Il Giappone, i rischi nucleari e l’Italia

A tre giorni dal terremoto e dallo tsunami in Giappone, solo ora iniziamo a intuire almeno in parte la gravità del disastro, grazie ai video che arrivano abbondanti in Rete, alle foto e ai reportage dei giornalisti inviati sul posto.

Sappiamo molto meno, purtroppo, sulla reale situazione delle centrali nucleari, danneggiate dallo tsunami e dal mancato funzionamento degli impianti di raffreddamento di emergenza. La preoccupazione, anzi, sembra aumentare col passare dei giorni.

Leggendo le informazioni su Twitter, si ha la netta sensazione che le notizie di fonte ufficiale siano volutamente rassicuranti, e che agli esperti di nucleare sia spesso difficile esprimersi in piena libertà. Nel frattempo, in tutto il mondo, è ripreso il dibattito sull’energia nucleare, la sicurezza e i rischi connessi.

In tutta questa tragedia, colpisce la grande compostezza e la fermezza d’animo del popolo giapponese, ben addestrato da anni e anni di esercitazioni e lontano per cultura dall’abbandonarsi a manifestazioni d’isterismo o disperazione.

Rimane un grande dubbio: siamo davvero in grado di controllare reazioni così potenti, come la fissione nucleare? Possiamo barattare la sicurezza energetica e il mantenimento del nostro modello di vita, che richiede sempre più energia, con i rischi che si corrono quando avvengono catastrofi naturali, come quella del Giappone?

Solo stamattina ho scoperto che l’Italia è un Paese a rischio-tsunami: nel 1908, dopo il devastante terremoto che colpì Messina e Reggio Calabria – terremoto di intensità comunque molto inferiore a quello avvenuto ora in Giappone – le coste di Sicilia e Calabria furono investite da altissime ondate. E, come sostiene nell’intervista Gian Vito Graziano, presidente dell’Ordine nazionale dei geologi, per queste eventualità servono piani di emergenza. Che in Giappone esistono, e sono ben rodati e continuamente proposti alla popolazione. Mentre in Italia, semplicemente, sono una buona intenzione.

Forse, prima di lanciarci in una nuova avventura nucleare, avremmo bisogno di riflettere e di partire proprio da qui: in Italia, la Protezione Civile è perfettamente in grado di far fronte alle emergenze. Mentre manca – perché troppo costosa, da molti punti di vista – una seria cultura della prevenzione.

E’ rimasta famosa una replica di Indro Montanelli a una battuta di Giulio Andreotti. Andreotti disse: “Tanto, poi, in Italia tutto si aggiusta”. Montanelli, di rimando:
“In Italia tutto si arrangia, non si aggiusta”. Che, ne converrete, fa parecchia differenza.

[P.S. Su Twitter il dibattito sul nucleare impazza. Credo quindi che sia corretto esprimere qui, sul mio blog, la mia opinione in modo chiaro.
Sono un vecchio socio di Legambiente, ho votato sì ai referendum del 1987 per abolire il nucleare e credo che in Italia dovremmo investire molti quattrini nello sviluppo delle energie rinnovabili e nel risparmio energetico. Avremmo anche bisogno di una seria politica energetica di medio e lungo periodo, che non consista solo nel rilasciare deleghe in bianco all’ENI.
Infine, credo che dovremmo prendere in seria considerazione un grande rischio: nel nostro Paese, tutte le grandi opere hanno prodotto tangenti, comitati d’affari, conferenze di programma, deroghe alle leggi sulla Valutazione d’Impatto Ambientale e – quel che è davvero intollerabile – grandi appetiti da parte delle mafie, pronte a gettarsi a capofitto sugli inevitabili subappalti. A mio parere, basterebbero questi argomenti – senza neppure scomodare il rischio-sismico o il problema dello smaltimento delle scorie – a sconsigliare la scelta nucleare. Forse, però, questi stessi argomenti spiegano fin troppo bene l’enfasi che oggi circonda l’opzione nucleare in Italia]
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E ancora la pioggia ripulirà…

Piove fitto fitto sulla Grande Milano, mentre alcuni operai lavorano alacremente per sostituire i cartelli sulle tangenziali milanesi, in ossequio alla nuovissima grida del 2011: si abbassino i limiti a 70 km l’ora, il PM10 è troppo alto, le polveri sottili ci intasano i polmoni.

Giusto ieri, con una bella conferenza-stampa, è stato presentato il progetto definitivo della nuovissima TEM, più conosciuta come Tangenziale Est Esterna, una nuova bretella di asfalto che collegherà l’Autostrada del Sole – all’altezza di Melegnano – con la Milano-Venezia, poco oltre Agrate Brianza (qui c’è la mappa: http://tangenziale.esterna.it/mappa/).

Tutti a illustrare le magnifiche sorti e progressive della nuova opera, le otto aree con i relativi progetti di compensazione ambientale, i benefici per la mobilità, il project-financing che non comporterà oneri per le casse degli enti pubblici. E tutt’e cose.

Nel frattempo, arrivava un’altra notizia: partiranno domenica prossima le prime corse del metrò verde prolungate ad Assago. La nuova tratta (due fermate in più da Famagosta) comporterà un modesto sovrapprezzo: 2,10 € anziché 1 €. Cosa ‘e niente, avrebbe detto il grande Eduardo.

Dieci anni fa, un mio collega esibiva in ufficio un bel poster, con una foto satellitare della Lombardia: guardandolo, si notava una grossa chiazza bianca, che iniziava all’altezza di Varese, si espandeva a macchia d’olio attorno a Milano e proseguiva ben oltre Bergamo. Era tutta la fascia di territorio urbanizzata, tra case strade e capannoni.

La Lombardia è una regione molto ricca, compete con la Baviera e ha il più alto PIL in Italia, sia in valore assoluto che pro capite, pur contando quasi dieci milioni di abitanti. Eppure, continua inesorabilmente a consumare territorio, a costruire strade – in nome del diritto alla mobilità – ma anche grattacieli, seconde case (un affarone imperdibile in Val Brembana? interessa l’articolo?) e perfino capannoni. Qualche voce profetica – come quella del benemerito Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano – si leva contro questa miopia. Ma è cosa ‘e niente, o quasi.

Soffochiamo puntualmente nell’inquinamento ogni inverno, dibattiamo ogni volta su domeniche a piedi sì o no… e alla fine torniamo a respirare per un po’ – con Celeste sollievo del sempiterno Presidente, pardon, Governatore – quando la tanto sospirata pioggia ripulisce l’aria… e magari provoca l’emergenza-frane. In Val Brembana e altrove.

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
La nostra terra vale più del vostro denaro.
E durerà per sempre.
Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finchè il sole splenderà e l’acqua scorrerà,
darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali;
è stato il Grande Spirito a porre qui la terra
e non possiamo venderla
perchè non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro
e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa,
ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia
e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo
e che potete portare con voi,
ma la terra mai.”
Piede di Corvo, Piedineri

Aggiornamento: giusto oggi, 17 febbraio, Domenico Finiguerra scrive:
“Oggi, giornata con REPORT – La contaminazione della Crescita Zero dei Comuni Virtuosi. Partiamo da Cassinetta di Lugagnano, poi Corbetta, Pregnana Milanese e infine Solza.”.
Una puntata che non mi perderò.