripenso a quanto sono cambiato negli ultimi quattro anni. Non fisicamente, al massimo c’è qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nemmeno le mie convinzioni di fondo sono tanto diverse: credo nel buon Dio, tifo Inter. Tutto come sempre.

Piuttosto, in questi anni ho iniziato a vedere la vita in maniera molto diversa. Una serie di avvenimenti e di incontri mi han fatto uscire dal rassicurante tran-tran delle mie certezze. Ho iniziato, consapevolmente, a “perdere il controllo” della mia vita. Pian piano, ho smesso di arrabbiarmi per tutti gli imprevisti, gli ostacoli, le interruzioni dei Miei Ponderati Progetti.

Ripenso spesso a una frase di Luigi Verdi, che ho ascoltato più volte in questi pochi anni: “Quando siamo totalmente presi da un progetto, dalla mèta che vogliamo raggiungere, non ci accorgiamo più di quel che accade attorno a noi. Viviamo ogni imprevisto, ogni incontro come un ostacolo, una perdita di tempo, un inciampo che ci separa dal raggiungimento del nostro obiettivo. Che sta sempre là, fisso di fronte a noi. E così facendo, non ci accorgiamo di tutte le buone occasioni che perdiamo, di tutti gli incontri che ci attendono, di tutte le possibilità che si aprono, se solo le sappiamo scorgere: smettendo di guardare lontano, di fronte a noi, dove sta la nostra meta, e guardando invece a cosa ci sta accadendo. Proprio adesso.”
La frase è più o meno questa, sto andando a memoria, ma il senso è sicuramente quello.

Ecco, per me questa è stata una scoperta liberante: comprendere che ogni giorno è un dono, nuovo di zecca, colmo di sorprese e di incontri. Di volti amici e di sorrisi sconosciuti. Di gentilezze inattese, di semi di bellezza da scambiare.
Il mio temperamento, noto per l’efficienza e la ferrea razionalità, si è pian piano aperto all’Inatteso. Alla meraviglia e allo stupore. Ai gesti invisibili di tante sconosciute formichine, che donano il meglio che hanno. Gratuitamente, a tempo perso. Con passione e con amore, senza sperare in ricompense, ma per il piacere di fare la propria parte. Anche se il mondo è malato.

Ho capito, e capisco sempre meglio quanto sia diabolica la fretta. Quanti guai accadono perché siamo troppo pigiati nelle nostre giornate. Presi dal fare, dal raggiungimento degli obiettivi. Dalle liste da spuntare. Dall’incalzare dei promemoria e degli appuntamenti. Eternamente di corsa, felicemente trasportati dall’Alta Velocità. E dimentichi di essere: presenti, consapevoli, attenti. Empatici verso il dolore e le mute richieste di aiuto. Verso un volto sconosciuto, che d’improvviso incrocia la nostra strada. Traiettorie di esistenze che si sfiorano, potrebbero forse toccarsi. Rimanere cambiate per sempre, oppure proseguire. Intatte, o forse incompiute.

Bisogna tornare un po’ bambini, per riscoprire la Bellezza e il Mistero della vita. Bambini incantati davanti al mare. Felici di rotolarsi in un prato, di correre a perdifiato fino in cima alla collina. Di scoprire la vita che brulica di gracidii in uno stagno, mentre lì vicino altre vite sfrecciano in lamiere lucidissime, guidate da infallibili bip del GPS.

Gentilezza bellezza

Ricostruire

Ieri ho partecipato all’assemblea provinciale di Libera Milano, alla Camera del Lavoro. Non c’era moltissima gente – l’orario d’inizio ha forse penalizzato chi era ancora al lavoro – ma di sicuro erano presenti tante persone in gamba, e tante buone energie.

Man mano che venivano ricordate tutte le iniziative compiute nell’ultimo anno, si poteva toccare con mano il crescente coinvolgimento dei cittadini – e dei giovani in modo particolare – attorno a temi come la memoria delle vittime di mafia, lo studio e la ricerca sulla presenza della criminalità organizzata in Italia e nel mondo, la valorizzazione dei beni confiscati, la cittadinanza attiva.

