Femminicidio: la strage silenziosa

Quello di Vanessa Scialfa è solo l’ultimo episodio di omicidio di una donna da parte di un uomo che la conosceva bene (marito, ex-marito, fidanzato, ex-fidanzato, amante, … ). Si chiama femminicidio ed è ormai una piaga sociale.

Ne leggo ogni mese nella rubrica “Casa dolce casa” di E – il mensile, compilata con la preziosa collaborazione della Casa delle donne per non subire violenza, di Bologna. Il copione spesso si ripete: lui non accetta di essere stato lasciato, è geloso alla follia del nuovo compagno, non sopporta più una malattia di lei, o la situazione familiare, o l’affidamento dei figli. Spesso uccide e poi si uccide. Altre volte, uccide e poi si costituisce. Quasi mai si dichiara pentito.

Di sicuro, colpisce molto venire a sapere che la violenza è la prima causa di morte in Europa per le donne, nella fascia di età tra i 16 e i 44 anni. Colpisce perché non parliamo di paesi o di costumi “arretrati”. No, parliamo della civilissima Europa, cuore del mondo e del pensiero occidentale. Parliamo anche dell’Italia, un Paese nel quale il cosiddetto “delitto d’onore” è stato abolito solo nel 1981, trent’anni fa.

Ecco, sarebbe ora di dire BASTA! Sarebbe ora di dirsi che oggi, anno 2012, abbiamo tutti gli strumenti, le possibilità, e soprattutto il dovere di ripensare ai rapporti tra uomo e donna. Di ridare senso alle frasi dei nostri vecchi, “le donne non si toccano nemmeno con un fiore”, e assieme di fare un passo avanti. Lavorando, tutte e tutti assieme, per costruire una parità reale. Mettendo da parte tutti gli stereotipi ormai logori sugli “angeli del focolare”. Esigendo che il linguaggio della comunicazione – a partire da quello della pubblicità – smetta di mercificare il corpo delle donne. Spingendo per un cambiamento culturale a tutti i livelli, a partire dalla Chiesa cattolica (consiglio vivamente la lettura di “Ave Mary“, di Michela Murgia, per farsi un’idea di quanti stereotipi siano stati alimentati da una lettura distorta delle Scritture da parte di ecclesiastici maschi). E, soprattutto, promuovendo un cambiamento culturale che parta dai più giovani, che sono molto più consapevoli e attenti alle tematiche di genere rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

Un tema come il femminicidio, però, esige un punto di vista femminile. Vi invito allora a leggere un bel post di Sabrina Ancarola, sempre attivissima nel sostenere le buone cause.

Sarà un lavoro molto lungo e faticoso questo cambiamento. Per noi uomini, sarà soprattutto un lavoro su noi stessi. Ne vale la pena, lo dobbiamo a Vanessa e a tutte le vittime innocenti della violenza al maschile.

P.S. Segnalo che il movimento “Se non ora quando” ha lanciato l’appello “Mai più complici”, contro la violenza nei confronti delle donne. E’ possibile aderire sul sito internet Petizione Pubblica.

25 Aprile: il simbolo della nostra Liberazione quotidiana

Riporto il testo integrale del discorso di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, tenuto oggi in piazza Duomo, al termine della manifestazione per l’anniversario della Liberazione. Parole totalmente condivisibili per ogni cittadino italiano che abbia a cuore la Costituzione, la tutela dei diritti, la legalità, la buona politica.

“Sessantasette anni fa, in questa piazza, Milano ha ritrovato la libertà. Oggi, qui, noi vogliamo ritrovare la fiducia e la speranza per guardare insieme al futuro.
La rivolta, a Milano, era partita già un giorno prima: a Niguarda la liberazione era già arrivata il 24 di aprile.

Il comandante Sandro Pertini aveva proclamato lo sciopero generale e tutta la città, il 25 aprile, era pronta a rialzare la testa. Gli operai nelle fabbriche, gli studenti e i professori nelle università, le donne e gli uomini in tutta la città.
Alle due di un pomeriggio piovoso, carico di angoscia e di attesa, le brigate partigiane sono entrate in piazza del Duomo. Milano e l’Italia, non aspettavano altro che liberare nostra città e il Paese intero.

È con commozione che, come sindaco di Milano – con la fascia tricolore che avete voluto darmi l’onore di portare – sono qui con voi a ricordare quel giorno e a rinnovare un impegno.
Ed è bello essere qui in tanti, di ogni generazione, a dire da che parte stiamo. A dire che stiamo dalla parte della libertà, della Costituzione, dei diritti democratici che i Partigiani hanno conquistato con la loro lotta, e anche con la loro vita. Siamo qui per dire che quella lotta non è terminata. E che non vogliamo che i nostri figli dimentichino. Non vogliamo che dicano – come è successo in un liceo di Roma, pochi giorni fa – che la nostra storia è «una favoletta».

