Stato sociale o inutile anticaglia?

Leggo sui siti internet i dettagli della legge di stabilità, approvata del Consiglio dei ministri di ieri sera: tra tante decisioni condivisibili, due mi colpiscono e mi amareggiano.

La prima riguarda la diminuzione delle due aliquote più basse dell’IRPEF, compensata però dall’aumento dell’IVA da luglio 2013 per i due scaglioni principali. Può darsi che la somma algebrica sia zero, ma i risultati – soprattutto per i ceti sociali più poveri – saranno molto diversi: tutti i titolari di pensione sociale e di pensione al minimo, oppure i disoccupati, devono comunque vivere. Comprare beni di prima necessità. Pagare le bollette di energia elettrica e gas, o almeno provarci. Non è affatto detto che siano titolari di redditi soggetti a tassazione IRPEF, ma di sicuro pagheranno prezzi più salati, per l’aumento dell’IVA. E questo va contro la progressività della tassazione, che è un principio costituzionale (art. 53).

C’è poi un secondo provvedimento, tanto limitato quanto odioso: i permessi retribuiti previsti dalla legge 104/92 – i famosi tre giorni al mese – verranno pagati al 50% per chi assiste i genitori (bontà loro, la riduzione non si applica per l’assistenza ai figli o al coniuge). La questione mi tocca da vicino, ma soprattutto mi pare frutto di cinismo e insipienza: molto spesso, ai controlli in ospedale, vedo persone in sedia a rotelle, col bastone, deboli e smagrite, accompagnate da un figlio che le sorregge. Che si prende cura di loro, prima di affidarle a medici e infermieri, per i controlli e le terapie. E che, per farlo, deve per forza assentarsi dal proprio lavoro.

Parto da questi due esempi e mi domando: questo Governo di tecnici ha intenzione di mantenere lo Stato sociale – pur con qualche indispensabile correttivo, dovuto alla crisi economica e alla carenza di risorse – oppure lo considera un’inutile anticaglia? Spesso e volentieri, leggendo alcune dichiarazioni del ministro Fornero, mi sono convinto che il liberismo sia l’unico credo di molti “tecnici”, e che lo Stato sociale (il welfare) sia per loro un residuo del passato, un’eredità ingombrante da liquidare a prezzi di saldo, condendola con abbondanti dosi di paternalismo.

Certo, sappiamo che “i poveri saranno sempre con noi”, ma nell’Italia del 2012 la povertà cresce, le mense gestite dalla Caritas, da religiosi e da tanti benemeriti volontari, hanno code sempre più lunghe. I servizi sociali dei Comuni, duramente provati dalla “spending review”, sono assediati da richieste di contributi per l’affitto, o per famiglie numerose e disagiate. Lo stesso accade alle parrocchie e ai loro gruppi caritativi.

Ecco, quando si leggono questi provvedimenti – sicuramente discussi a lungo e ben ponderati, in una riunione che è terminata a notte fonda – ci si domanda se questa sia davvero una legge giusta, o se non sia piuttosto l’ennesimo frutto avvelenato della cultura dominante, che venera unicamente il Dio Mercato e considera i poveri come degli sfortunati, che devono un po’ arrangiarsi e un po’ accontentarsi. E ringraziare, se ci si degna (ancora) di considerarli persone umane, titolari di diritti.

6 thoughts on “Stato sociale o inutile anticaglia?

  1. Caro Claudio,
    sempre più sono convinto che il “liberismo” a cui si ispirano questi signori significhi “liberarsi” di quell’inutile fardello che lo Stato Sociale pare rappresentare, e delegare tutto ai “benemeriti volontari” che, tanto, si troveranno sempre…
    A me un Governo (e, temo, un Paese) che va in questa direzione non piace più … e non credo nemmeno di essere disposto ad accettarlo …
    Un caro saluto

    • Il giochetto sembra essere proprio questo: far passare per benevola concessione dall’alto ciò che è diritto. Smantellare il sistema di welfare e lasciare il carico ai “benemeriti volontari”.
      La crisi economica è l’alibi inattaccabile, ma lo scenario è da manuale di “Shock economy”, purtroppo per noi.

  2. mi sposo mia madre,prendersela con in più deboli (i vecchi)è disgustoso e nauseante,bei tempi gli anni di piombo,saluti enzo.

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