Promemoria

Regalarsi ogni giorno un po’ di bellezza.
Coltivare relazioni nutrienti per la nostra anima.
Mettere sempre amore in ciò che facciamo.
Lasciar andare le negatività in cui ci siamo imbattuti.
Accogliere la Vita come un’avventura meravigliosa.
Osare il nuovo, guardando il mondo con occhi bambini.
Impegnarsi a lasciare una traccia luminosa dietro di noi.

Perché la Vita è una collana fatta di migliaia di giorni. Ciascuno, unico e irripetibile.
Proprio come ciascuno di noi: un pensiero unico e irripetibile che Dio non rifarà più, come diceva padre Giovanni Vannucci.

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Amore: cio’ che resta

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Cambiare

Ogni tanto, ripenso a quanto sono cambiato negli ultimi quattro anni. Non fisicamente, al massimo c’è qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nemmeno le mie convinzioni di fondo sono tanto diverse: credo nel buon Dio, tifo Inter. Tutto come sempre.

Piuttosto, in questi anni ho iniziato a vedere la vita in maniera molto diversa. Una serie di avvenimenti e di incontri mi han fatto uscire dal rassicurante tran-tran delle mie certezze. Ho iniziato, consapevolmente, a “perdere il controllo” della mia vita. Pian piano, ho smesso di arrabbiarmi per tutti gli imprevisti, gli ostacoli, le interruzioni dei Miei Ponderati Progetti.

Ripenso spesso a una frase di Luigi Verdi, che ho ascoltato più volte in questi pochi anni: “Quando siamo totalmente presi da un progetto, dalla mèta che vogliamo raggiungere, non ci accorgiamo più di quel che accade attorno a noi. Viviamo ogni imprevisto, ogni incontro come un ostacolo, una perdita di tempo, un inciampo che ci separa dal raggiungimento del nostro obiettivo. Che sta sempre là, fisso di fronte a noi. E così facendo, non ci accorgiamo di tutte le buone occasioni che perdiamo, di tutti gli incontri che ci attendono, di tutte le possibilità che si aprono, se solo le sappiamo scorgere: smettendo di guardare lontano, di fronte a noi, dove sta la nostra meta, e guardando invece a cosa ci sta accadendo. Proprio adesso.”
La frase è più o meno questa, sto andando a memoria, ma il senso è sicuramente quello.

Ecco, per me questa è stata una scoperta liberante: comprendere che ogni giorno è un dono, nuovo di zecca, colmo di sorprese e di incontri. Di volti amici e di sorrisi sconosciuti. Di gentilezze inattese, di semi di bellezza da scambiare.
Il mio temperamento, noto per l’efficienza e la ferrea razionalità, si è pian piano aperto all’Inatteso. Alla meraviglia e allo stupore. Ai gesti invisibili di tante sconosciute formichine, che donano il meglio che hanno. Gratuitamente, a tempo perso. Con passione e con amore, senza sperare in ricompense, ma per il piacere di fare la propria parte. Anche se il mondo è malato.

Ho capito, e capisco sempre meglio quanto sia diabolica la fretta. Quanti guai accadono perché siamo troppo pigiati nelle nostre giornate. Presi dal fare, dal raggiungimento degli obiettivi. Dalle liste da spuntare. Dall’incalzare dei promemoria e degli appuntamenti. Eternamente di corsa, felicemente trasportati dall’Alta Velocità. E dimentichi di essere: presenti, consapevoli, attenti. Empatici verso il dolore e le mute richieste di aiuto. Verso un volto sconosciuto, che d’improvviso incrocia la nostra strada. Traiettorie di esistenze che si sfiorano, potrebbero forse toccarsi. Rimanere cambiate per sempre, oppure proseguire. Intatte, o forse incompiute.

Bisogna tornare un po’ bambini, per riscoprire la Bellezza e il Mistero della vita. Bambini incantati davanti al mare. Felici di rotolarsi in un prato, di correre a perdifiato fino in cima alla collina. Di scoprire la vita che brulica di gracidii in uno stagno, mentre lì vicino altre vite sfrecciano in lamiere lucidissime, guidate da infallibili bip del GPS.

Gentilezza bellezza

Buon Natale!

Trascrivo anche qui, sul mio blog, gli auguri che ho inviato a tanti amici, vecchi e nuovi.

Vi auguro tempo per le persone che amate, sorrisi larghi e aperti da donare agli sconosciuti, abbracci da orsi per stringere gli amici più cari, tenerezze inattese per chi sta perdendo la speranza.