La guerra di Liberazione è l’inizio di quello che noi siamo. E’ l’origine della nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sul ripudio della guerra.

Vedete, io non credo che più il tempo passa, più si allontani la necessità di commemorare, di ricordare, di festeggiare. Credo invece che più il tempo passa, più noi abbiamo bisogno di ricordare. Abbiamo il dovere di ricordare – ai giovani e ai meno giovani – gli anni bui della dittatura.
Dobbiamo ricordare i sacrifici di tanti per la libertà di tutti.
Dobbiamo rinforzare la memoria: per guardare avanti; non per ancorarci al passato. Oggi siamo qui per dire che non scorderemo il passato. Che onoreremo, come disse Piero Calamandrei, perché è il testamento che ci hanno lasciato 100 mila morti.
Oggi siamo qui anche per dire, con forza, che la Repubblica nata dalla Resistenza non può accettare – che noi non possiamo accettare – che il Mediterraneo sia la tomba di migliaia di donne e uomini, di bambine e bambini costretti a fuggire dalla fame, dalla miseria, dalla violenza, dalla guerra. Che non possiamo accettare una società dove i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Vogliamo un Paese che abbia, come priorità, la giustizia sociale.
Vogliamo un Paese capaci di offrire solidarietà, coesione e di rispettare i diritti di tutti.
Vogliamo un paese che non tradisca mai i princìpi e i valori che i combattenti per la libertà ci hanno donato.

Non siamo conservatori, se diciamo qui, forte, che il rispetto della Costituzione è la nostra strada maestra.
Abbiamo nostalgia del senso della comunità, della tutela dei diritti, di un’eguaglianza spesso dimenticata.
Abbiamo, oggi più che mai, nostalgia dell’onestà e della legalità.
Abbiamo nostalgia della buona politica.
Abbiamo fame di buona politica.

C’è un pericolo dal quale dobbiamo guardarci. Si chiama qualunquismo. È un pericolo che sfocia nell’antipolitica o nel populismo.
I partigiani ci hanno insegnato che bisogna lottare, non buttare le armi, chiudersi in casa e lasciar fare ad altri. Gandhi ci ha insegnato che in democrazia nessun fatto della vita si sottrae alla politica.

L’anno scorso, in questa piazza, il 25 Aprile abbiamo sentito chiara la voglia di cambiamento. La domanda di una Milano nuova, di una Milano rinnovata, di un’Italia nuova. Oggi siamo qui, a dimostrare che il cambiamento è cominciato e sta a noi portarlo a termine. E a dire che cambiare si può; che un mondo migliore è possibile.

Il 25 Aprile non può essere una corona di alloro e basta.
Non può essere solo lo sventolio di bandiere gloriose.
Ma deve essere il simbolo della nostra Liberazione quotidiana.

Perché, ne sono certo, ne sono convinto, facciamo Liberazione quando investiamo sulla cultura libera e plurale.
Facciamo liberazione quando ci battiamo per il diritto allo studio, quando difendiamo l’ambiente e il diritto alla casa.
Facciamo Liberazione quando non cediamo alla falsa retorica della paura del diverso e dello straniero.
Facciamo liberazione quando facciamo buona politica insieme alla gente.
Facciamo Liberazione quando pratichiamo la parità di genere, dentro e fuori dalle istituzioni.
Facciamo Liberazione quando ci impegniamo per il diritto al lavoro e all’eguaglianza.
Facciamo Liberazione anche quando costruiamo una memoria comune: una memoria che non dimentica chi stava dalla parte giusta.

Ecco perché diciamo con forza che le scelte nazionali di chi ci governa e chi sta in Parlamento non possono non tener conto di queste domande, di queste speranze. E che devono essere scelte di giustizia, di sviluppo ed equità che non scaricano il peso fiscale sui lavoratori, che non penalizzano chi ha già molto poco, che non fanno pagare quelli che hanno sempre pagato, che non rendano più facili i licenziamenti.

Cari Milanesi, cari Partigiani, cari Amici, rimaniamo uniti in questa battaglia di cambiamento. Facciamo in modo che il nostro impegno quotidiano per la libertà sia degno dei nostri Partigiani.

