Io non ho bisogno di denaro – Alda Merini

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole
di parole scelte sapientemente
di fiori detti pensieri
di rose dette presenze
di sogni che abitino gli alberi
di canzoni che facciano danzare le statue
di stelle che mormorino
all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia
la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Alda Merini

Flower Dome - Singapore (foto di Emanuela Zocchi)

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Cambiare

Ogni tanto, ripenso a quanto sono cambiato negli ultimi quattro anni. Non fisicamente, al massimo c’è qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nemmeno le mie convinzioni di fondo sono tanto diverse: credo nel buon Dio, tifo Inter. Tutto come sempre.

Piuttosto, in questi anni ho iniziato a vedere la vita in maniera molto diversa. Una serie di avvenimenti e di incontri mi han fatto uscire dal rassicurante tran-tran delle mie certezze. Ho iniziato, consapevolmente, a “perdere il controllo” della mia vita. Pian piano, ho smesso di arrabbiarmi per tutti gli imprevisti, gli ostacoli, le interruzioni dei Miei Ponderati Progetti.

Ripenso spesso a una frase di Luigi Verdi, che ho ascoltato più volte in questi pochi anni: “Quando siamo totalmente presi da un progetto, dalla mèta che vogliamo raggiungere, non ci accorgiamo più di quel che accade attorno a noi. Viviamo ogni imprevisto, ogni incontro come un ostacolo, una perdita di tempo, un inciampo che ci separa dal raggiungimento del nostro obiettivo. Che sta sempre là, fisso di fronte a noi. E così facendo, non ci accorgiamo di tutte le buone occasioni che perdiamo, di tutti gli incontri che ci attendono, di tutte le possibilità che si aprono, se solo le sappiamo scorgere: smettendo di guardare lontano, di fronte a noi, dove sta la nostra meta, e guardando invece a cosa ci sta accadendo. Proprio adesso.”
La frase è più o meno questa, sto andando a memoria, ma il senso è sicuramente quello.

Ecco, per me questa è stata una scoperta liberante: comprendere che ogni giorno è un dono, nuovo di zecca, colmo di sorprese e di incontri. Di volti amici e di sorrisi sconosciuti. Di gentilezze inattese, di semi di bellezza da scambiare.
Il mio temperamento, noto per l’efficienza e la ferrea razionalità, si è pian piano aperto all’Inatteso. Alla meraviglia e allo stupore. Ai gesti invisibili di tante sconosciute formichine, che donano il meglio che hanno. Gratuitamente, a tempo perso. Con passione e con amore, senza sperare in ricompense, ma per il piacere di fare la propria parte. Anche se il mondo è malato.

Ho capito, e capisco sempre meglio quanto sia diabolica la fretta. Quanti guai accadono perché siamo troppo pigiati nelle nostre giornate. Presi dal fare, dal raggiungimento degli obiettivi. Dalle liste da spuntare. Dall’incalzare dei promemoria e degli appuntamenti. Eternamente di corsa, felicemente trasportati dall’Alta Velocità. E dimentichi di essere: presenti, consapevoli, attenti. Empatici verso il dolore e le mute richieste di aiuto. Verso un volto sconosciuto, che d’improvviso incrocia la nostra strada. Traiettorie di esistenze che si sfiorano, potrebbero forse toccarsi. Rimanere cambiate per sempre, oppure proseguire. Intatte, o forse incompiute.

Bisogna tornare un po’ bambini, per riscoprire la Bellezza e il Mistero della vita. Bambini incantati davanti al mare. Felici di rotolarsi in un prato, di correre a perdifiato fino in cima alla collina. Di scoprire la vita che brulica di gracidii in uno stagno, mentre lì vicino altre vite sfrecciano in lamiere lucidissime, guidate da infallibili bip del GPS.

Gentilezza bellezza

Sarà estate – Emily Dickinson

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con parasoli –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –

Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero un radioso Bouquet –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –

I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il peso purpureo –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –

La Rosa Selvatica – arrosserà nello Stagno –
L’Aster – sulla Collina
Sistemerà – il suo aspetto perenne –
E le Genziane del Patto – le frange –

Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –

Tramonto sul mare

Facciamo rete!

La filovia 90-91 è un buon osservatorio per immergersi nella realtà di Milano, quella popolare e multietnica. Per farsi un’idea di come vanno le cose, dei discorsi degli studenti, dell’individualismo e della solidarietà. Scarseggiano gli iPad, tanti cellulari economici, tanta gente che prova a tirare avanti meglio che può. A volte spintonandosi, a volte dandosi una mano.

L’altro giorno ero sul filobus 91, stracolmo di gente. Due signore “vecchia Milano” si confermavano a vicenda nella propria certezza:
– “Non c’è più educazione, Signora Mia… ”
– “Davvero, Signora, proprio non c’è più rispetto. Ognuno pensa per sé, e basta… “.

Alle mie spalle, poco prima, un signore dall’accento milanesissimo aveva appena invitato una giovane maghrebina incinta a trovar posto lì in fianco: “Altrimenti, finisce che tutta questa ressa le dà una spinta di troppo e… oplà, il suo bambino nasce prima del tempo!”. Ricevendo in cambio un sorriso riconoscente della futura mamma, sfuggita al pigia-piginsiemeia.

