Male che fa male…

Ho scelto come titolo una bella canzone del grande Alex Baroni, per una notizia davvero brutta, arrivata d’improvviso a metà pomeriggio. Notiziario delle 17:30, apertura con un’ANSA appena battuta: Yara Gambirasio è morta, il corpo è stato ritrovato a pochi chilometri dal suo paese…

Sensazione di gelo e di sconforto, la ragione che entra in campo e dice: “Lo sapevamo, era passato troppo tempo, non poteva essersi salvata”. E tutto il resto. Incluso un grande sgomento, pensando a una ragazzina che non c’è più, alla sua mamma e al suo papà, che mi erano apparsi composti, dignitosi, quando tutte le TV li assediavano. E che ora, poverini, hanno questo grande dolore, questo CRAC che ti spezza dentro. E attorno, uno stormo di microfoni, faretti, telecamere, domande. Di avvoltoi. Di plastici no, quelli speriamo di no.

Un po’ di silenzio, di rispetto per il dolore. Per favore. Se non è chiedere troppo.

Più tardi, mentre ero ancora molto triste, mi tornava in mente una frase di Enzo Baldoni, quel cuore grande andato a morire in Iraq mentre cercava di dare una mano, un po’ giornalista e un po’ crocerossino. Leggevo i suoi pezzi su “Diario”, ho seguito tutta la sua vicenda. E di lui ricordo una frase: “Da un male, nasce un bene”. Dura crederlo, certe volte. Tanto dura…
Mi tornano in mente condanne durissime: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.” (Vangelo di Matteo 18,6)

Più tardi, mentre ripensavo a questa bruttissima storia, a tutte le speculazioni che ne nasceranno, al rancore e al livore che stanno già emergendo in diverse persone, mi sono ricordato di un brano. Regalatomi dieci anni fa da un’amica. Che mi commuove sempre, quando lo rileggo. E che forse, proprio per quello, sta su uno scaffale della libreria, bene in vista.

Signore,
non ricordarti soltanto degli uomini
di buona volontà ma anche di quelli cattivi.
Ma non per guardare a tutte le sofferenze
che ci hanno fatto patire,
ricordati piuttosto delle cose buone che quelle
sofferenze hanno fatto nascere in noi:
la fratellanza, la lealtà, l’umiltà,
il coraggio, la generosità,
la grandezza d’animo che ci è cresciuta dentro
per tutto quanto abbiamo sofferto.
E quando quegli uomini verranno
al giudizio finale lascia che i buoni frutti
che da noi sono nati siano il loro perdono.

(preghiera trovata su un pezzo di carta
vicino al corpo di un bambino
nel campo di concentramento di Ravensbruck)

Ciao, Yara. Sono sicuro che il buon Dio ti ha preso in braccio. E che Enzo, Alex e tante persone buone sono lì vicini a te.


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Mediterraneo da Nord e da Sud

In questi giorni – in realtà, da più di un mese a questa parte – si ha la netta impressione che i popoli del Mediterraneo abbiano deciso di scrivere una pagina di storia. Della propria storia.

Hanno iniziato i Tunisini, con una protesta che è divampata e si è estesa all’Egitto, alla Libia – migliaia di persone uccise per la violenza cieca ordinata da un dittatore folle e sanguinario – e a molti altri paesi, dall’Algeria al Bahrein, dal Marocco alla Giordania, per tacere dell’Iran. Milioni di persone, soprattutto di giovani, reclamano diritti, riforme, democrazia. Una vita e un futuro migliori.

In queste occasioni, se si ha tempo e pazienza di cercare notizie e commenti sul Web, se si conosce almeno un po’ di Inglese, o se almeno si legge “Internazionale”, si può toccare con mano il provincialismo italiano. Quello che spinge i nostri ministri a far la voce grossa con l’Unione Europea. Che fa dichiarare ai vari esponenti politici la “preoccupazione per il dilagare della violenza in Libia”, accompagnato da altrettanti o maggiori timori per gli approvvigionamenti energetici italiani e dalle rassicurazioni per le grandi aziende del Bel Paese, che col Nordafrica e i Paesi Arabi trafficano da sempre. Si tratti di gas e petrolio, oppure di impiantintistica o – più lucroso ancora – di sistemi d’arma.