Vi auguro che il Natale non sia uno stanco rito o una festa del cibo e dei sensi. Che il nuovo anno ci veda pronti a rischiare in prima persona per una buona causa, solidali al fianco di chi è colpito nella propria dignità, capaci di confortare chi non sa più come andare avanti.

Alla fine, io credo, da questi tempi segnati dall’ansia, dalla precarietà, dalla paura usciremo solo assieme. Pensando e agendo col “noi”. Riscoprendo valori antichi, come l’autenticità e la solidarietà. E declinandoli in forme nuove. Lasciando gli adoratori del Dio Mercato al loro triste destino contabile e riprendendo contatto con la terra, con la bellezza, con la gratuità. Col gusto delle cose lente, fatte bene, condivise. Che sanno di buono.

Ecco, per me Natale vorrebbe essere anche questo: trovare il tempo. Lasciare andare i tanti, troppi stimoli che reclamano brandelli della nostra attenzione. E ricercare profondità negli sguardi, leggerezza nel bagaglio di (pre)occupazioni, tenerezza nelle azioni e nei gesti. Provare, per quanto possibile, a essere una piccola oasi nel deserto della vita, per tutte le persone assetate di amore che incontreremo.

Tra i molti auguri che ho ricevuto, poi, ce n’è uno che mi è piaciuto in modo particolare, e ne sono davvero grato ai miei amici Simona e Andrea: mi fa piacere trascriverlo qui e condividerlo con tutte le persone che sosteranno su queste pagine per qualche tempo, perché dice tutta la tenerezza e la poesia che mi stanno (ci stanno) a cuore.

Dio si nasconde nel piccolo pugno serrato dei neonati,
nell’acqua che si beve e nei sorrisi scambiati da due passanti.

(Christian Bobin)

Icona Natale

Sortirne assieme

Sempre più spesso, faccio caso ai messaggi negativi che attraversano le nostre giornate. Parole come incertezza, precarietà, ansia, paura diventano la cifra di questa lunga stagione di crisi: radio, TV, giornali, social media ne sono pieni, in un quadro a tinte fosche.

Sono tempi grami, con la sensazione di essere derubati di fette di futuro, di dover pagare un prezzo salato per colpe commesse da altri. Si fa di necessità virtù, si parla di sobrietà, ma a volte – troppo spesso – si litiga con i conti da pagare. Si pensa di emigrare, in cerca di fortuna.

Io non ho ricette, al massimo qualche bussola. Ma mi convinco sempre più che un modo per uscire dal tunnel sia provare a stare assieme. A rimanere più vicini, uniti, solidali.
Mi sembra che la bellezza ci sia necessaria, ancora più di prima: la bellezza vera, non il lusso, l’ostentazione, l’eccesso. L’equilibrio, piuttosto, l’armonia delle forme e dei colori. E pure la gratuità, la condivisione, lo scambio. La capacità di liberarsi dalla schiavitù del denaro, dalla necessità di attribuire un prezzo a tutto. Come se il valore di tantissimi gesti non stesse nell’amore con cui sono compiuti.
Più di tutto, mi sembra che la tenerezza ci possa aiutare a rimanere saldi nella nostra umanità: la capacità di sorridere per primi, di ascoltare con attenzione e rispetto, di abbracciare a lungo chi soffre, senza cercare parole consolatrici a buon mercato. E poi, forse, provare a riscoprire la lentezza, il gusto delle cose fatte bene, prendendosi tutto il tempo che serve. Lasciando andare i tanti, troppi stimoli che reclamano briciole della nostra attenzione. E tentando piuttosto di trovare una nuova consapevolezza, lieve e radicata nel presente.

Ecco, davvero non so se tutto questo possa bastare, forse no. Forse c’è bisogno di molto altro, di cambiamenti più profondi, e collettivi. Dovremo mettere a frutto conoscenze e creatività, riscoprire saggezze antiche e declinarle in modi nuovi. Eppure, se c’è modo di cambiare, di evolvere, lo troveremo assieme. Pensando col “noi”.

Se vuoi arrivare prima, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme. (proverbio africano)

camminare

Scorte di bellezza per l’inverno

[Questo post è un po’ il seguito ideale del precedente, “Torno al Sud“, scritto alla vigilia della partenza per Pollica e Acciaroli: a quello rimando, come premessa e spiegazione].