I periodi di crisi prolungata hanno questa caratteristica: riescono a tirar fuori il lato migliore e quello peggiore delle persone. Il desiderio di fuggire, di trovare una scappatoia, di provare a sistemarsi telefonando all’amico del cugino, che conosce un sacco di gente. E quello di provare a darsi una mano a vicenda, perché l’unione fa la forza, per provare a parare i colpi resistendo assieme, proprio come i fili ritorti nelle gomene delle navi.

I tempi sono davvero grami, ne abbiamo continue conferme, riscontri nei racconti dei conoscenti e nelle notizie di stampa. Non è per niente facile, specie per chi è più avanti negli anni, ha meno carte da giocare, meno strumenti culturali. Per chi è straniero, magari senza permesso. Ovunque, si colgono crepe e scricchiolii: un intero sistema economico sembra sul punto di cadere a pezzi, il modello consumista deperisce per crollo dei potenziali consumatori, espulsi dal mondo produttivo e privi di reddito certo.

Qua e là, mi pare di cogliere dei segnali. Timidi e incerti, come le prime violette all’inizio della primavera. Esitanti, perché fuori dal coro. Fanno appello alla creatività, cercano fondi dal basso, magari attraverso Internet. Recuperano forme solidali care ai nostri vecchi, come le cooperative o le società di mutuo soccorso. Scelgono la condivisione come modello, lo scambio di saperi. Gli orti collettivi e i Distretti di Economia Solidale. Soprattutto, mi sembra, mettono al centro la relazione. La progettazione condivisa.
Sarà forse l’arte di arrangiarsi del Terzo Millennio? Non credo, penso piuttosto che si stia iniziando a capire, o meglio, a cercare nuove strade e ad aggiornarne di antiche.

Si cerca di fare rete, di mettere in circolo buone energie. Scambiandosi idee e spunti, anzitutto. Condividendo spazi, come accade nel coworking. Suddividendo la realizzazione di progetti complessi tra tanti partecipanti (il cosiddetto crowdsourcing). Proponendo sul web un’idea, un progetto che si ritiene meritevole, e corredandolo di tutti i dati necessari a farsene un’idea, per poi partecipare con una quota libera ai costi di realizzazione (e questo è il crowd fundingun esempio del quale è il film “L’anima attesa“, dedicato a don Tonino Bello).

Rete come circolazione di buone idee e di buone energie, grazie alle mille possibilità che il Web 2.0 offre. E ancor più importante, rete come intreccio di relazioni. Conoscenza, magari virtuale sui social network e poi reale. Fiducia reciproca, sostegno, mutuo aiuto.
In questo modo, mi sembra, si tengono assieme i modelli di collaborazione cari ai nostri vecchi (basati sulla cooperazione, lo scambio, la solidarietà tra soggetti altrimenti svantaggiati) e le possibilità di conoscenza tramite Internet, che per i nostri nonni e bisnonni sarebbero vere e proprie diavolerie, affascinanti e incomprensibili.

La sfida è questa: fare rete, usare la Rete, costruire relazioni. Ho grande fiducia in queste opportunità, e ne ho continui riscontri. Se poi qualche navigatore solitario, che esplora il web e passa da queste parti, volesse segnalare esempi e buone pratiche – condividendo la propria esperienza – ne sarei particolarmente lieto: i commenti a questo post sono liberi, e l’indirizzo email al quale scrivere è: pensierilenti [at] gmail [punto] com. Prometto di pubblicare tutto… post pubblicitari esclusi!

Trema, suda, brucia

Ripubblico sul mio blog questo bel post di Luca (@AsinoMorto). Sperando che possa far riflettere sui danni della ludopatia, della tentazione irresistibile a mettere in continuazione euro nelle “macchinette da bar”. Mi ricordo bene i juke-box: quelli regalavano qualche minuto di musica e di allegria per 50 lire, oggi le slot da bar regalano disperazione.

lpado.blog

Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore.

Brucia. Ancora una volta, una volta sola. Stavolta mi sistemo, me lo sento, le scarpe del bimbo possono aspettare, crescono i bimbi, me lo dicevano che le scarpe, ma possono aspettare. Appena vinco compro tutto il negozio, scarpe d’oro e alla madre, merda ma dai ho perso anche questa volta, ci sono andato vicino però domani riprovo domani.

Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.

Trema, brucia. Ancora una volta, questa volta è la volta buona, lo pagherò domani oggi non rispondo al telefono lo pagherò che oggi vinco quello stronzo avanti fortuna del cazzo che non ho mai vinto niente ma oggi il vento gira me lo sento è andata male la sfiga la odio la sfiga. Dio, no, no, no.

Io che…

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Le parole – Josè Saramago

Mi arriva in dono da Mara questa poesia di Josè Saramago: la ringrazio di cuore e condivido con piacere la poesia con chi passerà di qui.

Le parole hanno cessato di comunicare.
Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra.
La parola, anche quando non afferma, si afferma.
La parola non risponde né domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno.
La parola è polvere negli occhi e occhi bucati.
La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto.
Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza.
Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza.
Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile,
l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare.
Cadono su di esso le parole.
Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive.
Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

(Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri )

Pane appena sfornato