Si scopre come la realpolitik italica, di vecchissima data, che ebbe Giulio Andreotti come campione ed Enrico Mattei come precursore, si sia sempre concentrata su un unico, irrinunciabile principio: gli affari sono affari. In latino, suona meglio: pecunia non olet.
Il tutto, ovviamente, condito di immancabili luoghi comuni, come “l’Italia, portaerei nel Mediterraneo”, oppure “il ruolo naturale del nostro Paese nell’area del Sud-Europa”.

Tutte cose giustissime, per carità, ma assieme tutti specchietti per le allodole. Perché ora il lato Sud del Mediterraneo è un magma ribollente: popoli giovani, poveri o con una distribuzione molto diseguale della ricchezza, rivendicano il diritto al proprio futuro. Mentre qui da noi si parla di “pericolo islamico”, si agita lo spettro di “ondate migratorie di centinaia di migliaia di persone”. Si denuncia il mancato appoggio dell’Europa (la stessa che, nei giorni dispari, viene bellamente ignorata e derisa, sulle quote-latte, i limiti per l’inquinamento dell’aria, l’utilizzo fraudolento dei fondi di sviluppo).

La paura, come sanno gli psicologi e gli strateghi elettorali, è sempre un argomento efficacissimo per convincere molte persone – molti elettori – a non farsi troppe domande e a evitare di solidarizzare col “nemico alle porte”.

Ci sarebbe un gran bisogno di menti illuminate, di leader carismatici, di statisti che abbiano a cuore valori come la solidarietà, la fratellanza, i diritti umani e civili. Ma trionfano le visioni miopi, egoiste, grettamente provinciali di chi difende con accanimento il proprio fazzoletto di benessere. Gli altri, i terroni al quadrato della sponda Sud del Mediterraneo, vadano pure alla malora. A patto che non ci chiudano di colpo i rubinetti di gas e petrolio, s’intende.

Sii paziente – Rainer Maria Rilke

Io tendo a farmi sempre un sacco di domande. Spesso, sono lo stimolo per non smettere di cercare. Altre volte, sono fonte di frustrazione, perché “the answer, my friend, is blowing in the wind… the answer is blowing in the wind”, come cantava Bob Dylan.
Mi piace molto questa poesia di Rilke, in cui mi sono imbattuto spesso, e vorrei condividerla con voi.

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

E ancora la pioggia ripulirà…

Piove fitto fitto sulla Grande Milano, mentre alcuni operai lavorano alacremente per sostituire i cartelli sulle tangenziali milanesi, in ossequio alla nuovissima grida del 2011: si abbassino i limiti a 70 km l’ora, il PM10 è troppo alto, le polveri sottili ci intasano i polmoni.

Giusto ieri, con una bella conferenza-stampa, è stato presentato il progetto definitivo della nuovissima TEM, più conosciuta come Tangenziale Est Esterna, una nuova bretella di asfalto che collegherà l’Autostrada del Sole – all’altezza di Melegnano – con la Milano-Venezia, poco oltre Agrate Brianza (qui c’è la mappa: http://tangenziale.esterna.it/mappa/).

Tutti a illustrare le magnifiche sorti e progressive della nuova opera, le otto aree con i relativi progetti di compensazione ambientale, i benefici per la mobilità, il project-financing che non comporterà oneri per le casse degli enti pubblici. E tutt’e cose.

Nel frattempo, arrivava un’altra notizia: partiranno domenica prossima le prime corse del metrò verde prolungate ad Assago. La nuova tratta (due fermate in più da Famagosta) comporterà un modesto sovrapprezzo: 2,10 € anziché 1 €. Cosa ‘e niente, avrebbe detto il grande Eduardo.

Dieci anni fa, un mio collega esibiva in ufficio un bel poster, con una foto satellitare della Lombardia: guardandolo, si notava una grossa chiazza bianca, che iniziava all’altezza di Varese, si espandeva a macchia d’olio attorno a Milano e proseguiva ben oltre Bergamo. Era tutta la fascia di territorio urbanizzata, tra case strade e capannoni.