La Resistenza è stata l’azione di forze diverse che si sono riconosciute in uno slancio di libertà, nella voglia di ripartire verso un futuro più felice e più giusto per tutti. Oggi è il tempo della nuova Liberazione, di una nuova rivoluzione morale.

Siamo tanti, diversi ma uniti, a volere una pagina nuova e bella per l’Italia. Una pagina che si specchia nella Costituzione, nei suoi valori e che non dimentica il passato ma guarda al futuro.

Quella pagina, ne sono certo, la scriveremo assieme.
Ora e sempre Resistenza”.

[ testo tratto da Globalist.it, sito di The Globalist Network, che segnalo e consiglio vivamente di seguire ]

Chi o cosa siamo noi?

“Una volta un saggio alla domanda “Chi o cosa siamo noi?” rispose così: siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi, di tutto quello che ci è stato fatto, siamo ogni persona, ogni cosa la cui esistenza ci abbia influenzato o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti!”

[citato in “Almanya – Willkommen di Deutschland”, un film delizioso, che merita davvero di essere visto]

Non ho parole

Leggo questa notizia e la riporto, con addosso un senso di rabbia e di disgusto. Quando chi governa mostra di non sapere cosa sia l’umanità, anche le parole non bastano più.

DISABILI: SCONTRO COMMISSIONE-GOVERNO, NO FONDI ‘DOPO DI NOI’ – INSORGE AFFARI SOCIALI; PD,ESECUTIVO CI RIPENSI E FACCIA PROPOSTA
(ANSA) – ROMA, 12 APR – Duro scontro in commissione Affari sociali della Camera tra gruppi parlamentari e governo dopo che il sottosegretario alle politiche sociali, Cecilia Guerra, ha dato parere negativo al provvedimento all’esame della commissione per l’assistenza ai disabili gravi nel momento in cui restano senza familiari che li possano accudire. Episodio che Andrea Sarubbi, Pd, non ha esitato a definire su twitter ”lo scontro piu’ duro Pd-governo dall’inizio del governo Monti”.
A insorgere pero’ contro la decisione dell’esecutivo, motivata in sostanza dall’impossibilita’ di destinare risorse, seppure limitate (150 milioni quelli preventivati dal provvedimento) a un capitolo tanto specifico in periodo di tagli in tutti i settori, sono stati tutti i gruppi, maggioranza e opposizione insieme, visto che, come spiega Margherita Miotto, capogruppo Pd in commissione, ”sul testo all’esame c’e’ il consenso unanime di tutti”. Il governo, aggiunge, ”non può non tenere conto dell’orientamento del Parlamento”. Per questo i democratici invitano l’esecutivo ”a ripensare il parere negativo” e a ”tornare in commissione con una proposta”. ”Le motivazioni del governo – spiega – sono infondate perché si tratta di un provvedimento che affronta la condizione drammatica delle famiglie di disabili gravi e che rappresenta un volano per attivare risorse private, come dimostrano le esperienze realizzate in alcune Regioni” dove le associazioni del terzo settore hanno dato un grande contributo. Inoltre ”sviluppa iniziative all’insegna del principio di sussidiarietà e rappresenta uno dei primi passi per realizzare, dopo 12 anni dalla legge 328, i livelli essenziali delle prestazioni assistenziali”. E una copertura ‘in extremis’, peraltro, era stata individuata dalle tasse sui giochi. ”Dopo i tagli disastrosi fatti dal precedente governo che hanno azzerato i fondi per le politiche sociali – conclude Miotto – questa iniziativa rappresenta un’inversione di tendenza sulla quale il governo e’ chiamato a dare un segnale di discontinuità rispetto al precedente”. (ANSA).

Vergognatevi, governanti tecnici: la vostra competenza è pari forse al vostro cinismo.

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare. (Martin Niemoller)

Non nascondere la debolezza, ma costruirci sopra

Ci vuole un giorno come il Lunedì dell’Angelo, Pasquetta, per cogliere un invito e uscire dal guscio.

Ci sono posti da niente, paesini a mezza costa sopra il lago, panorami che sono tavolozze ancora incerte, con la primavera che esita, prima di pennellare a tinte decise il paesaggio.

Ci sono persone autentiche, che sanno di buono, come il pane che impastano o le parole che condiscono di sorrisi (e dopo dieci minuti ti senti già a casa, e non ripartiresti mai).

Ci sono modi semplici, fatti di niente, per capire quanto siano pigiate le nostre case, le nostre agende, le nostre vite. Quanta ragione abbia quell’uomo saggio che è Gigi Verdi, quando dice che i nostri ritmi veloci e folli sono impossibili da reggere, e che troppo spesso un sogno, un desiderio viene subito scacciato da un altro, senza che ci sia lasciato neppure il tempo di coltivarlo.

