Pasqua a Romena

Sono tornato a Romena, nel cuore verde del bel Casentino, a passare i giorni di Pasqua. C’ero stato l’anno scorso, in diverse occasioni, e a Pasqua mi era piaciuto in modo particolare.

Il nostro Paese è pieno di luoghi bellissimi, perfetti per trascorrere qualche giorno di vacanza, specie a primavera e in compagnia delle persone che amiamo. A Pasqua, per me, è diverso: da sempre, cerco un po’ di raccoglimento, di silenzio, di quiete. Di bellezza. Lontano da Milano e da casa mia. Un luogo dove poter pensare, riflettere e pregare.

La Fraternità di Romena è nata vent’anni fa: l’intuizione di un prete fuori dagli schemi e innamorato del Vangelo ha ridato vita a una pieve romanica millenaria, che guarda da un colle la Via Francigena, percorsa nei secoli passati dai pellegrini diretti a Roma.
E’ un luogo perfetto per gustare il silenzio, la bellezza, il soffio leggero del vento. Per ripensare con calma alla vita di ogni giorno, alle scelte che pian piano son diventate abitudini. Alle relazioni importanti, e a quelle mercificate. Alla fretta e all’efficienza, che ci provocano ansia, e al desiderio di felicità che abita nel cuore di ciascuno di noi.

Don Luigi Verdi – Gigi, per tutti – queste emozioni le conosce bene, abituato com’è ad accompagnare persone e gruppi che passano da Romena. A parlare al cuore di tanti, giovani e adulti, che cercano un po’ di balsamo per le loro ferite. O una luce di speranza, per una vita che percepiscono come sbagliata e senza via di uscita.
Di Gigi, due cose mi colpiscono sempre: la grande timidezza e l’immensa tenerezza. Non a caso, le sue preghiere sono anche poesie, e Romena è un concentrato di piccoli segni di tenerezza, di attenzioni gentili e discrete per gli ospiti di passaggio.

Tornare a Romena per Pasqua è stato un regalo per me. Mi ha riconciliato con le relazioni autentiche, con ciò che mi sta più a cuore, con le emozioni che abitano in profondità e ci rendono tutti parenti: esseri umani in cerca di senso, di amore, di felicità. “E allora, se alla fine rimarrà solo l’amore, cerchiamo di averne cura”, ha concluso l’omelia di Pasqua Gigi.

Ecco, oggi è diventato più difficile che in passato aver cura dell’amore, della bellezza, dell’autenticità, delle relazioni. Ci troviamo spesso a correre, a dare risposte rapide, a inseguire il benessere, la forma fisica, l’aspetto esteriore. A volte, però, il cuore sanguina, la bellezza lascia spazio ad acciaio e cemento, l’autenticità cede il passo al marketing. La vita scorre, ma la direzione non è quella che avremmo sognato.

Mi piace pensare che la tenerezza, la poesia, la vicinanza attenta e delicata non siano davvero sparite dalle nostre vite. Forse, giacciono sul fondo di un cassetto, come biancheria un po’ ingiallita, che ultimamente non indossiamo più. Forse, le abbiamo barattate con qualche emozione sintetica, con surrogati tecnologici che luccicano nelle nostre case. Forse, sono soffocate dal rumore di fondo, da mille stimoli, dalla fretta e dalla velocità.

Ecco perché, ogni tanto, il silenzio, la bellezza, la poesia ci sono così necessari: ne sentiamo un’infinita nostalgia.

“La tenerezza è il tesoro dei credenti e degli amanti” (David Maria Turoldo)


Risorgi – Luigi Verdi

Il mio augurio di Buona Pasqua è questa preghiera di don Luigi Verdi, che faccio mia.

Risorgi, ora che la paura
domina la speranza.

Risorgi e donaci parole coraggiose
e spighe di calore,
affinché questa generazione
spezzi le catene.

Risorgi e donaci pace nei cuori
non più abitati dalla gioia,
tu che ci accogli senza
soffocare il nostro grido.

Risorgi e donaci la pazienza,
unica cura,
quando il male è scaltro.

Risorgi e donaci occhi
lacrimanti di stupore.

Risorgi, silenzioso,
a riempire la casa di luce.