Ho preferito attendere. Lasciar decantare le emozioni, l’entusiasmo, il desiderio di tornare presto. E’ troppo facile tornarsene a casa dal Cilento, pieni di bei ricordi, solidali con quanti continuano l’opera di Angelo Vassallo, ammirati per una natura e un paesaggio unici. Felici per aver conosciuto nuovi amici, e per aver abbracciato persone che erano amici solo virtuali (scoprendo che sono proprio le belle persone che c’immaginavamo).

Scrivere un post sull’onda dell’entusiasmo può essere bello, certo, ma un po’ di distanza emotiva aiuta: c’è modo di ripensare con calma, di assaporare i ricordi – con l’aiuto di un tot di foto – e pure di essere grati, pensando a luoghi e persone che erano solo un racconto e ora si sono colorati di emozioni. Di sfumature, di bellezza. Rendendoci diversi da com’eravamo prima di partire.

I campi estivi sono una bella esperienza, che consiglio spesso agli amici. Per me, sono una piacevole abitudine da una quindicina d’anni. Non disdegno le vacanze tradizionali, certo: i comfort di un albergo o di un bed-and-breakfast, e nemmeno le vacanze all’aria aperta in campeggio. Epperò, la magia di condividere una bella esperienza con un gruppo di persone sconosciute fino al giorno prima, di affacciarsi sulla soglia della loro intimità, di scoprire echi risonanze affinità, beh, secondo me è un dono grande, di cui mi sento davvero grato, anzitutto ai miei compagni di viaggio e di avventura.
Forse, i campi estivi di volontariato, più che una semplice vacanza, sono un vero “viaggio di scoperta”: s’impara a conoscere almeno un po’ un territorio e chi lo abita, e a farlo in uno spirito di condivisione e di semplicità, ma pure di allegria e di entusiasmo. E’ un modo per sperimentare cosa sia davvero la convivialità, per declinare la nostra capacità di accoglienza, di apertura all’altro, che in fondo è uno dei tratti distintivi di tutte le civiltà del Mediterraneo.

Certo, pure i luoghi hanno una parte importante: provate a farvi una gita per mare bordeggiando sotto costa per buona parte del Cilento, a godervi le infinite sfumature di colore del mare e della macchia – sporcate qua e là dalle ferite inferte dall’ingordigia umana – o a scoprire le tante grotte di Palinuro: difficile pensare che Milano sia un posto migliore per viverci. Più comodo, forse, più ricco di opportunità. Ma quanto più artificiale, più brutto, più povero di sfumature… Oppure, provate a passeggiare tra i templi di Paestum (*), immaginando per un attimo la vita che vi si svolgeva, senza sentirvi una formichina, sperduta tra asfalto cemento e altri ritagli di (decadente) modernità…

Più di tutto, però, rimangono nella memoria le persone: il volto di Angelo Vassallo, che campeggia in tanti luoghi, a Pollica e ad Acciaroli, in un tributo postumo tanto enfatico quanto (forse) tardivo, per una persona che si è spesa fino in fondo per i luoghi che amava, a partire dal “suo” mare. Il volto di tante persone – come Armando, o Fausto – che profondono tempo ed energie per mantenere bella Pollica, e che forse saranno contente per il piccolo contributo e la vicinanza affettuosa dei volontari di Legambiente e Libera.
I volti di quanti continuano a tornarci – ogni anno, ogni estate – semplicemente perché un pezzetto del loro cuore è rimasto lì.
Vorrei spendere una parola in più per una persona in particolare, tanto schiva e aliena dalle pubbliche relazioni, quanto votata con tutta sé stessa al suo paese: si chiama Carla Ripoli, è Vicesindaco e Assessore all’Ambiente di Pollica ed è una persona in costante attività, che conosce il territorio perché lo percorre instancabilmente e – penso di poter dire – lo amministra (bene) perché lo ama. Persone come Carla rappresentano ai miei occhi la vera anima del nostro Sud: operosa, silenziosa, ospitale, semplice, tenace. Autentica.

P.S. Questo post ha un titolo che mi è balenato alla mente molti giorni prima di scriverlo. Dice almeno un po’ l’indicibile: le emozioni, la gratitudine e la nostalgia che provo, tornato nella Grande Milano, per tutta la bellezza che mi ha riempito il cuore. La stessa, mi pare, che era racchiusa in un bel film di Mimmo Calopresti, “Preferisco il rumore del mare”.

(*) Nota: Su Paestum, mi piace segnalare il bellissimo progetto di azionariato popolare “Paestumanità“, promosso dal locale, attivissimo, circolo di Legambiente.

Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.