La Lombardia è una regione molto ricca, compete con la Baviera e ha il più alto PIL in Italia, sia in valore assoluto che pro capite, pur contando quasi dieci milioni di abitanti. Eppure, continua inesorabilmente a consumare territorio, a costruire strade – in nome del diritto alla mobilità – ma anche grattacieli, seconde case (un affarone imperdibile in Val Brembana? interessa l’articolo?) e perfino capannoni. Qualche voce profetica – come quella del benemerito Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano – si leva contro questa miopia. Ma è cosa ‘e niente, o quasi.

Soffochiamo puntualmente nell’inquinamento ogni inverno, dibattiamo ogni volta su domeniche a piedi sì o no… e alla fine torniamo a respirare per un po’ – con Celeste sollievo del sempiterno Presidente, pardon, Governatore – quando la tanto sospirata pioggia ripulisce l’aria… e magari provoca l’emergenza-frane. In Val Brembana e altrove.

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
La nostra terra vale più del vostro denaro.
E durerà per sempre.
Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finchè il sole splenderà e l’acqua scorrerà,
darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali;
è stato il Grande Spirito a porre qui la terra
e non possiamo venderla
perchè non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro
e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa,
ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia
e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo
e che potete portare con voi,
ma la terra mai.”
Piede di Corvo, Piedineri

Aggiornamento: giusto oggi, 17 febbraio, Domenico Finiguerra scrive:
“Oggi, giornata con REPORT – La contaminazione della Crescita Zero dei Comuni Virtuosi. Partiamo da Cassinetta di Lugagnano, poi Corbetta, Pregnana Milanese e infine Solza.”.
Una puntata che non mi perderò.

suor Eugenia Bonetti – “Donne, non merci”

Suor Eugenia Bonetti si occupa della tratta di donne e minori:
“La prostituzione del corpo e dell’immagine della donna è ormai diventata parte integrante della cultura di questo Paese”.
Questo è il testo dell’intervento di suor Eugenia in piazza
del Popolo, a Roma, durante la manifestazione in difesa della dignità della donna.

Il mio saluto caloroso e affettuoso e il mio grazie a tutto il mondo femminile qui presente per chiedere il rispetto per la dignità della donna. Sono suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, vissuta in Africa per 24 anni, dal 1993 impegnata in un centro Caritas di Torino dove ho conosciuto il mondo della notte e della strada e dove ho incontrato il volto, le storie, le sofferenze, la disperazione e la schiavitù di tante donne portate in Italia con il miraggio di una vita confortevole per trovarsi poi nelle maglie della criminalità.

Dal 2000 lavoro a Roma come responsabile dell’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’USMI (Unione Superiore Maggiori d’Italia) per coordinare il servizio di centinaia di religiose che operano sulle strade, nei centri ascolto, nei centri di detenzione ed espulsione e soprattutto nelle case famiglia per il recupero di tante giovani vite spezzate.

Sono qui a nome di queste suore che ogni giorno operano silenziosamente e gratuitamente con amore, coraggio e determinazione nel vasto mondo dell’emarginazione sociale per ridare vita e speranza. Sono qui per dare voce a chi non ha voce, alle nuove schiave, vittime della tratta di esseri umani per sfruttamento lavorativo e sessuale, per lanciare un forte appello affinchè sia riconosciuta la loro dignità e ripristinata la loro vera immagine di donne, artefici della propria vita e del proprio futuro. A nome loro e nostro, che ci sentiamo sorelle e madri di queste vittime, diciamo basta a questo indegno e vergognoso mercato del mondo femminile.

Questo grido nasce dalla nostra esperienza concreta, dalla nostra vita vissuta ogni giorno a contatto con tante giovani trafficate e sfruttate dai nostri stessi stili di vita e alle quali sono negati i fondamentali diritti umani. Purtroppo l’immagine che viene trasmessa in tanti modi e forme, dai media, dalla pubblicità e dagli stessi rapporti quotidiani tra uomo-donna è l’immagine del corpo della donna inteso solamente come oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno, misconoscendo invece l’essenziale che lo stesso corpo umano racchiude: una bellezza infinita e profonda da scoprire, rispettare, apprezzare e valorizzare.

Le costanti notizie di cronaca che in queste ultime settimane si susseguono in modo spudorato sui nostri giornali e nelle trasmissioni televisive e radiofoniche ci sgomentano e ci portano a pensare che siamo ancora molto lontani dal considerare la donna per ciò che è veramente e non semplicemente un oggetto o una merce da usare. Quale immagine stiamo dando della donna e del suo ruolo nella società e nella famiglia a prescindere dai fatti di cronaca, dalla veridicità o meno di ciò che ci viene presentato?

