L’Italia metà giardino e metà galera

Sono davvero stanco di vivere in un Paese che nel resto d’Europa viene considerato una barzelletta. Anche quando ammassa migliaia di persone su una piccola isola – quasi fosse uno slum – e poi le fa sparire, con un colpo di teatro ben studiato, verso mete sconosciute.

Non sono rappresentato da leader cinici, abietti e indegni, che concepiscono la politica come permanenza indefinita al potere e non come servizio al proprio Paese, in rappresentanza di un intero popolo. E pretendo che i parlamentari che insultano una loro collega disabile così: “Fate tacere quell’handicappata del cazzo” [cit.] vengano espulsi dalla vita politica italiana.

Vorrei poter leggere molti articoli sulla stampa internazionale che lodino la generosità degli Italiani, la loro creatività nella ricerca scientifica, l’impegno nella salvaguardia del proprio patrimonio artistico, la bravura nel valorizzare e sostenere i giovani di talento.

Mi piacerebbe tanto, insomma, che il 150° compleanno dell’Italia fosse ricordato, in futuro, come l’anno che ha segnato l’inizio di un nuovo Rinascimento per il mio Paese.

Dite che è un sogno? Lo è, certo, ma non è impossibile da realizzare. Sarebbe sufficiente sognare tutti assieme, e poi passare all’azione.

Ci sono due tipi di follia da cui guardarsi. Uno è credere che possiamo fare tutto. L’altro è credere che non possiamo fare niente. (Andrè Brink)

Ci sono tre tipi di persone: quelle che guardano accadere le cose, quelle che si stupiscono di ciò che accade e quelle che fanno accadere le cose. (Poeta estinto del Fadalto)


Rughe nell’anima

Ho un ricordo nitido, stampato nella memoria: vent’anni fa, un lunedì sera, incontro di preghiera dei giovani. Padre Franco, il mio vecchio parroco, persona semplice e di grande umanità, si lascia andare a una confidenza: “Sapete – dice – io credo che noi non sappiamo cosa c’è davvero dietro la faccia delle persone… Ogni giorno, io incontro qualcuno. Persone che conosco, anche piuttosto bene. Stiamo lì, chiacchieriamo un po’, m’informo sulla loro salute, sulla famiglia, sui figli. Vengono fuori un po’ di pensieri, li condividiamo. Poi ci salutiamo, e ognuno torna alle sue occupazioni. Tempo dopo, scopro magari che quella stessa persona – in quel momento – era angosciata. Per un problema familiare, un cruccio grande. Qualcosa che non ha voluto raccontare, forse per pudore, forse per non buttarmi il peso addosso. E io non son stato capace d’intuirlo, di accorgermene”.

Nella mia esperienza lavorativa, ho scoperto che spesso le persone vogliono risposte, soluzioni, rapidità ed efficienza. Per anni, mi sono affinato – quasi specializzato – nel tentare di soddisfare al meglio queste richieste, mandando via contente le persone che si rivolgevano a me. Salvo poi ad accorgermi che in queste relazioni l’efficienza e la rapidità ammazzavano l’ascolto, l’empatia, la comunicazione profonda. Trovandomi, a distanza di giorni, a scoprire mio malgrado che l’aggressività di un collega nascondeva una separazione in corso. O l’apparente cinismo di un’altra persona andava a braccetto con una mamma diventata cieca. Peggio ancora, la rabbia per un torto subito ne faceva ammalare una terza.

Da quando ho smesso di essere un operaio altamente specializzato in byte e ho iniziato un percorso di counseling, mi sto riconciliando con la lentezza, l’imprecisione, l’ascolto inefficiente, privo di risposte pret-a-porter, orfano di soluzioni rapide e di giudizi semi-infallibili. Pian piano, sto imparando di nuovo, e con fatica, quanto possa essere grande il fardello di amarezze, di dubbi irrisolti, di ferite non ancora rimarginate, che ciascuno di noi porta dentro di sé. Senza darlo troppo a vedere in giro.
Mi accade, a volte, di cogliere una ruga, una smorfia amara che guizza sul volto di un amico, mentre liquida in fretta la risposta al “Come stai?” di rito che gli ho rivolto. E di scoprire, a distanza di tempo, che non sapevo affatto cosa ci fosse dietro la sua faccia.

Ho avuto la possibilità – che considero un privilegio – di poter condividere con altre anime in cammino storie, racconti, pezzetti di vita in quel porto di terra che è la Fraternità di Romena, in Casentino. E ripenso spesso a un pensiero di don Luigi Verdi – Gigi, per tutti – che ho trascritto sul mio taccuino un paio d’anni fa, quando ebbi la fortuna di conoscerlo per la prima volta, qui a Milano: “Ognuno di noi deve diventare un pezzo di pane per qualcuno”. E assieme, ne custodisco un altro, più lieve e per me più caro: “E’ raro incontrare non le persone generose – che pigiano e pigiano – ma quelle delicate e rispettose”.