Al termine dell’incontro, c’è stato un bell’intervento di chiusura di Nando dalla Chiesa, Presidente onorario di Libera, che ha parlato con passione della corruzione, delle differenze con Tangentopoli di vent’anni fa (io c’ero, e mi ricordo tutto, ahimè!) e della grande credibilità che Libera ha assunto, dopo tanti anni di lavoro serio, di testimonianze, di battaglie civili, di impegno per il cambiamento (a questo riguardo, segnalo l’ultimo studio, il Dossier Corruzione, presentato lunedì scorso a Roma).
Dalla Chiesa ha insistito sul fatto che ormai occorre ricostruire questo Paese, perché ci sono troppe macerie in giro per pensare ancora di poter riparare, e sulla mancanza di proposte e di progetti di lungo periodo, che rappresentino davvero un’inversione di tendenza, una volontà profonda di cambiamento.

Il discorso mi ha colpito, sia perché trasmetteva la bellezza del lavoro condiviso tra tutte le persone che hanno fatto e stanno facendo assieme Libera – da diciott’anni a questa parte – sia perché comunicava l’urgenza e la passione dell’impegno, testimoniato anche da tutte le domande di partecipazione ai corsi e alle scuole universitarie sulla criminalità, e dalle moltissime richieste di formazione supporto e collaborazione che arrivano continuamente a Libera, dalle scuole, dalle carceri, dagli ordini professionali, dagli enti locali.

Per dire un esempio quotidiano di quanto siamo caduti in basso in questo Paese (don Ciotti ha parlato di “coma etico”) mi sembra esemplare il “Buongiorno” di Massimo Gramellini su La Stampa di oggi, “Piazza pulita“, che mi ha fatto subito pensare alle conferenze di Gherardo Colombo sulle regole e la legalità nel quotidiano: vicende come questa si commentano da sole, e sono più eloquenti di una conferenza.

Speriamo che in tante città e comuni italiani, cittadini associazioni e amministratori cerchino un’alleanza e intessano reti per ripartire dalle regole minime di convivenza, dai posti per disabili, dalle piste ciclabili lasciate libere alle bici, dalle attività commerciali “addio pizzo”. Da quella che un tempo si chiamava “educazione civica”, ma ora si chiama – più correttamente – legalità democratica. Occorrerà ripartire dalle fondamenta, ma per fortuna siamo in tanti a credere nel cambiamento e nella possibilità di ricostruire, con tenerezza e disciplina.

Sii tu stesso

In questi giorni di scandali, di titoloni, di (ennesime) pubbliche crociate contro corruzione e malaffare, mi stupisce lo spreco di buone energie. Consumate per informarsi, commentare, indignarsi, godersi la pubblica gogna. Quali che siano i reprobi.

Mi stupisce perché, allo stesso tempo, ho continue conferme di quante persone in gamba facciano in silenzio la propria parte. Al meglio, con tutta la passione e l’intensità di cui sono capaci. Il più delle volte, senza smanie di protagonismo. Talvolta, purtroppo, rimettendoci in prima persona, perché i tempi sono davvero grami, e non sempre capacità passione e intensità bastano a garantire un futuro sereno.

Ecco, pensando a tutti quelli che si stracciano le vesti e poi, nella vita di ogni giorno, diventano complici del malaffare, delle furbizie, dell’illegalità, “perché bisogna pur campare”, mi torna alla mente un pensiero di Gandhi, che tengo sempre con me, a mo’ di promemoria: “Sii tu stesso il cambiamento che vorresti vedere nel mondo“.

Basterebbe questa scelta, occorrerebbe solo spendere bene le nostre energie per riuscire a cambiare – con un po’ di attenzione e di gradualità – tante cose. A partire dal poco, dalla nostra vita. Come propongono i gruppi dei Bilanci di giustizia, per fare un solo esempio. O come racconta “L’economia del noi“, per aggiungerne un altro.