In questi ultimi tempi si è cercato di eliminare la prostituzione di strada perché dava fastidio e disturbava i sedicenti benpensanti. Abbiamo voluto rinchiuderla in luoghi meno visibili, pensando di aver risolto il problema, ma non ci rendiamo conto che una prostituzione del corpo e dell’immagine della donna è diventata ormai parte integrante dei programmi e notizie televisive, della cultura del vivere quotidiano e proposta a tutti, compresi quei bambini che volevamo e pensavamo di tutelare. Tutto questo purtroppo educa allo sfruttamento, al sopruso, al piacere, al potere, senza alcuna preoccupazione delle dolorose conseguenze sui nostri giovani che vedono modelli da imitare e mete da raggiungere.

La donna è diventata solo una merce che si può comperare, consumare per poi liberarsene come un qualsiasi oggetto “usa e getta”. Troppo spesso la donna è considerata solo per la bellezza e l’aspetto esterno del suo corpo e non invece per la ricchezza dei suoi valori veri di intelligenza e di bellezza interiore per la sua capacità di accoglienza, intuizione, donazione e servizio, per la sua genialità nel trasmettere l’amore, la pace e l’armonia, nonché nel dare e far crescere la vita.  Il suo vero successo e il suo avvenire non possono essere basati sul denaro, sulla carriera o sui privilegi dei potenti, ma deve essere fondato sulle sue capacità umane, sulla sua bellezza interiore e sul suo senso di responsabilità.

Durante questi lunghi anni di impegno e servizio alla donna la nostra rete di religiose si è allargata e consolidata non solo in Italia ma anche nei Paesi di origine, transito e destinazione. Abbiamo creato le basi per un vero lavoro educativo di informazione, prevenzione e reintegrazione, come pure di condanna per quanti, in modi diversi, usano e abusano del corpo della donna la cui dignità non si può mercanteggiare o pagare perché è un dono sacro da rispettare e custodire. Non possiamo più rimanere indifferenti di fronte a quanto oggi accade in Italia nei confronti del mondo femminile. Siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale che lacera il Paese.

E’ venuto il momento in cui ciascuno deve fare la sua parte e assumersi le proprie responsabilità. Per questo come religiose rivolgiamo un forte appello alle autorità civili e religiose, al mondo maschile e maschilista che non si mette in discussione, alle agenzie di informazione e formazione, alla scuola, alle parrocchie, ai gruppi giovanili, alle famiglie e in modo particolare alle donne affinché insieme possiamo riappropriarci di quei valori e significati sui quali si basa il bene comune per una convivenza degna di persone umane, per una società più giusta e più libera, con la speranza di un futuro di pace e armonia dove la dignità di ogni persona è considerato il primo bene da riconoscere, sviluppare, tutelare e custodire.

A tutti il mio grazie per la vostra attenzione e per il vostro impegno a favore della dignità della donna.

suor Eugenia Bonetti

Ogni caso – Wisława Szymborska

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Da questa poesia di Wislawa Szymborska, Benedetta Tobagi ha preso il titolo “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore” del suo bel libro, pubblicato da Einaudi, che racconta la vita di Walter Tobagi, suo padre, giornalista del “Corriere della sera” e vittima del terrorismo.

Di Wislawa Szymborska, Adelphi ha pubblicato in edizione tascabile “La gioia di scrivere” – tutte le poesie (1945-2009): un libro che consiglio caldamente a tutti, da leggere e rileggere spesso, come antidoto ai giorni più bui.


Egitto – people have the power

E’ stata una lunga giornata, oggi.

Lo è stata per tutto il popolo egiziano, che non ha ceduto alla stanchezza o alla rassegnazione, dopo aver ascoltato il discorso di Mubarak di ieri sera, che aveva deluso e fatto arrabbiare tutte le persone che erano in piazza Tahrir.

E’ stato bellissimo vedere – senza poter ascoltare, senza essere là, certo – l’immensa folla che è tornata a riempire la piazza, vedere persone convinte di fare la Storia.