Forse, in questi tempi di grande rapidità ed efficienza, un talento inizia a scarseggiare: quello dell’accoglienza indifesa, delle premure delicate. Del tempo perso a fare silenzio assieme. Mettendo a nudo le rughe dell’anima. E sciogliendo gli affanni in un abbraccio. Tra compagni di viaggio, capaci di condividere un boccone di pane e un sorso di vino. Qualche buona storia. Lacrime e sorrisi.

22 marzo – Giornata mondiale dell’acqua

Oggi è la Giornata Mondiale dell’acqua: un bene preziosissimo – che qualcuno definisce a ragione “il sangue del mondo” – di cui non dovremmo sprecare neanche una goccia.

Ricordiamoci di andare a votare ai referendum per l’acqua pubblica! E proviamo a convincere chi è ancora dubbioso dell’importanza della posta in gioco!

Il Giappone, i rischi nucleari e l’Italia

A tre giorni dal terremoto e dallo tsunami in Giappone, solo ora iniziamo a intuire almeno in parte la gravità del disastro, grazie ai video che arrivano abbondanti in Rete, alle foto e ai reportage dei giornalisti inviati sul posto.

Sappiamo molto meno, purtroppo, sulla reale situazione delle centrali nucleari, danneggiate dallo tsunami e dal mancato funzionamento degli impianti di raffreddamento di emergenza. La preoccupazione, anzi, sembra aumentare col passare dei giorni.

Leggendo le informazioni su Twitter, si ha la netta sensazione che le notizie di fonte ufficiale siano volutamente rassicuranti, e che agli esperti di nucleare sia spesso difficile esprimersi in piena libertà. Nel frattempo, in tutto il mondo, è ripreso il dibattito sull’energia nucleare, la sicurezza e i rischi connessi.

In tutta questa tragedia, colpisce la grande compostezza e la fermezza d’animo del popolo giapponese, ben addestrato da anni e anni di esercitazioni e lontano per cultura dall’abbandonarsi a manifestazioni d’isterismo o disperazione.

Rimane un grande dubbio: siamo davvero in grado di controllare reazioni così potenti, come la fissione nucleare? Possiamo barattare la sicurezza energetica e il mantenimento del nostro modello di vita, che richiede sempre più energia, con i rischi che si corrono quando avvengono catastrofi naturali, come quella del Giappone?

Solo stamattina ho scoperto che l’Italia è un Paese a rischio-tsunami: nel 1908, dopo il devastante terremoto che colpì Messina e Reggio Calabria – terremoto di intensità comunque molto inferiore a quello avvenuto ora in Giappone – le coste di Sicilia e Calabria furono investite da altissime ondate. E, come sostiene nell’intervista Gian Vito Graziano, presidente dell’Ordine nazionale dei geologi, per queste eventualità servono piani di emergenza. Che in Giappone esistono, e sono ben rodati e continuamente proposti alla popolazione. Mentre in Italia, semplicemente, sono una buona intenzione.

Forse, prima di lanciarci in una nuova avventura nucleare, avremmo bisogno di riflettere e di partire proprio da qui: in Italia, la Protezione Civile è perfettamente in grado di far fronte alle emergenze. Mentre manca – perché troppo costosa, da molti punti di vista – una seria cultura della prevenzione.

E’ rimasta famosa una replica di Indro Montanelli a una battuta di Giulio Andreotti. Andreotti disse: “Tanto, poi, in Italia tutto si aggiusta”. Montanelli, di rimando:
“In Italia tutto si arrangia, non si aggiusta”. Che, ne converrete, fa parecchia differenza.

[P.S. Su Twitter il dibattito sul nucleare impazza. Credo quindi che sia corretto esprimere qui, sul mio blog, la mia opinione in modo chiaro.
Sono un vecchio socio di Legambiente, ho votato sì ai referendum del 1987 per abolire il nucleare e credo che in Italia dovremmo investire molti quattrini nello sviluppo delle energie rinnovabili e nel risparmio energetico. Avremmo anche bisogno di una seria politica energetica di medio e lungo periodo, che non consista solo nel rilasciare deleghe in bianco all’ENI.
Infine, credo che dovremmo prendere in seria considerazione un grande rischio: nel nostro Paese, tutte le grandi opere hanno prodotto tangenti, comitati d’affari, conferenze di programma, deroghe alle leggi sulla Valutazione d’Impatto Ambientale e – quel che è davvero intollerabile – grandi appetiti da parte delle mafie, pronte a gettarsi a capofitto sugli inevitabili subappalti. A mio parere, basterebbero questi argomenti – senza neppure scomodare il rischio-sismico o il problema dello smaltimento delle scorie – a sconsigliare la scelta nucleare. Forse, però, questi stessi argomenti spiegano fin troppo bene l’enfasi che oggi circonda l’opzione nucleare in Italia]
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Apparenti casualità

