Torno al Sud

Domani parto per le vacanze. Torno al Sud, a cinque anni dall’ultima volta. Fu in Salento, nel 2007, in luoghi bellissimi per i colori, gli odori, il calore della gente. Ne ho un ricordo vivido, ci tornerei subito. Per girare, esplorare i luoghi. E per conoscere, incontrare le persone. Sedermi a tavola con loro.

Ho un ricordo particolare di un posto unico, Porto Selvaggio. Un tratto di costa che è stato conservato a macchia mediterranea, carico di sensazioni, amplificate dal sole estivo. Un luogo che deve la sua tutela a Renata Fonte, assassinata per essersi opposta a tutti i progetti di speculazione edilizia, contrabbandata come “valorizzazione”. Di persone come Renata, bisogna custodire gelosamente la memoria, pensando alla solitudine e alla tenacia con le quali hanno lottato, per difendere la propria terra.

Domani parto per Acciaroli, in Cilento, col desiderio di conoscere i luoghi nei quali ha operato Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, assassinato da ignoti sicari nel settembre 2010. Un’altra persona che amava testardamente la sua terra. Che ha messo le migliori energie, tutta la sua intelligenza, per favorirne il progresso, tutelandone il territorio e salvaguardando i suoi tesori, a partire dal mare. Proprio oggi, mi è capitato di leggere una notizia, un giovane politico cilentano emarginato nel proprio partito per aver denunciato le collusioni tra leader politici locali e costruttori edilizi. Persone come Angelo Vassallo hanno fatto l’esatto contrario, promuovendo l’ospitalità diffusa e opponendosi agli scempi edilizi. Oggi, altre persone portano avanti la sua battaglia, e avremo modo di conoscerli, con gli amici di Legambiente e di Libera che parteciperanno ai campi estivi di Acciaroli.

Io vivo nella Grande Milano, un territorio servitissimo, pieno di opportunità, di lavoro. Di aziende artigiane e di grandi imprese. Di traffici e di commerci, tanto che si è candidato a ospitare l’Expo 2015. E’ anche un territorio cementificato, nel quale i suoli agricoli cedono il passo ai capannoni industriali. E’ una delle maggiori piazze commerciali italiane – il mercato del pesce ha un primato nazionale – che però distrugge paesaggio e agricoltura. E non ha il mare. Né il calore, il cuore, la bellezza di tanti luoghi del nostro Sud. Con tutte le sue contraddizioni, e i suoi scempi, sia chiaro.

Torno al Sud, dicevo. E torno col pensiero a un’estate di undici anni fa. M’imbattei in un libriccino, intitolato “Ozio lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale”: ho amato quel libro, l’ho prestato e regalato moltissime volte. Stupito e divertito, al pensiero che l’autore – Christoph Baker – fosse uno Svizzero di Ginevra. Stabilitosi in Italia nel 1984, e innamorato del nostro paese.
Vorrei riportare qualche riga dalla quarta di copertina, pensando al fatto che il Salento, il Cilento e i Pensieri Lenti hanno qualche parentela etimologica. Di cuore, di emozioni. E che per me, tornare al Sud significa pure tornare a un’idea di vita più conviviale. E forse, più congeniale alla nostra umanità.

Il lavoro è diventato una condanna, dentro un sistema che fa del profitto e del consumo gli unici scopi della vita.
La velocità e l’arrivare primi sono diventati un mito distruttivo. Le persone non hanno più tempo per le emozioni, i sentimenti, le relazioni, il pensiero, la memoria, la festa, la vita!
Non è assurdo tutto questo? Non ci si dovrà liberare, ritornando a quei ritmi che la natura suggerisce ed esige?

Buona estate, e soprattutto buona vita!

La vita che ci accade attorno

Più passa il tempo, più mi convinco che la vita è fatta soprattutto di incontri. Di esperienze, di cambiamenti, di sfide, di cadute. Di momenti nei quali ogni speranza sembra svanita, e tutte le domande sembrano senza risposta. Di tutto questo, certo, ma più ancora di relazioni umane. Di aperture e di stupori. Di un reciproco annusarsi, di antipatie a pelle o di amicizie destinate a durare una vita. Di incontri con un altro me stesso, con una persona che cessa di essere estranea, sconosciuta, non appena scegliamo di farle un po’ di posto, di socchiuderle la porta sulla nostra intimità.