Ci vogliono soste, e oasi, nelle quali uscire di casa, allargare lo sguardo, rallentare il respiro. Guardare da lontano – e con benevolenza, con tenera compassione – il fardello delle tante pre-occupazioni che ci carichiamo sulle spalle. Ogni giorno, ogni mattina appena svegli. Pronti a riprendere la lotta contro le mille avversità, i problemi, i rumori, le città. Che saturano gli spazi, mozzano i respiri, disarticolano l’armonia. E ci fanno ammalare. Ci tolgono il sorriso. Ci fanno cadere le braccia, digrignare i denti. Proferire orribili maledizioni all’indirizzo dell’ennesimo sabotatore della nostra personalissima – e tanto agognata – idea di felicità.

Tornare a essere monaci, unificati, nelle città: è questa la consegna che ho sentito dare da Gigi, Luigi Verdi, in tanti incontri, a Milano e a Romena.
E’ possibile, ma occorrono dolcezza, pazienza, silenzio. Spazi per sé e per accogliere le altre persone. Tempo vuoto, stimoli col volume ridotto al minimo. Un fazzoletto di natura vicino, una fonte di sorrisi, una scorta di bellezza per il cuore.

In questi tempi precari, di molte paure e assai poche certezze, credo che ci potremo salvare solo così: restando umani, tornando ad avere sensibilità, attenzione per l’altro. Alzando lo sguardo verso il verde, l’azzurro. Restando in contatto con la terra. Ricominciando daccapo ogni giorno, con la pazienza dei contadini. Non nascondendo la nostra debolezza, ma costruendoci sopra. E lasciando che i folli strasicuri di sé continuino da soli la loro corsa forsennata verso il nulla.

Buona Pasqua!

Eh, sì, Natale può ancora passare per la festa della bontà e della fratellanza, con un vago sapore di “troppo dolce, quasi finto”, ma tutto sommato accettabile un po’ per tutti.
Pasqua, invece, rimane una festività dal significato incomprensibile per i non credenti (a meno di non identificarla, un po’ vagamente, con la festa della primavera, della vita che si rinnova).

Per i cristiani, Pasqua è la festa dell’amore che vince la morte. Di Gesù di Nazareth, che rimane fedele fino alla morte ai valori che aveva insegnato: amore, fratellanza, misericordia, nonviolenza, perdono. E che, il terzo giorno, lascia una tomba vuota e una pietra rotolata, sconvolgendo i suoi discepoli, increduli e impauriti.

Pasqua interroga ciascuno di noi: sulla paura della morte, sul senso della vita, sulla capacità di amare senza misura, senza calcoli. Gratis.

Ho letto tre belle riflessioni, in questi giorni, e vorrei condividerle con chi passerà di qua. Trascrivo la prima, di Erri de Luca, e vi invito a seguire i link e a leggere quelle di Enzo Bianchi e di p. Ermes Ronchi.

Pasqua è voce del verbo ebraico che significa “passare”. Non è festa per residenti ma per coloro che sono migratori che si affrettano al viaggio.
Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “passaggio”. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credere.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale risurrezione. Pasqua è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me. Restano inaccessibili le alture della fede.
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi operatori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri ad ogni costo, atleti della parola pace.
Erri de Luca

Enzo Bianchi, “Il giorno che celebra la vittoria dell’amore” (La Stampa, 8 aprile).

Ermes Ronchi, “Così la vita merita nome” (Avvenire, 8 aprile).

C’è un pensiero che mi piace moltissimo, nel commento di Ermes Ronchi. Lo trascrivo qui, perché mi parrebbe adatto a diventare il programma – difficilissimo, eppure autentico – di una vita intera:

E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho? Quanto somiglian­te a quello di Dio? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? So­no il lavapiedi dell’uomo? Ve la imma­ginate una umanità dove ognuno cor­re ai piedi dell’altro? La globalizzazio­ne sì, ma degli inchini davanti all’uomo, non davanti ai potentati; dell’onore da­to a ogni più debole figlio della terra.

“Servitore del bisogno e della gioia di mio fratello”: sembra di risentire Tonino Bello, il santo vescovo di Molfetta, quando parlava di “stola e grembiule”. A proposito, un pensiero di don Tonino sulla Pasqua ci sta proprio bene:

Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro passato! Allora, Coraggio! Non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate nuove”. Cambiare è possibile. Per tutti. Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia…!

“Vorrei dirti che l’amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita”. Buona Pasqua!