“Sii tu stesso”: mica un lavoro da poco. Un po’ come dire: smetti di delegare. Non rifugiarti nel “così fan tutti”. Non cercare facili scorciatoie, o mugugni a buon mercato.
“Sii tu stesso il cambiamento”: non rimandare a domani. Non caricare di altra zavorra i tuoi figli, le generazioni che ci seguiranno. Inizia per primo a tracciare strade nuove.

E’ faticoso, non ci son storie. Significa nuotare controcorrente, spesso. Uscire dal conformismo, dalle mode (che magari fanno comodo a qualche iGenio-del-marketing). Significa riscoprire saggezze antiche, come il gusto della sobrietà e del saper riparare, caro ai nostri nonni, rispetto all’usa-e-getta che ci è familiare.

Soprattutto, mi sembra di aver capito, significa essere autentici. Rifuggire dal desiderio di piacere e di compiacere. Non adeguarsi, magari in nome del quieto vivere.
E’ un modo di essere che è parente stretto della consapevolezza, del discernimento. Della ricerca dell’essenziale. Che non è radicalismo, intransigenza, assoluta-fedeltà-ai-principi, durezza-e-purezza. Piuttosto, è condivisione, scambio, tensione verso il futuro. E assieme, comprensione verso chi arranca, perché ha il fiato un po’ più corto.

Il cambiamento, il nuovo che può nascere, ha tantissimi padri e madri: io credo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da qualche parte nell’Universo, vedano tutte le ragazze e i ragazzi di Libera e siano i loro ultrà, i più sfegatati tifosi di un cambiamento che cammina ogni giorno, sulle loro gambe, verso il futuro.

Appunti sparsi d’inizio autunno

La vita è cambiamento, e i cambiamenti arrivano quando iniziamo a muoverci, noi per primi. Me ne convinco sempre più, e le conferme arrivano ogni giorno.

In questo periodo, così diverso per me dalle riposanti certezze su cui mi sono cullato per anni, è bello svegliarsi e dare il benvenuto a ogni giornata, senza sapere cosa porterà, senza fare grandi progetti, e soprattutto senza inquietarsi se le cose vanno diversamente da come le avevo pensate, o sognate. Mi capita di pensare alla lunga quaresima che sta vivendo il mio babbo, a quanto la sua vita sia cambiata in queste settimane, e mi rendo conto di quanto precarie siano le nostre certezze, le nostre abitudini, i giorni che scorrono nella clessidra. “L’andamento passato non può essere una garanzia per il futuro”, dicono le righe piccole in fondo alle pubblicità degli investimenti finanziari (e provate a dirlo ai giovani che oggi, in tutto il mondo, sono scesi in piazza a rivendicare la loro speranza in un futuro migliore, e con maggiore uguaglianza… ). Lo stesso vale per la vita, per i giorni che sono stati e per quelli che verranno. “Il futuro è un’ipotesi”, cantava Enrico Ruggeri, tanti anni fa.

Spesso, molto spesso, mi è capitato di starmene solitario e un po’ accigliato in un angolino, osservando un presente che non mi piaceva. Rimpiangendo un passato che non sarebbe più tornato. E sperando in un futuro migliore, almeno un po’. Convinto che ciascuno di noi avrebbe diritto al suo pezzetto di felicità garantita, al suo cartoccio di risate, alla sua razione di bei ricordi. Di volti sorridenti che ti aspettano quando torni a casa. Di risate e gridolini là fuori, in giardino, mentre i bimbi giocano e si contendono il giocattolo nuovo. Perché pure Steve Jobs, venerato in tutto il mondo come guru visionario, confessava al suo biografo che i suoi figli erano di gran lunga la cosa migliore che avesse fatto, in tutta la sua vita. La sua storia, assieme a tantissime altre, destinate a rimanere anonime o conosciute in una cerchia ristretta, racconta di quanto la vita sia movimento. Tensione. Slancio. Come i ragazzi, quando saltano, si arrampicano, salgono sulle spalle di un amico. Provandole tutte, pur di riuscire, finalmente, a spiccare un frutto maturo dall’albero.