Come tanti, ho seguito questi avvenimenti grazie a internet, soprattutto grazie a Twitter (e al gran lavoro di Marina Petrillo, alias @alaskaRP, che ha retwittato e tradotto le voci dal Cairo). E quando è arrivato l’annuncio delle dimissioni di Mubarak, il popolo ha capito che aveva vinto e si è abbandonato alla gioia. Le persone hanno capito che erano tornate a esser padrone del proprio futuro. Con tutte le incognite – e non sono per nulla poche – di questo momento, ma assieme con la grande sensazione che il popolo, quando è unito e compatto nelle proprie richieste, non può essere fermato né vinto.

Ho pensato che Gandhi, oggi, sarebbe felice. Festeggerebbe con gli Egiziani. Che hanno dato al mondo una lezione, mostrando la grande forza della nonviolenza.

Ci sono tre tipi di persone: quelli che guardano accadere le cose, quelli che si stupiscono di ciò che accade e quelli che fanno accadere le cose.
Poeta estinto del Fadalto

Abbiamo il compito di tradurre le negatività del passato in speranza per il nostro futuro.
Nelson Mandela

Metteghe amor

Vorrei condividere un pensiero con voi che mi leggete: una riflessione su quanto spesso i rapporti e le relazioni, di questi tempi, si stiano mercificando: l’importante è assegnare un prezzo – pardon, un valore – a qualunque cosa. Sempre più spesso, si diventa clienti-paganti, utenti-di-un-servizio, destinatari-di-una-fantastica-offerta, pazienti interlocutori di un risponditore vocale o di persone, costrette per contratto (per denaro) a ripetere per centinaia di volte con immutata gentilezza: “Buongiorno, sono Gaia, in cosa posso esserle utile?”. E sempre più di rado, l’ospitalità, la gratuità, la condivisione – vorrei dire lo scambio e il baratto – trovano cittadinanza dalle nostre parti, men che meno nella ricca opulenta e volgarissima Milano, che sembra quasi provar gusto a specchiarsi nelle proprie brutture.

Per fortuna, però, esiste ancora qualche zona franca, qualche persona che va controcorrente, che – quasi suo malgrado – è all’antica: che sia un vicino di casa o il gestore di una pizzeria, capita ancora di trovare qualcuno che fa bene ciò che fa, che accoglie con calore, che sorride e non ha fretta. Che può benissimo essere titolare di un’attività, ma pensa ancora che il cliente è un ospite, il vicino è un altro me stesso, il collega (la collega) ha i suoi guai e le sue lune, ma è una brava persona.

Mi han raccontato una storia, che proverò a ridurre in pillole: quella di un signore, che ha avuto successo nella vita, è stato un imprenditore e anche sindaco del proprio paese, che ha scritto un libriccino di memorie e l’ha regalato agli amici. Raccontando un ricordo vivido, che l’ha accompagnato per tutta la vita: lui, ancora ragazzo, che inforcava la bicicletta per andare a fare il garzone di bottega da un falegname, in un paesino del Trentino, subito dopo la guerra. E la mamma, che dalla finestra lo salutava, augurandogli buona giornata, e aggiungendo sempre una raccomandazione: “Metteghe amor”.

E` bello incontrare – ancora oggi, 2011 – persone che mettono amore in quel che fanno. Senza farsi tutte le menate sulla velocità, la complessità, la modernità, la concorrenza, il mercato. Senza considerare ogni rapporto, ogni relazione, in termini di “cliente-fornitore” (di “do ut des”). Ma semplicemente mettendoci amore.

Mi vien da dire: giù il cappello di fronte agli insegnanti (in gran parte son donne, non è un caso) che compiono ogni giorno dei piccoli miracoli. Nonostante il contesto, che conosciamo tutti benissimo e che peggiora sempre più. Giù il cappello pure davanti a tante persone che continuano a preparare torte conserve e marmellate, e a regalarle a chi se le merita. Giù il cappello davanti a chi regala sorrisi, buoni consigli, a chi canta mentre sbriga le proprie faccende, a chi coltiva un orto o cura un piccolo giardino. Giù il cappello di fronte alla mia amica M., che pianta alberi quando è buio, e d’estate va in giro a bagnarli, e a cercare chi possa adottarne almeno uno, perché il caldo non lo faccia seccare.