Più passa il tempo, più mi spaventano le durezze. Le condanne senza appello delle diversità. I giudizi severi sui comportamenti che non comprendiamo. Sui conoscenti che fanno scelte per noi incomprensibili. Sulle persone che, di botto, si arrendono. Decidono che basta: non ce la fanno più, è davvero troppo. E fuggono, o danno un calcio alle loro certezze. O cercano qualche consolazione: quella che possono, quella più a portata di mano. Pur di stare un po’ meno male, almeno per un attimo.

Mi stupisce sempre la vastità del dolore che abita in tanti cuori. Il peso della fatica di vivere, per chi sente che il meglio è alle spalle, e che il futuro ha ben poco da offrire. La quieta disperazione – così ben dissimulata, da tanti bravissimi attori, loro malgrado – che piega occhi e bocche in fine di giornata, sui visi che chiedono solo un po’ di ristoro al sonno, dopo un’altra lotta contro fatiche disagi umiliazioni.

Ultimamente, ci faccio più caso. Mi sorprendo a osservare di nascosto i volti, sul metrò, quando rientro a casa dopo una serata in centro. Tendo le orecchie, cogliendo brandelli di conversazioni – spesso stanche rabbiose sfiduciate – urlate nei cellulari, cercando di sovrastare il tutun tutun dei treni sui binari. Ci faccio caso, penso a quanto è aumentato il consumo di psicofarmaci, a quante persone chiamano un numero di telefono, sfogandosi perché “La Meravigliosa Famiglia” – nume tutelare della stirpe italica – è solo una gabbia, un quotidiano ergastolo. Una guerra di logoramento, nella quale le trincee vanno anzitutto difese, e poi fortificate a ogni costo. Per non morire. Non potendo fuggire.

Intendiamoci: non credo affatto alla retorica della vita come sofferenza, sacrificio, croce da portare. Da cattolico, penso anzi che la Chiesa abbia grandissime colpe nell’aver alimentato questa visione, e nell’averla caricata per lo più sulle spalle delle donne. Obbligate ad accettare situazioni francamente insostenibili. A partire dalla Meravigliosa Famiglia.
No, io penso che la vita sia gioia. Stupore. Meraviglia. Una lunghissima collana di perle preziose, di giorni offerti alla nostra libertà e alla nostra capacità di amare.

Mi colpisce lo spreco, semmai. Di buone energie. Di emozioni genuine, subito represse e rinchiuse in profondità. Per non urtare le convenzioni, le persone che amiamo, e che a volte trasformiamo nei nostri giudici. La fatica nel dissimulare. Nel pensare che una serata è una noia mortale, ribadendo nel contempo che è tutto meraviglioso e no, non è affatto tardi, è appena mezzanotte.

Mi fa paura l’ipocrisia, la facciata rispettabile, e perbenista. Un abito che spesso ho indossato, per evitare conflitti giudizi e guai. La stessa facciata che nasconde drammi inimmaginabili – dentro la Meravigliosa Famiglia, e fuori – e che fa dire agli “attoniti vicini” che no, “non saprebbero spiegarsi il folle gesto”, “era una persona così tranquilla. Normale… “.

Forse, si potrebbe provare a fare uno sforzo. Di empatia, di vicinanza. Mettendo più punti di domanda in fondo ai nostri commenti. Cestinando tante certezze pret-a-porter, di cui ammantiamo il nostro brillante “saper vivere”. Allenandoci a cogliere le mute richieste di aiuto, i piccolissimi segni di dolore. La semplice stanchezza – che fa capolino per un attimo, in una smorfia fugace – della persona alla quale stiamo chiedendo un ennesimo – piccolissimo! – favore. Inclusi i camerieri delle pizzerie, e gli impiegati agli sportelli, costretti ormai a esser gentili a oltranza.