In punta di piedi

Metto una puntina, una calamita, per fissare qui un pensiero. Dedicato a tutte le persone che, come me, stanno riscoprendo l’importanza della tenerezza, dell’ascolto, dell’accoglienza. Dell’intuire, senza precipitarsi a chiedere. Del rispettare il silenzio, l’imbarazzo, il dolore. Senza pigiare per sapere di più, per risolvere, per dare consigli.
A quanti considerano valore l’attesa paziente, i sorrisi silenziosi, gli abbracci accoglienti. A chi non ha sempre la risposta pronta, l’idea geniale, la trovata brillante per cavarsi d’impaccio. A coloro che sanno attendere il tempo propizio, e quando arriva non guardano ai loro programmi, ma si aprono alla bellezza dell’incontro.

L’altro giorno, aprendo il portafoglio, ha fatto capolino un foglietto giallo, tra molti altri appunti e pezzetti di carta. L’ho riletto, ripensando a tanti incontri di questi ultimi tempi e a tante certezze che mi sono lasciato dietro le spalle. E ho pensato di trascrivere quel pensiero, con gratitudine per le persone che mi hanno salvato dall’efficienza gelida e mi hanno testimoniato il valore inestimabile dell’accoglienza.
Queste persone hanno tanti nomi e tanti volti. Molte di loro sono passate da Romena, molte di più camminano silenziosamente tra noi, un piede nella crisi e uno nella bellezza.

Mi avvicino sempre in punta di piedi al focolare di un uomo,
so quanta fatica e lacrime ci sono volute per costruire il mio.

Lentius, profundius, suavius

Scrivo queste righe standomene all’ombra e al fresco della breva che soffia dal Lago di Como, con un pensiero ricorrente e un po’ malinconico a quando dovrò riprendere la strada di casa, e rassegnarmi al grigiore della Bassa Milanese.

Ripenso a due esperienze emozionanti, vissute in Toscana a inizio agosto, che mi hanno regalato tanti spunti di riflessione, intrise come sono state di senso, di sapori buoni, di cose semplici, di fraternità.

Ho avuto modo, una volta di più, di sperimentare la bellezza delle relazioni. Di arricchirmi condividendo la fatica, la riflessione, l’ascolto con altre persone. Tutte incamminate lungo i sentieri della vita. Chi stanco delle svolte improvvise e dei vicoli ciechi, chi indeciso davanti a qualche bivio, chi in sosta dopo salite faticose e lunghi “strappi”, che sembrano non finire mai.

Momenti di sosta e di incontro come questi sono esperienze incomparabili – almeno per me – per uscire dal guscio delle mie abitudini, da una routine che spesso diventa galleggiamento, ripetizione di gesti, continuo saltabeccare da uno stimolo all’altro, da un’incombenza alla successiva. “Viviamo nell’era dell’attenzione discontinua”, diceva un articolo di qualche tempo fa: parlava di luoghi di lavoro, ma in fondo descriveva le nostre vite. Schiacciate tra mille compiti attese doveri piaceri scadenze. Proiettate sui progetti futuri, sulla prossima data cerchiata sul calendario. E spesso dimentiche del momento presente, dei ritmi naturali che hanno segnato la vita di tutte le generazioni che ci han preceduto, degli spazi di silenzio e di respiro per la nostra anima.

Esperienze come queste mi fanno pensare a quanto il mito dell’efficienza sia diventato il peggior nemico della semplicità, della Vita vissuta con la maiuscola. Come se la fretta, l’azione diritta allo scopo e poi al successivo e poi a un altro ancora fosse l’unica maniera di vivere alla nostra portata, il solo modo per sentire un sapore, un senso, una gioia nella collana delle nostre giornate. Che infiliamo come perline nel filo del tempo, scordandoci forse di contemplarle, di rallentare per aver tempo di gustarci un incontro, un paesaggio, un racconto. I rari attimi di spaesamento, di vuoto, di noia diventano nemici da combattere, ricorrendo ai migliori antidoti per scacciare alla svelta il dolore che fa capolino nell’anima.

Ecco, credo che avremmo bisogno più spesso di cambiare ritmi, di trovare e di regalarci spazio. Tempi dilatati, paesaggi dolci, ascolti pazienti. Silenzi rispettosi, scarni, senza più domande consigli rimedi informazioni. Un po’ come in una chiesa romanica, dove i vuoti sono in perfetto equilibrio con la pienezza delle forme e della luce.
Semplicità e grazia: non ci serve molto di più per andare incontro a ogni nuova giornata. E spazi di luce per la nostra anima, e per le anime che ci sono compagne di viaggio.

In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci. (Michael Ende)