Ogni tanto mi capita di canticchiare un una vecchia canzone di Mimmo Locasciulli ed Enrico Ruggeri – “Confusi in un playback” –  che nel ritornello fa: “E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili / e il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via”…

La nostra vita è un fiume, che a volte scorre lento placido e quasi immobile, altre volte si gonfia, fa le rapide e i mulinelli, rompe gli argini, e magari trova una nuova strada, si scava un nuovo letto. E noi crediamo di stare al timone, ma il più delle volte ci limitiamo a seguire la corrente, e veniamo cambiati senza neppure accorgercene, o almeno senza voler davvero cambiare.

Ci cambiano le esperienze, le persone, gli eventi. Le ferite e le gioie. La stanchezza di ripetere sempre gli stessi gesti. Gli errori che ci fan pagare pegno. La voglia di vincere la paura e di spiccare finalmente il tuffo. Le decisioni, le scelte, i passi importanti, certo: i matrimoni, i cambiamenti di lavoro, di città, di vita. Più spesso, forse, ci cambiano le (apparenti) casualità, le coincidenze, le scocciature e gli imprevisti, ciò che non scegliamo noi.

Dietro tutto questo affannarsi, nei tanti sforzi per “far la cosa giusta”, per “imparare dai propri errori”, per “dare finalmente un senso alla propria vita”, cosa c’è, se non un grande, inestinguibile desiderio di felicità?
Senza riuscire a dargli un nome, spesso senza potersi fermare, sedersi, guardare da un lato la nostra vita e dire che sì, siamo contenti. Anche se non siamo belli come i divi del cinema. Intelligenti come i premi Nobel. Ricchi come Bill Gates. Anche se non salveremo delle vite, non passeremo alla storia, nessuno si ricorderà di noi tra cent’anni. Anche se in giro ci sono un sacco di cose brutte, storte. Di persone cattive, di orchi e di farabutti. Di ingiustizie e di sofferenze.

Eppure, dentro ciascuno di noi c’è una scintilla. Di infinito. Di bellezza. Di felicità. Che i bambini conoscono bene, anche se non san mica come si chiama. E che i vecchi rimpiangono, anche se non ricordan più bene quand’è stato, e come.
Che si risveglia a primavera. S’incanta davanti a un tramonto. S’intenerisce quando un bimbo ci chiama per nome. Ha nostalgia di quando, per la prima volta, abbiamo scoperto tutti i colori che può avere il mare.

Passata la boa degli ‘anta, mi sento riconoscente. Per quanto son cambiato. Per tutto quello che ho imparato. Per come “i casi della vita” mi han fatto ritrovare la bussola. Per tutti i libri che ho letto, ma molto, molto di più per tutte le persone che il buon Dio ha messo sulla mia strada (e, per qualcuna, un po’ di più).

Perché il tempo che passa mi ha cambiato, e a primavera mi fa riscoprire la bellezza dei due tigli che stan sotto le finestre di casa mia: in tre giorni si coprono di foglie, le dispiegano e accolgono frotte di passerotti, per concerti replicati ogni mattina.
Che meraviglia, per chi riesce ad accorgersene.

 

Non c’è dovere che sottovalutiamo tanto quanto il dover essere felici.
R. L. Stevenson


Non siete Stato voi (Caparezza)

C’è un Italia che lo grida forte…
Il mio GRAZIE a Caparezza per aver scritto questo brano, e per averci messo la faccia.

Non siete Stato voi che parlate di libertà come si parla di una notte brava dentro i lupanari.
Non siete Stato voi che trascinate la nazione dentro il buio ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi che siete uomini di polso forse perché circondati da una manica di idioti.
Non siete Stato voi che sventolate il tricolore come in curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non siete Stato voi né il vostro parlamento di idolatri pronti a tutto per ricevere un’udienza.
Non siete Stato voi che comprate voti con la propaganda ma non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi che stringete tra le dita il rosario dei sondaggi sperando che vi rinfranchi.
Non siete Stato voi che risolvete il dramma dei disoccupati andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti.
Non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate prese a calci come sacchi di rifiuti.
Non siete Stato voi che mandate i vostri figli al fronte come una carogna da una iena che la spolpa.
Non siete Stato voi che rimboccate le bandiere sulle bare per addormentare ogni senso di colpa.
Non siete Stato voi maledetti forcaioli impreparati, sempre in cerca di un nemico per la lotta.
Non siete Stato voi che brucereste come streghe gli immigrati salvo venerare quello nella grotta.
Non siete Stato voi col busto del duce sugli scrittoi e la costituzione sotto i piedi.
Non siete Stato voi che meritereste d’essere estripati come la malerba dalle vostre sedi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi che brindate con il sangue di chi tenta di far luce sulle vostre vite oscure.
Non siete Stato voi che vorreste dare voce a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non siete Stato voi che fate leggi su misura come un paio di mutande a seconda dei genitali.
Non siete Stato voi che trattate chi vi critica come un randagio a cui tagliare le corde vocali.
Non siete Stato voi, servi, che avete noleggiato costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete voi confratelli di una loggia che poggia sul valore dei privilegiati
come voi che i mafiosi li chiamate eroi e che il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato fissa il magistrato e poi giura su Dio:
‘Non sono stato io’.