Ho letto diversi libri saggi, in questo periodo. Racconti di vita di persone che hanno continuato a muoversi, a provare, a saggiare le proprie certezze. Sempre provvisorie e perfettibili. Mi sono piaciuti molto i libri di Giorgio Mambretti, del quale ammiro la tensione e la continua ricerca verso una comprensione più profonda del legame tra salute e malattia, tra benessere, emozioni e “sintomi”. E mi ha molto colpito un libriccino saggio, “I quattro accordi“, nel quale ho avuto la fortuna di imbattermi… durante un viaggio in treno, perché niente accade per caso, a partire dagli incontri casuali. Più leggo questi libri, più rimetto in discussione le mie (presunte) certezze sulla vita e su quel meraviglioso e misterioso “direttore d’orchestra” che è il cervello umano, e più capisco quanto sia importante non rimanere fermi. Nelle nostre credenze. Nei giudizi verso le altre persone. Nei progetti per il futuro. Nella situazione presente.

I nostri antenati venivano tutti da una cultura contadina. Avevano un legame profondo con la terra, con la natura, coi ritmi delle stagioni. Si sentivano parte di un tutto, e avevano un senso del mistero che noi, indefettibili seguaci della scienza e della tecnologia, stiamo forse smarrendo. Anche se le magnifiche sorti, e progressive, si allontanano sempre più dal nostro orizzonte. E ci costringono a rifare i conti con un’esistenza divenuta precaria, incerta. Con ritmi innaturali, vecchie malattie e modernissime angosce.

Chissà, forse questo momento è davvero un kairos, un tempo propizio. Per ripensare a ciò che conta davvero. Che ci rende ospiti privilegiati del Pianeta (almeno, per chi riesce a soddisfare i bisogni primari). Un tempo nel quale è possibile esplorare nuove strade, scoprire germogli appena spuntati e riscoprire antiche saggezze. A patto di non restarsene fermi, a maledire un sogno fasullo di progresso che non esiste più.

Le ferite sono feritoie

Una premessa doverosa:
scrissi questi pensieri a un po’ di amici nel maggio 2009, dopo essere stato per la prima volta alla Fraternità di Romena, in Casentino, e aver partecipato al “Primo Corso”.
Li pubblico qui – a due anni di distanza e senza modifiche – con immensa gratitudine verso don Luigi Verdi, Pigi e tutte le persone conosciute a Romena, e poi per condividere con chi mi legge un’apertura alla speranza e alla capacità di rinnovarsi, che abita sempre dentro ciascuno di noi.

Vi è mai capitato di vivere un’esperienza forte – non parlo di neve, funghi, acidi, pastiglie – che vi ha scombussolati per bene, rimescolandovi in profondità e tirando fuori emozioni, ricordi e pure lacrime?

Qualche volta capita nei funerali, si sa. A volte, qualcosa del genere accade ai concerti, o nei raduni di massa: un bravo oratore, esperto di retorica, può riuscire a toccare corde profonde, suscitando ondate di emozioni. Ho in mente il concertone del Primo Maggio: credo che Vasco avrebbe potuto chiedere ai suoi fan di marciare fino al Colosseo e farlo a pezzi, per dimostrare di esserci, di essere forti. E pezzi piccoli sarebbero stati.

Io invece vorrei tentare di raccontarvi qualcosa di molto diverso, vorrei provare a trasmettervi almeno qualche eco dello scorso week-end, che ho passato nel Casentino: due giorni molto intensi, passati a “guardarsi dentro”, in compagnia di una ventina di sconosciuti, che alla fine sono diventati tutti amici tra loro. Niente New Age, Hare Krishna, o rosari tibetani, con tutto il mio rispetto per chi ama queste pratiche. Solo un po’ di buona vecchia comunicazione in gruppo, guidata da un signore coi capelli bianchi, che ha passato la vita con gli scarti, i tossici, le persone che “hanno problemi”.

