Le ferite sono feritoie

Una premessa doverosa:
scrissi questi pensieri a un po’ di amici nel maggio 2009, dopo essere stato per la prima volta alla Fraternità di Romena, in Casentino, e aver partecipato al “Primo Corso”.
Li pubblico qui – a due anni di distanza e senza modifiche – con immensa gratitudine verso don Luigi Verdi, Pigi e tutte le persone conosciute a Romena, e poi per condividere con chi mi legge un’apertura alla speranza e alla capacità di rinnovarsi, che abita sempre dentro ciascuno di noi.

Vi è mai capitato di vivere un’esperienza forte – non parlo di neve, funghi, acidi, pastiglie – che vi ha scombussolati per bene, rimescolandovi in profondità e tirando fuori emozioni, ricordi e pure lacrime?

Qualche volta capita nei funerali, si sa. A volte, qualcosa del genere accade ai concerti, o nei raduni di massa: un bravo oratore, esperto di retorica, può riuscire a toccare corde profonde, suscitando ondate di emozioni. Ho in mente il concertone del Primo Maggio: credo che Vasco avrebbe potuto chiedere ai suoi fan di marciare fino al Colosseo e farlo a pezzi, per dimostrare di esserci, di essere forti. E pezzi piccoli sarebbero stati.

Io invece vorrei tentare di raccontarvi qualcosa di molto diverso, vorrei provare a trasmettervi almeno qualche eco dello scorso week-end, che ho passato nel Casentino: due giorni molto intensi, passati a “guardarsi dentro”, in compagnia di una ventina di sconosciuti, che alla fine sono diventati tutti amici tra loro. Niente New Age, Hare Krishna, o rosari tibetani, con tutto il mio rispetto per chi ama queste pratiche. Solo un po’ di buona vecchia comunicazione in gruppo, guidata da un signore coi capelli bianchi, che ha passato la vita con gli scarti, i tossici, le persone che “hanno problemi”.

Eh sì, perché oggi chi non ha un bel fisichetto palestrato, non è trendy, non frequenta la gente giusta, ha un paio di possibilità: convincersi di essere uno sfigato, una poveraccia, e buttarsi giù da morire. Oppure, c’est plus facile, cercare la sostanza più abbordabile: la bottiglia sotto il lavandino per le casalinghe, i drink alla frutta&rum – vodka, fate voi – per i quindicenni, le pasticche per i più grandicelli. E poi, neve a volontà, per chi vuol essere sempre al massimo (Vasco incluso, anche se era tanto tempo fa).

E gli altri? Quelli per l’appunto un po’ sfigati, le spalle piegate dai casi della vita? Quelle lasciate dal compagno perché la segretaria era vent’anni più giovane? Quelli che son stati picchiati da piccoli? Quelli che hanno adottato i bambini picchiati da piccoli, e ora prendon botte ogni giorno? Quelli che a Natale possono scegliere (devono scegliere) come dividersi tra la famiglia vecchia e quella nuova, e i figli non si chiamano Piersilvio o Luigi?

Questi vanno avanti, testa alta e schiena dritta. Induriscono il viso per non tradirsi, fanno battute ciniche sugli uomini (le donne, i capi, i pupi) e piangono in silenzio, quando rimangon da soli, tra quattro mura. Se ci riescono ancora, perché arriva il momento in cui il bambino dentro di loro finisce anche le lacrime.

E poi, forse misteriosamente, un po’ per caso e un po’ per il destino – io sono dell’idea che il buon Dio si diverta un mondo a combinare certi scherzetti – si trovano in un posto. Un luogo un po’ sospeso nel tempo e nello spazio, con una chiesetta romanica millenaria e i boschi del Casentino verdeggianti di primavera a far cornice.

Ma anche lì, ci vogliono pazienza e coraggio, per guardarsi dentro. Perché di maschere e armature abbiamo spesso un guardaroba intero. Perché l’armatura peggiore sono le attese degli altri su di noi. I sensi di colpa per ciò che è stato. I giudizi taglienti delle persone che amiamo, quando ci giudicano mezzi matti, mezzi falliti. Le mamme che piangono, perché sognavano altro per noi. I nostri amici sistemati – e ben “committati” sul proprio lavoro, dicono da queste parti, mentre Vasco direbbe: mi viene il vomito, è piu forte di mee – si preoccupano sinceramente per noi: ma quando ti sposi? Quando ti sistemi? Vorrai mica dare un calcio a un lavoro sicuro? Vorrai mica andare a vivere in quel paesello dimenticato? Vorrai mica un altro figlio? Ma chi te l’ha fatto fare di cercarti sempre altre rogne?

A queste persone, di tanto in tanto, una vocina dentro di me si ribella. E vorrebbe mettersi a gridare:

Cazzo, ma lo capisci che qualche volta IO STO MALE? Lo capisci o no che non me ne frega niente della zucca arancio, dell’auto che mi acchiappa al volo i vestiti mentre vado al lavoro? Che non voglio la pensione integrativa imbattibile, ma arrivare stanco consumato e felice alla pensione? Ma lo vedi o no com’è conciato tuo figlio, che sa tutto della Playstation ma non si ricorda più quanto è bella la tua voce, mentre gli racconta una fiaba per la centesima volta? (perché le fiabe sono una palla pazzesca, roba da donne: “Scusa cara, potresti andare tu dal bambino? Io sono committato sul report per domani… ” ).

(E intanto cerchiamo la badante per nonna, e pazienza se la badante è clandestina e aspetta la sanatoria e ha lasciato i suoi figli dagli occhi azzurri in pegno ai nonni per fuggirsene qui, lontana mille chilometri dal marito ubriacone. E pazienza se vorrebbe essere felice anche lei e non sentir parlare più di ronde divieti tagliandi permessi. Perché lei è sempre gentile con nonna, anche quando le chiede la stessa cosa per la centesima volta…)

Ecco, qualche volta, per riuscire a guardarsi dentro, bisogna tornare indietro nel tempo. Scoprire la bellezza di una chiesa antica, di una zona spopolata e affascinante, mettersi in mano a un prete mezzo matto, che ha dato vita a un sogno di fraternità e accoglienza. Affidarsi a qualcuno di che ti fa sentire a casa dal primo momento. A persone che sono come il pane appena sfornato: profumano di buono, si lascian dietro una scia invitante.

“Vieni, vieni chiunque tu sia,
sognatore, devoto, vagabondo
poco importa.
La nostra non è
una carovana di disperazione.
Vieni,
anche se hai infranto i tuoi voti mille volte.
Vieni, vieni,
nonostante tutto vieni”
Giala’l Ad-din Rumi

“Quello che io so è che la vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare” (Abbé Pierre)


2 thoughts on “Le ferite sono feritoie

  1. Mille volte ho trovato questi luoghi dell’anima e del silenzio, e altre mille volte li ho persi e poi ancora ritrovati. Spero che la Pasqua di quest’anno me ne regali uno nuovo!

  2. le riflessioni, il luogo, meravigliosi entrambi….e tutte le riflessioni che vi ruotano intorno, le città ci fagocitano e ci fanno dimenticare i veri ritmi della vita

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