[testo di Caparezza, da “Il sogno eretico”]


“Facciamo l’ipotesi” – Piero Calamandrei, 1950

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private […].

L’operazione si fa in tre modi: 1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica […].

Poi c’è un pericolo ancora più grave: il pericolo del disfacimento morale. Questo senso di sfiducia, di cinismo che si va diffondendo. Il tramonto di quelle idee semplici della vecchia scuola: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo non vale più, che oggi valgono appoggi e raccomandazioni. Quello che spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni, che una volta erano fascisti, poi a parole antifascisti e ora sono tornati sotto svariati nomi fascisti nella sostanza, cioè profittatori del regime […].

Ma c’è un ultimo pericolo: lasciarsi vincere dallo scoramento. Fu detto giustamente che a vincere la prima guerra mondiale è stata la scuola media da cui uscivano quei ragazzi le cui salme sono ancora sul Carso. Ma si può dire lo stesso della Resistenza e tutti noi vecchi insegnanti abbiano nel cuore il nome di un nostro studente che ha dato la vita per la libertà dell’Italia. Pensiamo a questi ragazzi che uscirono dalle nostre scuole pubbliche e, pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire.”

[dal discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950]

Non facciamoci portar via l’acqua (e nemmeno il voto)

Stanno già provandoci, spostando a giugno la data dei referendum…

L’articolo 1 della Costituzione Italiana recita chiaramente: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

L’acqua è un diritto. Non una merce. E dobbiamo essere tantissimi a dirlo e a pensarlo. E a sostenere – mettendo mano al portafoglio – la campagna referendaria. Per non essere complici di chi dice al popolo: “Andate al mare… “.

Prima di tutto l’uomo – Nazim Hikmet

Non vivere su questa terra
come un estraneo
o come un turista nella natura.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

[Ultima lettera al figlio]


Ti prego, ascoltami

Nel mio percorso, iniziato da poco, sul counseling e la relazione di aiuto, sto imparando molto.
Una delle cose che più mi colpiscono è il reale significato dell’ascolto. Qualcuno, per spiegarlo meglio, parla di “ascolto attivo”.
Ieri sera, alla fine della lezione, ci è stata distribuita una fotocopia, con un testo bellissimo, che mi ha colpito molto. L’ho cercato su Internet, ho trovato l’originale in inglese, e i riferimenti. E ho pensato di postarlo qui, per condividerlo con te.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu inizi a darmi consigli, non fai ciò che ti ho chiesto.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu inizi a spiegarmi perché non dovrei sentirmi in quel modo, tu calpesti i miei sentimenti.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di dover fare qualcosa
per risolvere il mio problema, mi hai frainteso, per quanto strano possa sembrarti.

Ascolta! Tutto ciò che ti ho chiesto è che tu mi ascolti:
non parlare, non fare, semplicemente ascoltami.

I consigli costano poco. Con pochi soldi potrei trovarli su qualsiasi rivista.

Io posso farcela da solo. Non sono impotente.
Avvilito sì, forse anche esitante, ma non sono privo di risorse.

Quando fai per me ciò che io potrei fare da me, tu aumenti le mie paure.
E il mio senso di inadeguatezza.

Ma quando semplicemente accetti, come un dato di fatto, che io provo ciò che provo,
per quanto assurdo possa sembrarti, allora posso smettere di convincerti
e provare davvero a capire cosa c’è dietro i miei sentimenti irrazionali.

E quando finalmente questo si chiarisce, anche le risposte diventano evidenti
e non mi servono consigli.
I sentimenti irrazionali acquistano un significato quando si comprende ciò che nascondono.

Forse è per questo che la mia preghiera a volte funziona, con certe persone…
perché Dio è muto e non dà consigli. Non corregge.
Lui (o Lei) semplicemente ascolta e ti lascia lavorare, per arrivare a comprendere da solo.

Dunque, ti prego, ascolta e senti ciò che dico.
E se anche tu vuoi parlare, aspetta: tra un attimo sarà il tuo turno
e allora sarò io ad ascoltarti.

[dal libro di Thomas Gordon, “Relazioni efficaci. Come costruirle, come non pregiudicarle”, Ediz. La Meridiana, 2005]