Si potrebbe insomma fare un po’ di attenzione ai dettagli. Agli scampoli di vita attorno a noi. Al Resto del Mondo, in orbita assai eccentrica rispetto al nostro ombelico. Scopriremmo il valore inestimabile di un sorriso. Di un silenzio paziente. Di un abbraccio muto, orfano di frasi consolatorie. Della tenerezza, che ci rende Esseri Umani.

 

Dov’ero il 19 luglio 1992

Stimolato dalla domanda fatta da Marina Petrillo agli ascoltatori di Radio Popolare, ho messo assieme un po’ di ricordi sul giorno della strage di via D’Amelio, a Palermo, nel quale furono uccisi Paolo Borsellino e i suoi uomini di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Li trascrivo qui, e mi piacerebbe che qualche visitatore di passaggio aggiungesse i suoi personali ricordi: giorni come il 23 maggio e il 19 luglio 1992 hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria di chi c’era, ed era grande abbastanza per capire.

Il 19 luglio 1992 ero in vacanza al mare, a Follonica. Un campeggio in riva al mare.

Avevo 25 anni, ero parecchio informato sulla situazione politica ed ero rimasto molto colpito già dall’uccisione di Giovanni Falcone.

Non ricordo di preciso come appresi dell’attentato di via D’Amelio, credo tramite un tam-tam incredulo, di bocca in bocca.

Ricordo bene, invece, l’amarezza che provai dopo, i pensieri angoscianti che mi assalirono, in una lunga passeggiata al tramonto, in riva al mare.

Ricordo che il giorno dopo – era lunedì – mi domandai quali quotidiani comprare: leggevo Repubblica, ma non usciva (ancora) il lunedì. Così comprai il Corriere della Sera e l’Unità. Li lessi da cima a fondo, in cerca di risposte alle mie domande. Non ne trovai, e quei ritagli ingialliti mi hanno tenuto compagnia per moltissimi anni.

Oggi mi consola molto vedere quanti giovani si mobilitino in questi anniversari, anche grazie a Libera. E ho speranza per questo Paese, perché verità e giustizia diventino realtà. Perché la mafia, come tutte le cose umane, abbia una fine.

Senza perdere la tenerezza

La mia cara amica M. mi ha inviato una foto, pensando a questo blog. Mi fa piacere riportarla in questo post, e assieme citare il titolo del libro di Paco Ignacio Taibo II dedicato a Ernesto Che Guevara.

Essere consapevoli, a volte, può diventare una specie di condanna: l’indignazione per tutte le ingiustizie può far perdere la speranza nel futuro, la fiducia nell’uomo.

Spesso m’interrogo sulla parabola di Alex Langer, una figura che mi ha sempre affascinato per come ha saputo mettere in pratica i propri ideali. Fino al momento in cui non ce l’ha più fatta a sopportare il peso di un impegno quotidiano divenuto troppo gravoso.

Forse, il segreto per essere consapevoli, sensibili di fronte alle ingiustizie e ai diritti calpestati, e assieme fiduciosi nel futuro e nell’umanità, rimane sempre la capacità di stupirsi di fronte all’inatteso. Di commuoversi di fronte a un tramonto o a un cielo pieno zeppo di stelle. D’intenerirsi osservando un bimbo che gioca felice. E’ quel poco di bellezza che basta alla nostra capacità di sperare.

“Fare le cose utili, dire le cose coraggiose, contemplare le cose belle: ecco quanto basta per la vita di un uomo.” (T.S. Eliot)

Folgorazioni

Citazione

La paura di fallire può soffocare il sogno di vivere una vita straordinaria. E questa paura si supera credendo nella propria passione.

Bill Strickland, autore di Make the Impossible Possible, citato in “Pensare come Steve Jobs”, di Carmine Gallo, Sperling & Kupfer ed.

P.S. Ho scoperto un bellissimo video – un TED Talk – nel quale Bill Strickland racconta di come ha realizzato i suoi sogni grazie alla propria passione, e mostra quale potere abbiano la bellezza e la fiducia nelle persone, anche quelle apparentemente più sfortunate e ai margini della società.
Il video merita davvero, ed è sottotitolato in 17 lingue diverse… Italiano compreso!
Bill Strickland makes change with a slide show