Eh sì, perché oggi chi non ha un bel fisichetto palestrato, non è trendy, non frequenta la gente giusta, ha un paio di possibilità: convincersi di essere uno sfigato, una poveraccia, e buttarsi giù da morire. Oppure, c’est plus facile, cercare la sostanza più abbordabile: la bottiglia sotto il lavandino per le casalinghe, i drink alla frutta&rum – vodka, fate voi – per i quindicenni, le pasticche per i più grandicelli. E poi, neve a volontà, per chi vuol essere sempre al massimo (Vasco incluso, anche se era tanto tempo fa).

E gli altri? Quelli per l’appunto un po’ sfigati, le spalle piegate dai casi della vita? Quelle lasciate dal compagno perché la segretaria era vent’anni più giovane? Quelli che son stati picchiati da piccoli? Quelli che hanno adottato i bambini picchiati da piccoli, e ora prendon botte ogni giorno? Quelli che a Natale possono scegliere (devono scegliere) come dividersi tra la famiglia vecchia e quella nuova, e i figli non si chiamano Piersilvio o Luigi?

Questi vanno avanti, testa alta e schiena dritta. Induriscono il viso per non tradirsi, fanno battute ciniche sugli uomini (le donne, i capi, i pupi) e piangono in silenzio, quando rimangon da soli, tra quattro mura. Se ci riescono ancora, perché arriva il momento in cui il bambino dentro di loro finisce anche le lacrime.

E poi, forse misteriosamente, un po’ per caso e un po’ per il destino – io sono dell’idea che il buon Dio si diverta un mondo a combinare certi scherzetti – si trovano in un posto. Un luogo un po’ sospeso nel tempo e nello spazio, con una chiesetta romanica millenaria e i boschi del Casentino verdeggianti di primavera a far cornice.

Ma anche lì, ci vogliono pazienza e coraggio, per guardarsi dentro. Perché di maschere e armature abbiamo spesso un guardaroba intero. Perché l’armatura peggiore sono le attese degli altri su di noi. I sensi di colpa per ciò che è stato. I giudizi taglienti delle persone che amiamo, quando ci giudicano mezzi matti, mezzi falliti. Le mamme che piangono, perché sognavano altro per noi. I nostri amici sistemati – e ben “committati” sul proprio lavoro, dicono da queste parti, mentre Vasco direbbe: mi viene il vomito, è piu forte di mee – si preoccupano sinceramente per noi: ma quando ti sposi? Quando ti sistemi? Vorrai mica dare un calcio a un lavoro sicuro? Vorrai mica andare a vivere in quel paesello dimenticato? Vorrai mica un altro figlio? Ma chi te l’ha fatto fare di cercarti sempre altre rogne?

A queste persone, di tanto in tanto, una vocina dentro di me si ribella. E vorrebbe mettersi a gridare:

Cazzo, ma lo capisci che qualche volta IO STO MALE? Lo capisci o no che non me ne frega niente della zucca arancio, dell’auto che mi acchiappa al volo i vestiti mentre vado al lavoro? Che non voglio la pensione integrativa imbattibile, ma arrivare stanco consumato e felice alla pensione? Ma lo vedi o no com’è conciato tuo figlio, che sa tutto della Playstation ma non si ricorda più quanto è bella la tua voce, mentre gli racconta una fiaba per la centesima volta? (perché le fiabe sono una palla pazzesca, roba da donne: “Scusa cara, potresti andare tu dal bambino? Io sono committato sul report per domani… ” ).

(E intanto cerchiamo la badante per nonna, e pazienza se la badante è clandestina e aspetta la sanatoria e ha lasciato i suoi figli dagli occhi azzurri in pegno ai nonni per fuggirsene qui, lontana mille chilometri dal marito ubriacone. E pazienza se vorrebbe essere felice anche lei e non sentir parlare più di ronde divieti tagliandi permessi. Perché lei è sempre gentile con nonna, anche quando le chiede la stessa cosa per la centesima volta…)

Ecco, qualche volta, per riuscire a guardarsi dentro, bisogna tornare indietro nel tempo. Scoprire la bellezza di una chiesa antica, di una zona spopolata e affascinante, mettersi in mano a un prete mezzo matto, che ha dato vita a un sogno di fraternità e accoglienza. Affidarsi a qualcuno di che ti fa sentire a casa dal primo momento. A persone che sono come il pane appena sfornato: profumano di buono, si lascian dietro una scia invitante.

