Apparenti casualità

Ogni tanto mi capita di canticchiare un una vecchia canzone di Mimmo Locasciulli ed Enrico Ruggeri – “Confusi in un playback” –  che nel ritornello fa: “E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili / e il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via”…

La nostra vita è un fiume, che a volte scorre lento placido e quasi immobile, altre volte si gonfia, fa le rapide e i mulinelli, rompe gli argini, e magari trova una nuova strada, si scava un nuovo letto. E noi crediamo di stare al timone, ma il più delle volte ci limitiamo a seguire la corrente, e veniamo cambiati senza neppure accorgercene, o almeno senza voler davvero cambiare.

Ci cambiano le esperienze, le persone, gli eventi. Le ferite e le gioie. La stanchezza di ripetere sempre gli stessi gesti. Gli errori che ci fan pagare pegno. La voglia di vincere la paura e di spiccare finalmente il tuffo. Le decisioni, le scelte, i passi importanti, certo: i matrimoni, i cambiamenti di lavoro, di città, di vita. Più spesso, forse, ci cambiano le (apparenti) casualità, le coincidenze, le scocciature e gli imprevisti, ciò che non scegliamo noi.

Dietro tutto questo affannarsi, nei tanti sforzi per “far la cosa giusta”, per “imparare dai propri errori”, per “dare finalmente un senso alla propria vita”, cosa c’è, se non un grande, inestinguibile desiderio di felicità?
Senza riuscire a dargli un nome, spesso senza potersi fermare, sedersi, guardare da un lato la nostra vita e dire che sì, siamo contenti. Anche se non siamo belli come i divi del cinema. Intelligenti come i premi Nobel. Ricchi come Bill Gates. Anche se non salveremo delle vite, non passeremo alla storia, nessuno si ricorderà di noi tra cent’anni. Anche se in giro ci sono un sacco di cose brutte, storte. Di persone cattive, di orchi e di farabutti. Di ingiustizie e di sofferenze.

Eppure, dentro ciascuno di noi c’è una scintilla. Di infinito. Di bellezza. Di felicità. Che i bambini conoscono bene, anche se non san mica come si chiama. E che i vecchi rimpiangono, anche se non ricordan più bene quand’è stato, e come.
Che si risveglia a primavera. S’incanta davanti a un tramonto. S’intenerisce quando un bimbo ci chiama per nome. Ha nostalgia di quando, per la prima volta, abbiamo scoperto tutti i colori che può avere il mare.

Passata la boa degli ‘anta, mi sento riconoscente. Per quanto son cambiato. Per tutto quello che ho imparato. Per come “i casi della vita” mi han fatto ritrovare la bussola. Per tutti i libri che ho letto, ma molto, molto di più per tutte le persone che il buon Dio ha messo sulla mia strada (e, per qualcuna, un po’ di più).

Perché il tempo che passa mi ha cambiato, e a primavera mi fa riscoprire la bellezza dei due tigli che stan sotto le finestre di casa mia: in tre giorni si coprono di foglie, le dispiegano e accolgono frotte di passerotti, per concerti replicati ogni mattina.
Che meraviglia, per chi riesce ad accorgersene.

 

Non c’è dovere che sottovalutiamo tanto quanto il dover essere felici.
R. L. Stevenson


3 thoughts on “Apparenti casualità

  1. C’è fine all’ottimismo?
    Io penso che tu abbia dalla tua anche una dose di “severità” nei confronti di chi vuole a qualsiasi costo tirarsi fuori dalla bellezza del vivere, dell’essere vivi, del cercare la felicità.
    Sono “abbastanza” d’accordo, mi perdonerai questa schiettezza dovuta ad un’amicizia nata un giorno come per caso?
    Io sono convinto, non del tutto, ma quanto basta, che la vita sia difficile da vivere, che non sempre ci si riesca con la semplice “voglia”, che il contesto ci imponga scoraggiamenti e delusioni continue e che proprio per tutto ciò, talvolta, ci venga la voglia di mandare tutto in “mona” (alla veneta).
    Eppure, si va avanti, ma -amico mio- verso dove?
    Luigi

  2. Caro Luigi, ognuno di noi cerca (a volte trova, e poi magari perde) ogni giorno la risposta alla tua domanda: si va avanti, ma verso dove? Perché, a volte, il peso dell’esistenza è duro da sopportare ancora, e piega le spalle più robuste…

    Un mio vecchio parroco, veneto anche lui, raccontò una volta, in confidenza: “Noi non sappiamo davvero cosa c’è dietro la faccia delle persone che incontriamo”. Lo diceva con rammarico, pensando a vicende tristi, che erano state una sorpresa anche per lui, che credeva di conoscere bene le persone che ne erano protagoniste.

    Un giorno, mi capitò di leggere un pensiero: era di un giardiniere, che forse una risposta alla domanda che tu poni l’aveva trovata: “Il vero senso della vita consiste nel piantare alberi alla cui ombra probabilmente non siederemo mai” (Nelson Henderson).

    • Troppo bello,
      la realtà è infinitamente più dirompente, brutta e sporca. Bisogna cercare le rose in mezzo al fango, le perle in mezzo alla sabbia, ma, ripeto: ne vale la pena? Per chi? Per che cosa? Per quale “dopo”. Il “dopo” non esiste, certo esistono le illusioni, io vivrò nel ricordo foscoliano di chi mi ha conosciuto abbastanza. E ancora, ma quanti Luigi ci saranno ( e vado su Pirandello) e il “vero” qual è. E io che ci sto a fare a lottare giorno dopo giorno contro rulli che schiacciano tutto e che tritano ogni pensiero.
      Forse faccio male a tentare di essere un uomo, una persona che vorrebbe spingere verso la morale, l’etica…
      Io sono un grandissimo “peccatore”, davvero e continuo ad indignarmi davanti ai peccati… degli altri.
      Però sono anche abbastanza “confuso” e credo si percepisca da queste due cazzate messe in croce tra un pensiero e un altro, tra una telefonata e un PowerPoint.
      Andiamo avanti altrimenti rischio di diventare noiso o, peggio, “saggio”.

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