[ Questo testo fa parte della raccolta “Preghiere”, di don Luigi Verdi, pubblicata dalla casa editrice della Fraternità di Romena, http://www.romena.it ]


Due modi per non soffrire nell’inferno – Italo Calvino

Mi capita spesso – in questi tempi bui, anche di più – di ricordare un pensiero di Italo Calvino. Scritto nel suo bel libro “Le città invisibili” (1972) eppure sempre di strettissima attualità. Vedo sempre più persone che si adattano, si abituano, diventano parte dell’inferno. A volte vacillo, mi cadono le braccia, pensando che stiamo tornando indietro a larghe falcate. Ma resisto, cerco di non rassegnarmi. Assieme a tante altre persone, per fortuna.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)

Le ferite sono feritoie

Una premessa doverosa:
scrissi questi pensieri a un po’ di amici nel maggio 2009, dopo essere stato per la prima volta alla Fraternità di Romena, in Casentino, e aver partecipato al “Primo Corso”.
Li pubblico qui – a due anni di distanza e senza modifiche – con immensa gratitudine verso don Luigi Verdi, Pigi e tutte le persone conosciute a Romena, e poi per condividere con chi mi legge un’apertura alla speranza e alla capacità di rinnovarsi, che abita sempre dentro ciascuno di noi.

Vi è mai capitato di vivere un’esperienza forte – non parlo di neve, funghi, acidi, pastiglie – che vi ha scombussolati per bene, rimescolandovi in profondità e tirando fuori emozioni, ricordi e pure lacrime?

Qualche volta capita nei funerali, si sa. A volte, qualcosa del genere accade ai concerti, o nei raduni di massa: un bravo oratore, esperto di retorica, può riuscire a toccare corde profonde, suscitando ondate di emozioni. Ho in mente il concertone del Primo Maggio: credo che Vasco avrebbe potuto chiedere ai suoi fan di marciare fino al Colosseo e farlo a pezzi, per dimostrare di esserci, di essere forti. E pezzi piccoli sarebbero stati.

Io invece vorrei tentare di raccontarvi qualcosa di molto diverso, vorrei provare a trasmettervi almeno qualche eco dello scorso week-end, che ho passato nel Casentino: due giorni molto intensi, passati a “guardarsi dentro”, in compagnia di una ventina di sconosciuti, che alla fine sono diventati tutti amici tra loro. Niente New Age, Hare Krishna, o rosari tibetani, con tutto il mio rispetto per chi ama queste pratiche. Solo un po’ di buona vecchia comunicazione in gruppo, guidata da un signore coi capelli bianchi, che ha passato la vita con gli scarti, i tossici, le persone che “hanno problemi”.

Eh sì, perché oggi chi non ha un bel fisichetto palestrato, non è trendy, non frequenta la gente giusta, ha un paio di possibilità: convincersi di essere uno sfigato, una poveraccia, e buttarsi giù da morire. Oppure, c’est plus facile, cercare la sostanza più abbordabile: la bottiglia sotto il lavandino per le casalinghe, i drink alla frutta&rum – vodka, fate voi – per i quindicenni, le pasticche per i più grandicelli. E poi, neve a volontà, per chi vuol essere sempre al massimo (Vasco incluso, anche se era tanto tempo fa).

E gli altri? Quelli per l’appunto un po’ sfigati, le spalle piegate dai casi della vita? Quelle lasciate dal compagno perché la segretaria era vent’anni più giovane? Quelli che son stati picchiati da piccoli? Quelli che hanno adottato i bambini picchiati da piccoli, e ora prendon botte ogni giorno? Quelli che a Natale possono scegliere (devono scegliere) come dividersi tra la famiglia vecchia e quella nuova, e i figli non si chiamano Piersilvio o Luigi?

Questi vanno avanti, testa alta e schiena dritta. Induriscono il viso per non tradirsi, fanno battute ciniche sugli uomini (le donne, i capi, i pupi) e piangono in silenzio, quando rimangon da soli, tra quattro mura. Se ci riescono ancora, perché arriva il momento in cui il bambino dentro di loro finisce anche le lacrime.

E poi, forse misteriosamente, un po’ per caso e un po’ per il destino – io sono dell’idea che il buon Dio si diverta un mondo a combinare certi scherzetti – si trovano in un posto. Un luogo un po’ sospeso nel tempo e nello spazio, con una chiesetta romanica millenaria e i boschi del Casentino verdeggianti di primavera a far cornice.