“Vieni, vieni chiunque tu sia,
sognatore, devoto, vagabondo
poco importa.
La nostra non è
una carovana di disperazione.
Vieni,
anche se hai infranto i tuoi voti mille volte.
Vieni, vieni,
nonostante tutto vieni”
Giala’l Ad-din Rumi

“Quello che io so è che la vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare” (Abbé Pierre)


Apparenti casualità

Ogni tanto mi capita di canticchiare un una vecchia canzone di Mimmo Locasciulli ed Enrico Ruggeri – “Confusi in un playback” –  che nel ritornello fa: “E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili / e il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via”…

La nostra vita è un fiume, che a volte scorre lento placido e quasi immobile, altre volte si gonfia, fa le rapide e i mulinelli, rompe gli argini, e magari trova una nuova strada, si scava un nuovo letto. E noi crediamo di stare al timone, ma il più delle volte ci limitiamo a seguire la corrente, e veniamo cambiati senza neppure accorgercene, o almeno senza voler davvero cambiare.

Ci cambiano le esperienze, le persone, gli eventi. Le ferite e le gioie. La stanchezza di ripetere sempre gli stessi gesti. Gli errori che ci fan pagare pegno. La voglia di vincere la paura e di spiccare finalmente il tuffo. Le decisioni, le scelte, i passi importanti, certo: i matrimoni, i cambiamenti di lavoro, di città, di vita. Più spesso, forse, ci cambiano le (apparenti) casualità, le coincidenze, le scocciature e gli imprevisti, ciò che non scegliamo noi.

Dietro tutto questo affannarsi, nei tanti sforzi per “far la cosa giusta”, per “imparare dai propri errori”, per “dare finalmente un senso alla propria vita”, cosa c’è, se non un grande, inestinguibile desiderio di felicità?
Senza riuscire a dargli un nome, spesso senza potersi fermare, sedersi, guardare da un lato la nostra vita e dire che sì, siamo contenti. Anche se non siamo belli come i divi del cinema. Intelligenti come i premi Nobel. Ricchi come Bill Gates. Anche se non salveremo delle vite, non passeremo alla storia, nessuno si ricorderà di noi tra cent’anni. Anche se in giro ci sono un sacco di cose brutte, storte. Di persone cattive, di orchi e di farabutti. Di ingiustizie e di sofferenze.

Eppure, dentro ciascuno di noi c’è una scintilla. Di infinito. Di bellezza. Di felicità. Che i bambini conoscono bene, anche se non san mica come si chiama. E che i vecchi rimpiangono, anche se non ricordan più bene quand’è stato, e come.
Che si risveglia a primavera. S’incanta davanti a un tramonto. S’intenerisce quando un bimbo ci chiama per nome. Ha nostalgia di quando, per la prima volta, abbiamo scoperto tutti i colori che può avere il mare.

Passata la boa degli ‘anta, mi sento riconoscente. Per quanto son cambiato. Per tutto quello che ho imparato. Per come “i casi della vita” mi han fatto ritrovare la bussola. Per tutti i libri che ho letto, ma molto, molto di più per tutte le persone che il buon Dio ha messo sulla mia strada (e, per qualcuna, un po’ di più).

Perché il tempo che passa mi ha cambiato, e a primavera mi fa riscoprire la bellezza dei due tigli che stan sotto le finestre di casa mia: in tre giorni si coprono di foglie, le dispiegano e accolgono frotte di passerotti, per concerti replicati ogni mattina.
Che meraviglia, per chi riesce ad accorgersene.

 

Non c’è dovere che sottovalutiamo tanto quanto il dover essere felici.
R. L. Stevenson