Appunti sparsi d’inizio autunno

La vita è cambiamento, e i cambiamenti arrivano quando iniziamo a muoverci, noi per primi. Me ne convinco sempre più, e le conferme arrivano ogni giorno.

In questo periodo, così diverso per me dalle riposanti certezze su cui mi sono cullato per anni, è bello svegliarsi e dare il benvenuto a ogni giornata, senza sapere cosa porterà, senza fare grandi progetti, e soprattutto senza inquietarsi se le cose vanno diversamente da come le avevo pensate, o sognate. Mi capita di pensare alla lunga quaresima che sta vivendo il mio babbo, a quanto la sua vita sia cambiata in queste settimane, e mi rendo conto di quanto precarie siano le nostre certezze, le nostre abitudini, i giorni che scorrono nella clessidra. “L’andamento passato non può essere una garanzia per il futuro”, dicono le righe piccole in fondo alle pubblicità degli investimenti finanziari (e provate a dirlo ai giovani che oggi, in tutto il mondo, sono scesi in piazza a rivendicare la loro speranza in un futuro migliore, e con maggiore uguaglianza… ). Lo stesso vale per la vita, per i giorni che sono stati e per quelli che verranno. “Il futuro è un’ipotesi”, cantava Enrico Ruggeri, tanti anni fa.

Spesso, molto spesso, mi è capitato di starmene solitario e un po’ accigliato in un angolino, osservando un presente che non mi piaceva. Rimpiangendo un passato che non sarebbe più tornato. E sperando in un futuro migliore, almeno un po’. Convinto che ciascuno di noi avrebbe diritto al suo pezzetto di felicità garantita, al suo cartoccio di risate, alla sua razione di bei ricordi. Di volti sorridenti che ti aspettano quando torni a casa. Di risate e gridolini là fuori, in giardino, mentre i bimbi giocano e si contendono il giocattolo nuovo. Perché pure Steve Jobs, venerato in tutto il mondo come guru visionario, confessava al suo biografo che i suoi figli erano di gran lunga la cosa migliore che avesse fatto, in tutta la sua vita. La sua storia, assieme a tantissime altre, destinate a rimanere anonime o conosciute in una cerchia ristretta, racconta di quanto la vita sia movimento. Tensione. Slancio. Come i ragazzi, quando saltano, si arrampicano, salgono sulle spalle di un amico. Provandole tutte, pur di riuscire, finalmente, a spiccare un frutto maturo dall’albero.

Ho letto diversi libri saggi, in questo periodo. Racconti di vita di persone che hanno continuato a muoversi, a provare, a saggiare le proprie certezze. Sempre provvisorie e perfettibili. Mi sono piaciuti molto i libri di Giorgio Mambretti, del quale ammiro la tensione e la continua ricerca verso una comprensione più profonda del legame tra salute e malattia, tra benessere, emozioni e “sintomi”. E mi ha molto colpito un libriccino saggio, “I quattro accordi“, nel quale ho avuto la fortuna di imbattermi… durante un viaggio in treno, perché niente accade per caso, a partire dagli incontri casuali. Più leggo questi libri, più rimetto in discussione le mie (presunte) certezze sulla vita e su quel meraviglioso e misterioso “direttore d’orchestra” che è il cervello umano, e più capisco quanto sia importante non rimanere fermi. Nelle nostre credenze. Nei giudizi verso le altre persone. Nei progetti per il futuro. Nella situazione presente.

I nostri antenati venivano tutti da una cultura contadina. Avevano un legame profondo con la terra, con la natura, coi ritmi delle stagioni. Si sentivano parte di un tutto, e avevano un senso del mistero che noi, indefettibili seguaci della scienza e della tecnologia, stiamo forse smarrendo. Anche se le magnifiche sorti, e progressive, si allontanano sempre più dal nostro orizzonte. E ci costringono a rifare i conti con un’esistenza divenuta precaria, incerta. Con ritmi innaturali, vecchie malattie e modernissime angosce.

Chissà, forse questo momento è davvero un kairos, un tempo propizio. Per ripensare a ciò che conta davvero. Che ci rende ospiti privilegiati del Pianeta (almeno, per chi riesce a soddisfare i bisogni primari). Un tempo nel quale è possibile esplorare nuove strade, scoprire germogli appena spuntati e riscoprire antiche saggezze. A patto di non restarsene fermi, a maledire un sogno fasullo di progresso che non esiste più.

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