Ma anche lì, ci vogliono pazienza e coraggio, per guardarsi dentro. Perché di maschere e armature abbiamo spesso un guardaroba intero. Perché l’armatura peggiore sono le attese degli altri su di noi. I sensi di colpa per ciò che è stato. I giudizi taglienti delle persone che amiamo, quando ci giudicano mezzi matti, mezzi falliti. Le mamme che piangono, perché sognavano altro per noi. I nostri amici sistemati – e ben “committati” sul proprio lavoro, dicono da queste parti, mentre Vasco direbbe: mi viene il vomito, è piu forte di mee – si preoccupano sinceramente per noi: ma quando ti sposi? Quando ti sistemi? Vorrai mica dare un calcio a un lavoro sicuro? Vorrai mica andare a vivere in quel paesello dimenticato? Vorrai mica un altro figlio? Ma chi te l’ha fatto fare di cercarti sempre altre rogne?

A queste persone, di tanto in tanto, una vocina dentro di me si ribella. E vorrebbe mettersi a gridare:

Cazzo, ma lo capisci che qualche volta IO STO MALE? Lo capisci o no che non me ne frega niente della zucca arancio, dell’auto che mi acchiappa al volo i vestiti mentre vado al lavoro? Che non voglio la pensione integrativa imbattibile, ma arrivare stanco consumato e felice alla pensione? Ma lo vedi o no com’è conciato tuo figlio, che sa tutto della Playstation ma non si ricorda più quanto è bella la tua voce, mentre gli racconta una fiaba per la centesima volta? (perché le fiabe sono una palla pazzesca, roba da donne: “Scusa cara, potresti andare tu dal bambino? Io sono committato sul report per domani… ” ).

(E intanto cerchiamo la badante per nonna, e pazienza se la badante è clandestina e aspetta la sanatoria e ha lasciato i suoi figli dagli occhi azzurri in pegno ai nonni per fuggirsene qui, lontana mille chilometri dal marito ubriacone. E pazienza se vorrebbe essere felice anche lei e non sentir parlare più di ronde divieti tagliandi permessi. Perché lei è sempre gentile con nonna, anche quando le chiede la stessa cosa per la centesima volta…)

Ecco, qualche volta, per riuscire a guardarsi dentro, bisogna tornare indietro nel tempo. Scoprire la bellezza di una chiesa antica, di una zona spopolata e affascinante, mettersi in mano a un prete mezzo matto, che ha dato vita a un sogno di fraternità e accoglienza. Affidarsi a qualcuno di che ti fa sentire a casa dal primo momento. A persone che sono come il pane appena sfornato: profumano di buono, si lascian dietro una scia invitante.

“Vieni, vieni chiunque tu sia,
sognatore, devoto, vagabondo
poco importa.
La nostra non è
una carovana di disperazione.
Vieni,
anche se hai infranto i tuoi voti mille volte.
Vieni, vieni,
nonostante tutto vieni”
Giala’l Ad-din Rumi

“Quello che io so è che la vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare” (Abbé Pierre)


Con passione e con amore

Mi capita abbastanza spesso di parlare con diversi amici, tutti alle prese con piccoli e grandi problemi familiari, soprattutto per i figli (che, si sa, “so’ piezz’e core”). Parlo con loro, solidarizzo e – dal mio angolo di celibe-senza-prole – mi trovo a riflettere su quanto la loro vita sia centrata – vorrei dire: incardinata – sul resto della famiglia, su quante energie, emozioni, gioie, delusioni, pianti siano legate a filo doppio a un pupo diventato ragazzone, a una bimbetta smorfiosa che poi, un bel giorno, annuncia di essere incinta, e tutt’e cose.

Ripenso a tante storie che ho conosciuto in questi anni, a tanti ventenni con cui andavamo a farci una birra che oggi sono padri di famiglia. A tante amiche, radiose nel giorno del loro matrimonio e ora alle prese con i figli che crescono, e non sempre sono come li si sarebbe immaginati. Mi risuonano alcune parole, alcune espressioni che mi son sempre sembrate belle, ma che hanno senso solo se vissute: metti amore in quel che fai. Dona senza misura. E tante altre ancora.

Forse, noi esseri umani dovremmo smetterla una volta per tutti di misurare il successo (dalla posizione sociale, dal conto in banca, dalla reputazione, dalle frasi a effetto). E dovremmo tornare a stimare chi lavora duro per fare al meglio la sua parte.
Soprattutto, dovremmo tenere in grande considerazione chi mette passione e amore in tutto ciò che fa: leggere una favola, massaggiare piano un muscolo dolente, piantare un ciliegio in giardino, insegnare a nuotare a un bimbetto, portare a casa un cucciolo, bagnare di lacrime silenziose un cuscino.

“Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma sii la migliore, piccola saggina sulla sponda del ruscello. Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio. Se non puoi essere un’autostrada, sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Sii sempre il meglio di ciò che sei. Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere; poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita.”
Martin Luther King


Ciao cari,

è arrivato di nuovo il venerdì, il week-end si preannuncia caldo e afoso – Furia dixit – e il mese di maggio sta per salutarci. Questo è pure un week-end elettorale, e i Milanesi lo sanno fin troppo bene: dai taxi ai cartelloni murali, dai giornali ai gazebo, è tutto un pullulare di inviti al voto. La meteo-mail è neutrale, ecumenica e il vostro meteo-provider non vota a Milano (anche se le sue simpatie vanno a… Moratti Massimo, quello simpatico).

Avrei tante cose di cui parlare con voi, e tante facce da ricordare: davvero, dietro ogni volto c’è una lunga storia, e spesso dall’esterno leggiamo solo i titoli dei capitoli. A volte son storie liete, di figli piccoli o che stanno per nascere. Altre volte son storie di fatiche, di vita difficile, di carretto pesante da tirare. Tutta una fila di incontri, tutti compagni di viaggio che incontriamo ogni giorno, ogni tanto, oppure a distanza di mesi o di anni dall’ultima volta.

“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altro”. “La vita è adesso, il sogno è sempre”. “Non prender la vita troppo sul serio, non ne uscirai vivo”. “So little time, so much to do”. E chissà quanti altri tentativi di condensare in una frase folgorante una lunga, lunghissima serie di giornate, di sorrisi, di gioie, di giornate memorabili, di notti insonni. Quanta rabbia, quanta fatica, quanti granelli di sabbia che scorrono veloci nella clessidra… Eppure, che avventura irripetibile, quante storie da raccontare a chi ci sente rievocare tanti episodi, anche solo per “far memoria” tra amici, tra familiari, tra volti amici.

La cosa incredibile – pazzesca! – è quanto spesso ci facciamo schiacciare dalla routine, dalle giornate in apparenza tutte uguali, dalla banalità dei riti (“Cosa c’è stasera in TV?”, “Cosa fai questo week-end?”, “Quando vai in ferie?”). E intanto i giorni passano, il tempo scorre…

Guardate, io non ho consigli, anzi ne ho uno solo, imparato piuttosto di recente: “Non aspettare ad essere felice”.

Perciò, date retta, spegnete la televisione. Andate in ferie in un posto che non conoscete ancora. Insegnate a vostro figlio un gioco nuovo. Raccontategli la storia che gli piace tanto. Ma prima raccontategliene una nuova.

Ringraziate chi vi sorride, chi perde tempo ad aiutarvi, chi vi augura buona giornata. Seminate, a piene mani, senza misura. Il grano della vostra saggezza. La miglior collezione dei vostri sorrisi. Tutti i consigli sui posti del cuore sconosciuti ai più.

E non siate avari, perché l’avarizia vuol dire passare tutta la vita in miseria per paura della miseria.

Leggete un buon libro durante questo week-end. Non il vostro magazine preferito. E nemmeno “Il Codice Da Vinci” e tutte queste fregnacce. Leggetevi “L’uomo che piantava gli alberi”, di Jean Giono. Un libro che viene ristampato ogni anno da un mucchio di anni (Salani editore, pochi euro). Oppure qualche novella da “Le mille e una notte”. Un capitolo della Bibbia. “Il piccolo principe”.

Ma leggete in un bel posto, in mezzo al verde, in mezzo ai profumi e alle brezze. Ascoltate buona musica. La Pastorale di Ludwig Van. Louis Armstrong. I Beatles (o i Rolling Stones). Sergio Cammariere. E, naturalmente, Mozart. Bach. Musica che rimane.

Sorridete. Ridete di gusto. Il mondo gira comunque, con o senza di noi. Ma quando siamo felici, in armonia con la Terra, il passo è più lieve, e l’occhio guarda più lontano, verso l’orizzonte. Dove i bambini e i sognatori puntano il dito, e gli sciocchi non vedono nulla.

 

Tossiamo per schiarirci la gola. Sospiriamo per schiarirci il cuore.

T.S. Matthews, “Journal to the end of the day”

Amicizia – Vincenzo Cardarelli

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

Una poesia a cui sono particolarmente legato, perché
mi è stata “regalata” da una persona che mi è molto cara.