Non so come la pensiate voi: per quanto mi riguarda, mi convinco sempre più che questo mondo non sarà salvato dai leader planetari, ma da tante piccole formichine, che con amore e disincanto di fronte agli slogan e alle guerre dei potenti fanno tutti i giorni un lavoro minuto, silenzioso, nascosto. Tenuto insieme da mille fili invisibili, che sfuggono alle statistiche, perché le statistiche contano il denaro ma non misurano l’amore.

“La vera felicità costa poco; se è cara, non è di buona qualità”
François-René de Chateaubriand

Pietà l’è morta

Mentre a Roma quattro poveri bambini muoiono bruciati vivi nella loro baracca, ultime vittime di una politica che ama esibire la faccia feroce degli sgomberi, all’insegna del vecchio motto “legge e ordine”, a Fossalta di Piave – profondo Nord – un altro sindaco decide di dare una lezione ai poveri cristi, e per farlo sceglie una bambina di 4 anni.

Traggo la notizia dal sito internet del “Gazzettino”, quotidiano diffuso in tutto il Veneto, e non aggiungo commenti.

VENEZIA – Niente buoni pasto ceduti dalle maestre di un asilo per far mangiare in mensa una bimba di 4 anni, figlia di immigrati in difficoltà. A proibire il gesto di solidarietà è il sindaco leghista di Fossalta di Piave (Venezia), Massimo Sensini, che ha opposto un secco no al gesto di quattro maestre e due bidelle della scuola d’infanzia, che si erano private del loro buono pasto pur di permettere alla piccola di mangiare.

Maestre e bidelle avevano preso carta e penna per ufficializzare in una lettera alla direttrice la loro decisione. «Il buono pasto non si può cedere – afferma il sindaco – e soprattutto non può essere istituzionalizzato il suo regalo a chi si vuole. È inammissibile». La bimba è figlia di una coppia di immigrati – padre del Senegal e madre del Ciad – che vive in Italia da alcuni anni. Da quando il padre è partito per il Belgio in cerca di lavoro, come sottolinea “il Fatto quotidiano”, la famiglia si trova in gravi difficoltà: la madre non parla l’italiano e deve mantenere oltre alla bimba altri quattro figli, tutti di età compresa tra uno e otto anni.

«Sono già aiutati dal Comune – puntualizza Sensini, precisando che il capofamiglia è un islamico integralista – che ha tagliato il costo del buono pasto da 4 euro e 45 centesimi a 2». Il sindaco sostiene di essersi mosso nella vicenda “in punta di piedi”, ma di non poter fare diversamente: «Il 98% dei buoni pasto ridotti viene dato agli extracomunitari perché sono quelli che dichiarano il minor reddito e il maggior numero di figli». Attorno alla famiglia di immigrati si è stretta comunque una rete di solidarietà: qualcuno, rimasto anonimo, proprio oggi ha pagato di tasca propria tre blocchetti di buoni pasto per far mangiare la piccola, mentre la famiglia è ospitata a titolo gratuito nell’abitazione di un ex assessore comunale del Pd, a pochi passi dall’asilo.

Una mensa scolastica (da nuovaresistenza.org)

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=137426&sez=NORDEST

Ho scritto una mail al Sindaco. Ricordandogli che dovrebbe farsi guidare dalla Costituzione Italiana nel suo operato. Ad esempio, dall’articolo 31.


Due gemme di saggezza

Ho un vecchio quaderno a righe, le pagine ormai ingiallite, sul quale da molti anni trascrivo citazioni e frasi sagge che incontro lungo la vita. Un po’ a futura memoria, un po’ per poterle condividere con gli amici, magari per accompagnare un regalo.

Stamattina scorrevo il quaderno alla ricerca di una frase, quando me ne son cadute sotto gli occhi altre due, che mi piacciono molto. E ho pensato che potevano starci bene, qui sul blog.

La lentezza non equivale all’incapacità di adottare un ritmo più rapido. Si riconosce dalla volontà di non accelerare i tempi, di non lasciarsi mettere fretta, ma anche di aumentare la nostra capacità di accogliere il mondo e di non dimenticarci di noi stessi strada facendo.
Pierre Sansot, filosofo (citato da Gianni Mura)

Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene.
Giovanni Vannucci

Buona domenica e buona vita a tutte e tutti voi!